lunedì 10 ottobre 2011

Aristocrazia 2.0

La mia generazione vien subito dopo quella degli anni '60, coi loro fiori nei cannoni e le dive sulla Croisette, i motori ruggenti del ribelle Dean che sposa idealmente la Marilyn bambola medicina per tenere su il morale dell'incompreso contemporaneo. Siamo il frutto di venticinque immagini al secondo, noi dei '70 siamo nativi televisivi come ora gli zeri sono i nativi digitali. I nostri modelli sono Star Trek, con i ruoli definiti dal colore della tutina elasticizzata, cibo che esce da un ricompositore molecolare, nemici ben definiti e primitivi che vanno convertiti più che sconfitti, abbracciati più che annientati. Anche Star Trek si è evoluto, passando ai nativi digitali, adesso il suo equipaggio non contiene solo rappresentanti di tutte le etnie del pianeta terra, unite dentro una sola e unica cultura, quella dell'occidente e in particolare degli Usa. Adesso Star Trek è ultraglobalizzata, universalizzata, ha incorporato il fattore multiculturalità con la convivenza tra specie aliene. I punti più alti di questa aristocrazia culturale si realizza nelle stazioni spaziali, sulle navi che percorrono le rotte commerciali e diplomatiche. L'orizzonte degli idealisti non si comprime mai, non sarebbero idealisti se permettessero ai loro desideri si scendere a patti con la realtà. Gli idealisti sono una parte dell'aristocrazia culturale che travalica le distinzioni tra scienziati, filosofi, ingegneri, borghesia commerciale, intellettuali.

Gli idealisti sono gli ambiziosi che, in alcuni casi, possiedono carismi (dal greco: dono) particolari che, uniti a fortuna e caso, all'essere nodi di particolari reti relazionali, al farsi creatori di bisogni nuovi o fornitori di prodotti che soddisfano bisogni nuovi mai considerati prima, danno luogo a persone simbolo in grado di mobilitare le masse. Le masse stanno appunto all'estremo opposto degli aristos (dal greco: migliore), in un ambiente in cui la meritocrazia ha appunto l'obiettivo di far emergere i migliori. La meritocrazia è aristocrazia, dove i migliori non sono definiti da una linea di sangue o decretati per investitura reale o papale, la meritocrazia è l'imborghesimento dell'aristocrazia nobiliare, il passaggio dall'origine per diritto morale, giuridico o divino, del riconoscimento pubblico all'origine per dimostrazione quasi-scientifica, come risultato della vincita di una competizione. Le masse invece rimangono tali. La curva statistica gaussiana che descrive quasi tutte le distribuzioni statistiche di una caratteristica all'interno di una popolazione sufficientemente numerosa si applica anche ai fattori di aristos o merito: una piccola percentuale soddisfa certi requisiti e il resto è massa. Se non si capisce questo non si scopre il bluff della rivoluzione digitale che nutre favole visionarie e omelie di santoni piene di ottimismo per il futuro e fiducia nell'evoluzione darwiniana.

Le masse sono quelle che hanno bisogno di idoli, di totem, di vitelli d'oro lari del focolare, amuleti contro il malocchio, riti per scacciare il demonio, pozioni d'amore o per cancellare le fatture. Non è religione, come vorrebbero gli atei o chi fugge e ridicolizza la religiosità come una qualunque espressione di superstizione. La religione è un'altra cosa, una faccenda da aristos come tante altre, come il sapere, come l'esperienza, come le molte capacità che posso essere sopra o sotto la media, riflettere, elaborare, unire i puntini, cogliere nessi, immaginazione, creatività, analisi, gli esseri umani possono scalare le vette così come possono sguazzare nel fango, entrambe sono scelte lecite e rispettabili, frutto del libero arbitrio. Ogni attività umana formalizzata e basta su criteri di selezione si ritrova con sacerdoti, sciamani, santi e soldati che combattono l'esercito dell'avversario coi suoi mille nomi. Quando vi trovate di fronte a un militare, un prete, uno scienziato, un giornalista, un medico, tenete sempre presente che è un elemento di un macchinario molto grande, che macina cultura da molto tempo, un omino del lego che si distingue dalla massa entrando a far parte di una particolare aristos. Anche il criminale cerca di essere il migliore nel suo campo. Anche il politico. È una tensione umana che solo con un grosso sforzo di volontà può essere abbandonata senza viverla come una rinuncia e un sacrificio.

Nessuno vuole essere l'ultimo, l'uomo qualunque, neanche per ottenere una forse vita forse eterna, forse un giorno, ammesso che esista dio, chissà, chi può dimostrare che non siano tutte fesserie inventate dall'uomo per giustificare il suo fallimento, non vergognarsi del suo essere un perdente che non si distingue nella folla, un elemento insignificante che fa numero nella massa? La religione protestante e il suo affermare che dio premia i migliori con il successo non è né la causa né l'effetto del fenomeno culturale che è al momento in atto nel mondo, lo stesso vale per il capitalismo e il libero mercato che si accompagna alla perfezione col il protestantesimo così come il socialismo si accompagna bene al buonismo perdonista cattolico, anche se è vero che nei paesi ricchi protestanti sono molto più comuni che altrove i suicidi di chi non accetta di essere destinato da dio a essere un perdente senza valore. In questo paradigma, riconducibile esclusivamente alle emanazioni storicizzate del macchinario culturale descritto poc'anzi, si è fatto strada internet: uno strumento pensato per fare evolvere le masse nella direzione voluta dall'aristos, al fine di realizzare la società desiderata dagli idealisti, che sono sempre altruisti, nessuna massa sostiene un idealista, o una formazione politica animata da idealismo, che promette un futuro in cui l'aristos diventa ricco e famoso e le masse rimangono tali. Il problema è che internet sta fallendo, su tutta la linea. Come ha fallito prima di internet la tv. La tv ha creato consenso attorno a valori e modelli comuni, ha creato il cittadino americano di provincia con una macchina due figli e un mutuo. La tv ha modellato le masse, verissimo, ha creato mercati, ha diffuso sermoni e documentari e dibattiti elettorali. La tv ha fatto su larga scala quello che un uomo dotato di potere avrebbe ottenuto lavorando sugli abitanti di un piccolo villaggio medievale. La tv ha creato il villaggio culturale globale quanto il petrolio ha creato il villaggio industriale globale.

È qui che fa il suo ingresso internet, con la possibilità di una comunicazione non più unilaterale distrugge il caposaldo di qualsiasi sistema di potere, che sia aristocratico nel senso antico del termine, ovvero basato sulla tradizione, sul mantenimento del patrimonio, dell'esercito, e sul matrimonio e filiazione come contratto fra potentati, o che sia un potere di aristos come selezione meritocratica, fingendo che non esistano variabili legate al caso, alla fortuna, alle conoscenze, alle opportunità, dove sei nato, da quale famiglia, dove hai studiato, che lingua parli, che colore ha la tua pelle, parli inglese e con quale accento? Con internet si annienta qualsiasi forma di aristos controllata e valutata da altrettanti aristos. La tv permetteva di imporre alle masse prodotti comunque selezionati da persone con l'obiettivo di educare (o rieducare, nel senso terribile dei sistemi totalitari) i cittadini o da persone che danno alle masse quello che vogliono pur di fare audience e incassare proventi pubblicitari. Con la tv il dibattito era proprio questo: cosa è meglio trasmettere, qualità poco gradita o immondizia molto gradita? Lo stesso discorso del cibo, insalata salutista o schifezza che rende obesi?

La storia ci ha dimostrato che le masse vogliono essere intrattenute piacevolmente mentre, sdraiate sul divano, mangiano porcherie. Internet lo fa molto meglio della tv, permette alla massa di snobbare completamente qualsiasi tipo di suggerimento possa venire da un'aristocrazia che non sia basata sul criterio della popolarità. Il paradiso del marketing, l'arte di indirizzare le masse utilizzando sentimenti, impulsi, la vasta area dell'irrazionale che governa le scelte umane: non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. Se riesci a far cliccare il tuo prodotto a un milione di persone altre dieci milioni seguiranno, e così via. Gli aristos sono creati dalla popolarità e dal successo, e questo è il meno, diventa più inquietante quando la popolarità e il successo diventano a loro volta un prodotto industriale, un servizio commerciale. Le masse in fondo vogliono sentirsi tali, vogliono un personaggio che li faccia sentire parte di un gruppo, vogliono innamorarsi dell'eroe e piangere quando muore come sono stati abituati a fare fin da piccoli con i cartoni animati. Vogliono succhiare il midollo della vita, andare al massimo, restare affamati e folli, gli slogan che esprimono la contraddizione profonda fra il diktat calvinista al dovere di lavorare al massimo, il darsi da fare come premio a se stesso, e allo stesso tempo gli slanci epicurei del godersi la vita come fanno i protagonisti della pubblicità.

Oggi sto andando lungo ma sono argomenti tosti, non si possono riassumere in due parole. Potrei andare avanti per altre pagine e pagine ma a quale scopo? Se anche riuscissi a spiegare per filo e per segno la realtà quella non smetterebbe di essere quello che è, anzi, non c'è niente di peggio della consapevolezza senza rimedio per sentirsi inermi e inutili, tutto è vanità e la conoscenza aumenta il dolore (Qoelet) E io non volevo nemmeno parlare di questo. Volevo parlare di cosa faranno se la massa utilizzerà le possibilità della rete per fare quello che le riesce meglio: mandare al rogo streghe, impiccare il signorotto locale, marciare sul villaggio vicino, invadere scappando dalla carestia. Che in internet si traduce nel pubblicare foto di persone che vogliamo danneggiare, diffamare la concorrenza usando pseudonimi e server dislocati in capo al mondo, rovinare la reputazione del chirurgo che non è riuscito a salvare un nostro caro. Bullismo, truffe, furto di dati sensibili, esibizionismo, è solo una piccola parte delle attività di chi approfitta del suo essere invisibile nella massa, protetto dalla massa, e anzi vendicatore di torti contro le masse, ribelle contro il sistema, cellula di un corpo rivoluzionario digitale che sovvertirà l'ordine costituito che è ingiusto, vecchio, incompatibile con i nuovi formati. L'ipotesi che la gente smette di essere stupida e malvagia nel momento in cui entra nel magico mondo del digitale è come minimo azzardata.

Volevo parlare invece dei nativi digitali, dei nostri bambini. Della maestra che non ha 80 anni e mi dice della progressiva perdita di capacità di analisi e di manualità pratica che riscontra nei bambini delle elementari. Bimbi bravissimi a mettere un dito sullo schermo per tirare l'uccellino con la fionda virtuale ma che non capisce l'utilità di azioni ludiche svincolate dall'entertaiment, così che costruire una fionda vera è troppo difficile, noioso, complicato, ci vuole troppa pazienza, troppa concentrazione, troppa conoscenza teorica, troppa abilità gestuale. Addirittura recenti studi dimostrano che l'esposizione di un bambino a dieci minuti di cartoni animati a movimento rapido, ovvero dove i personaggi, al fine di immettere il maggior quantitativo di storia possibile, si muovono più veloci di quanto è naturale che facciano, e il bambino non riesce più a disegnare correttamente, cerca di replicare il dinamismo marinettiano di una realtà artificiale o virtuale che dir si voglia. Volevo parlare della tendenza a sistemi chiusi per rassicurare l'utente che sacrificano la tensione naturale dei bambini alla sperimentazione, aprire per vedere com'è fatto, rompere, affrontare imprevisti e ostacoli nel percorso espertivo di maturazione personale. Tutto ciò non è possibile su apparecchi venduti come status symbol, come traguardo estetico, come tecnologia nascosta che lavora senza bisogno dell'utente che non deve fare niente, solo muovere il pollice, l'equivalente digitale del mettersi sul divano a guardare la tv mangiando schifezze. Qui torniamo alle masse, alla curva gaussiana, all'idealismo di uno strumento che gioverà alle masse che si scontra contro il successo ottenuto vendendo alle masse oggetti ad alto contenuto di emozione, per la gioia del marketing che può usare slogan suadenti e infidi come 'lo sanno usare anche i bambini'. I bambini come soggetti adulti fisicamente o mentalmente menomati, le masse come bambini, con la sensazione che ci sia una mamma a coccolarli e un papà a tener lontani i pericoli. Bambini che non giocano davvero ma giocano a giocare, attaccati a una tecnologia che si presenta come una bicicletta e si rivela un polmone d'acciaio.

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