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venerdì 27 gennaio 2012

con metodo scientifico

Oggi è la giornata della memoria. Si leggono cose preparate da giorni per far bella figura, cose riproposte come a tirare fuori l'album fotografico di famiglia, si leggono cose di gente che partecipa alla celebrazione mediatica per guardare nell'obbiettivo e salutare la mamma, si leggono cose di gente che spara nemmeno contro i defunti, che anche i defunti ormai sono polverizzati, spara contro i fantasmi e non per ricordare ma per far rivivere il passato, come quelli che si vestono da soldato nordista e fanno finta di morire rotolando nell'erba, sotto gli occhi di spettatori divertiti. Il rischio di iniziative culturali come questa, la riflessione pubblica e collettiva sul dramma dell'olocausto, è l'effetto spettacolo, l'infezione dell'intrattenimento che trasforma ogni argomento in attrattiva, venite fatevi avanti siore e siori. Si valuta in termini di feedback l'iniziativa poco o molto interessante, a prescindere dai contenuti, si avverte la necessità di una tragedia che si presti a venire replicata senza perdere pubblico, come le serie tv che possono chiudere dopo la puntata pilota o andare avanti decenni. Si percepisce tutto questo in varie occasioni delle quali la giornata della memoria è una di queste, e quanto il non partecipare ti fa sentire in colpa, sentimentalmente egoista, romanticamente sterile, empaticamente limitato, tanto il partecipare ti fa sentire complice del sistema propagandistico superficiale, emotivo, irrazionale, acritico, che non approvi. Sia l'anno scorso che quello prima ho voluto mettere il dito anch'io nella ferita sempre aperta del antisemitismo e, nonostante la premessa liberatoria, è quello che sto facendo anche quest'anno.

Vedremo fotografie, filmati, leggeremo poesie, diari, tutto materiale che accusa i colpevoli come se fossero quattro stronzi sbucati fuori dalla fogna e avessero preso il potere di notte, mentre i buoni dormivano, e una volta sul trono del re avessero dato ordini indiscutibili per via di un incantesimo malvagio che rende schiavi. L'olocausto sembrerebbe opera di robot schiavizzati con la magia da mostri arrivati al comando con la truffa. Dite la verità, è questo che avete dentro alla testa, ecco perché non ho mai tutto quell'entusiasmo nell'unirmi ai riti di gruppo, non è per una forma di asocialità malata o presuntuosa, no, è perché non voglio sentirmi complice dell'inganno culturale. L'olocausto è stato il frutto naturale di un'epoca di socialismo scientifico, di scienza applicata alla società. Parliamo di Darwin, di Lombroso, di esplorazioni, di schiavismo, di rivoluzione industriale. Non si può trattare il nazismo come una cosa a parte, differente dalla altre dittature europee o addirittura estranea alla cultura prevalente nell'occidente. Non c'è niente di separato nello sviluppo organico del pensiero occidentale, la tecnologia influenza la storia che influenza la filosofia che influenza la medicina e via dicendo. L'olocausto non l'hanno fatto gli alieni, l'abbiamo fatto noi, anche noi adesso che ne parliamo schierandoci dalla parte dei buoni. Mettetevelo bene in testa che voi non siete i buoni, neanche se sputate sui nazisti, neanche se chiedete scusa, voi siete colpevoli due volte se vi credete innocenti. Se voi foste nati nella Germania di Hitler avreste pensato che fosse tutto giusto e normale, scientificamente dimostrato, moralmente accettabile. Chiaro? Voi non siete innocenti! Tantomeno siete buoni!

Se voi foste l'aristocrazia francese di fine 700 avreste pensato che la marmaglia stava esagerando. Se foste russi sotto Stalin avreste esultato alla notizia di un vicino di casa scoperto dalla polizia segreta e spedito in Siberia. Voi non sedete nel banco della giuria, o siete nell'elenco delle vittime o siete sul banco degli imputati. Non giudicare e non verrai giudicato non significa non giudicare apertamente per paura delle ritorsioni o astieniti ipocritamente dal giudicare, significa che nel momento in cui giudichi vieni giudicato. Il giudizio sull'olocausto, in particolare, è un giudizio su di noi come umanità, un giudizio su come gli esseri umani siano in balia di correnti culturali sulle quali non hanno alcun potere se non quello di testimoniare estraneità a posteriori, rinnegando qualsiasi coinvolgimento con cieca insistenza, per una due tre volte di fila se necessario. Tirarsene fuori, togliersi di dosso la colpa come fosse polvere sui vestiti, qualcosa di estraneo, e invece non è niente che viene da fuori, fatta da altri, che possiamo prendere, legargli al collo una collana di responsabilità e cacciare a pedate nel deserto. L'olocausto è colpa di tutti, anche di noi che celebriamo il giorno della memoria come a dare una pacca sulle spalle di solidarietà a gente che con noi non c'entra. E vedi gente che ogni giorno dell'anno esprime posizioni violente e assolutiste, oggi e solo oggi apre una parentesi di comprensione viscerale delle vicende umane come chi porta i fiori freschi sulla tomba dei genitori per il giorno di ognissanti.

Per cui sì, partecipo anche quest'anno, ma sto in disparte, come al solito, sto in fondo, nell'ombra, e sto zitto, non rovino la festa a nessuno. Farò finta di niente a chi mi guarda il naso e annuisce come se avesse capito qualcosa di me che nemmeno io comprendo, a chi maledice i colpevoli quando dovrebbe maledire tutti noi per essere come siamo. L'olocausto è il frutto più vistoso del socialismo scientifico che mira a eliminare i pezzi difettosi o non congruenti, che siano i geneticamente imperfetti, gli individui che non si sacrificano per il bene comune, che sia popolo o nazione. Nazismo è una contrazione di nazional-socialismo, è volkswagen che vuol dire auto del popolo, è industrializzazione e mito del superuomo niciano che in russia è stalin che significa acciaio e in america è clark kent. Non possiamo isolare la Germania e dire loro sono stati cattivi e noi no perché hanno fatto quello che avremmo fatto anche noi se avessimo trovato il coraggio. Perché tutto il mondo occidentale la pensava esattamente come i nazisti su tutto, chiaro? Riuscite a capirlo al volo o ve lo dico più lentamente? Le pubblicazioni sulle riviste scientifiche in tutto il mondo moderno puntavano dritte lì. Le pubblicazioni universitarie su temi filosofici puntavano dritte lì. I concetti espressi sotto forma di arte puntavano dritti lì. L'olocausto è il punto del corpo dove ha colpito il proiettile culturale sparato dall'umanità contro se stessa. La cultura dell'uomo occidentale, ovvero dell'intero mondo civilizzato, non si è neppure fermata a prestare soccorso, è andata avanti come se fosse inciampata.

Voi pensate che il nazismo sia diverso dal comunismo, dalle tante dittature nel mondo che si esprimono realizzando varianti del progetto ideologico del socialismo scientifico, una visione del mondo positiva e luminosa, come direbbero certi invasati, un lungo percorso verso la perfezione più o meno condiviso dalla maggioranza, sostenuto dalla voce pubblica delle élite che indirizzano l'operato delle classi dirigenti profetizzando rivoluzioni, teorizzando spiegazioni almeno plausibili, sventolando proiezioni statistiche ad hoc. Un mondo dove si è buoni per legge e il diritto ha fondamento nelle leggi naturali. Ebbene, voi siete nazisti. Voi volete eliminare chi non rientra nei vostri parametri. È normale, succede da sempre, è una dinamica di gruppo che si riscontra anche negli animali. Siete stati adolescenti, sapete cosa vuol dire essere dentro o fuori da un gruppo. Se dovete scegliere fra il salvare un parente o uno sconosciuto voi scegliete il parente. Se qualcuno al posto vostro compie di nascosto azioni che vi portano vantaggi, che sia eliminare la concorrenza, imprigionare i terroristi, uccidere feti femmine per contenere la popolazione, distruggere ecosistemi per farvi stare al caldo d'inverno, voi state zitti e fate finta di niente, preparare discorsi difensivi per un domani in cui vi venisse chiesto di rendere conto della vostra inerzia, vi preparate a manifestare pubblicamente cordoglio e pentimento, a chiedere scusa per quello che han fatto gli altri, i cattivi, a vostra insaputa. Per cui cosa volete che vi dica? Che siamo tutti ebrei? Va bene, ma alcuni di più e altri di meno, e non dirò che io lo sono di più, ma di certo in molti lo sono di meno.


venerdì 9 dicembre 2011

Effetto Franzen.

Si tende a non parlare del presente, a tenere per sé le riflessioni sul presente, per evitare complicazioni, implicazioni, ritorsioni, per evitare di dare l'impressione di vantarsi o di lamentarsi, di fare i drammatici o i superficiali, perché non va mai bene come sei, quel che fai, come ti rapporti a, il modo in cui reagisci. Nel presente si naviga a vista se si ha un minimo di intelligenza o di esperienza, di sensibilità o di educazione, altrimenti si procede a carrarmato, conosci anche tu quelli che sanno tutto loro, che ti insegnano come si fa, che si stupiscono di te perché non gridi, non ti ribelli, che se non ti imponi non ottieni, che ti devi conquistare tutto, che hai diritto a tutto. Nel presente, parlo per me, si tende a evitare lo stress, si passa gran parte del tempo a prepararsi per subire lo stress, e col tempo le fonti di stress si moltiplicano, perfino l'assenza di fonti di stress diventa una fonte di stress. C'è un tempo in cui fai tutto quello che devi fare perché è quello che ci si aspetta da te, studi latino, per esempio, anche se il latino è una lingua morta che ti fa schifo al, stai nel traffico cantando l'ultimo successo alla radio, e quando ti viene da riflettere a te come corpo vivente in una scatola e ti viene da chiederti perché, che senso ha, scacci i pensieri, gridi contro un altro automobilista che tanto mica ti sente, mica ti vede, mica se ne accorge, e se ne sbatte se pure ne accorge, dato che ti sei appoggiato sul clacson e sputi saliva con gli occhi invenati come una scimmia resa pazza da una consapevolezza crudele.

C'è un momento nella vita in cui si supera una frontiera, anzi, ci sono molti momenti così, ma oggi voglio parlare di una frontiera particolare, quella che da un po' mi ci riferisco come effetto Franzen. Non perché sia imputabile a Franzen, solo perché mi sono accorto di esserci entrato mentre leggevo Franzen. È una frontiera simile al presente, di cui non si parla per tanti motivi, fra i quali il problema di prospettiva, che quando lo si vede per intero il presente è andato, è troppo lontano. Come quegli anziani che hanno la faccia tosta di farti capire che ci sono già passati, che non ti invidiano la presenza di spirito che ti causa struggimento e ti rende famelico, gli anziani che annuiscono e ti dicono passerà, starai meglio, come a dire tu finirai o non finirai come me, tu troverai la via, la verità e la vita, andrà tutto bene, sei nato per dimostrare che ho ragione, che è possibile, che non farai i miei stessi errori. Gli anziani che esibiscono quella patina di menefreghismo egoista con la pretesa che venga scambiata per la superiorità e il distacco tipici di chi ha capito l'importanza di, il segreto della, che ha trovato i soldi per pagare i conti del dolore, della colpa, degli errori di gioventù. Gli occhi di chi è soddisfatto oppure no, di chi è stato svuotato e riempito troppe volte, di chi si aspettava chissà cosa ma va bene così, la grande consolazione di sapersi accontentare senza cadere nell'abuso di farmaci.

Lo chiamo effetto Franzen quello che interrompe il meccanismo di implicazione, di adesione formale, alle liturgie della civiltà, l'immedesimazione con il teatro pubblicitario, i media come anfiteatro dove si mangiano i poveri, gli sfigati, i perdenti, i malati, dove si impara a evitare tutto ciò che potrebbe identificarci con la parte sbagliata della società, quella brutta, vestita male, coi denti storti, claudicante. La frontiera della partecipazione, dove perdono peso le balle dei politici più invitati e le opinioni dei giornalisti più cliccati, dove le statistiche puzzano e le battute dei comici sono meno tristi delle risate che provocano. L'effetto Franzen è quando sai che l'ennesimo prodotto di intrattenimento non sarà soddisfacente, va persa una chiave, come nell'assuefazione, serve musica a volume sempre più alto, serve più violenza, più parolacce, più sesso, altrimenti non mi diverte più, e alla lunga subentra l'anestetico, l'arto fantasma che succede l'amputazione, o l'atrofizzazione dell'organo del piacere, una forma di atarassia colma di panico, come quando ti rendi conto di essere sul punto di annegare. L'effetto Franzen che riconosci come un'eco che al posto di ridursi progredisce diventando assordante, l'eco di tutte le volte che hai abbandonato qualcosa o qualcuno, certi giocattoli, figurine fumetti favole, telefilm, certe canzoni e certi libri che avresti giurato inestinguibili, che alcuni – saranno sinceri o solo stupidi? - si portano dietro fino alla morte come legati da un patto di sangue, un debito perenne per aver riempito vite così ristrette da stare dentro a un ditale.

Non possiamo parlare del presente e non possiamo mangiare a stomaco pieno, l'effetto Franzen ti provoca la nausea, non riesci più a leggere libri che ti sembrano tutti uguali, film che ricalcano trame abusate, e ti chiedi quanta vita hai davanti e come farai a riempirla, dove troverai sostanze in grado di scatenare nel tuo corpo la soddisfazione, anche piccola, anche temporanea, la voglia di costruire che ti viene quando ti danno i componenti di un oggetto mai visto prima, dal funzionamento inimmaginabile, e un manuale di istruzioni scritto in una lingua sconosciuta. L'effetto Franzen è quando la probabilità che succeda viene percepita come mutata drasticamente verso il basso, quando inizi a chiederti se è normale trovare interessanti i documentari, quando ti accorgi che è da qualche giorno, mese, anno, che hai preso la folle abitudine di, quando leggi un libro che qualche anno l'avresti buttato via dopo due pagine, quando scopri di avere più pazienza del necessario, e annuisci a un giovane incazzato, gli dici tu devi conquistare il mondo, tu hai diritto al meglio, tu sei pieno di energia, se una bomba a orologeria, tu devi fare cento figli, diventare miliardario, comandare gli eserciti, ma soprattutto ritardare gli effetti Franzen, devi restare stupido, ignorante, animalesco, la tua odiosa naturalezza è ciò che ti tiene al riparo dall'autodistruzione, il sapere ti avvelena, giovane Icaro, l'intelligenza ti uccide, benvenuto a Pandemonio. 



martedì 16 marzo 2010

15 anni fa

Le mappe di solito fanno sembrare molto vicina l'Africa rispetto all'America, in realtà ci vuole più tempo per volare a Nairobi che a New York. Per arrivare in Ruanda nel 1994 devi fare scalo a Nairobi, prendere un aereo per Bukavu, Zaire (il Congo è Zaire dal 1971 al 1997), l'aereo postale più vecchio sul quale sia mai salito, motori a elica, i sedili foderati in sky screpolato marrone che mi ricordano quelli della cinquecento gialla col tettuccio di tela cerata di mia zia, quella che dovevi tirare diverse volte una levetta fra i sedili prima di tentare l'accensione. Tutto il viaggio col portellone aperto, a poche centinaia di metri da terra, se allunghi la mano tocchi la schiena dei piloti che si dicono cose divertenti, lo capisci dal fatto che ridono molto.
Quando atterri a Bukavu e vai al bagno dell'aeroporto ti viene da vomitare per la puzza che c'è, ma ti scappa tanto e ci vai lo stesso, trattieni il fiato guardando il getto della tua piscia innaffiare una massa di larve di mosca che ribolle nello scarico. Non c'è l'acqua nei tubi, è inutile che premi il bottone dello scarico. L'aeroporto è presidiato da soldati che parlano francese. Qui un tempo ci vennero belgi e tedeschi, i cosiddetti boeri. Costruirono strade, centrali elettriche, pozzi. Adesso è tutta roba che sta più o meno rapidamente andando in malora.
A Bukavu prendi una macchina e fai diverse ore di strada, attraversi il confine e sei arrivato in Ruanda. Il confine. Il confine è una sbarra in mezzo alla strada, se così si può chiamare un insieme di buche con dell'asfalto coperto di terra rossa che le unisce. C'è un casotto di legno, tetto di lamiera, lì accanto. Fermano solo le macchine. Donne con involti di tessuto colorato sulla testa ondeggiano su ciabatte, se hanno le fortuna di averle, dirette chissà dove, come formichine sul ciglio delle strade. Oltre al posto di frontiera c'è un casotto che vende non so cosa. Vedo pacchetti di noccioline in involucri multicolori, prodotte chissà dove, appese vicino al bancone. Di fianco a quello che penso sia un bar c'è però un telefono, un negozio che vende telefonate, si capisce dal cavo. C'è un solo cavo che corre sugli unici pali per arrivare in quell'unico negozio.
Il cavo finisce in un telefono grigio, a rotella, i numeri non si vedono più, consumati da innumerevoli polpastrelli. Provo a fare una telefonata, dopo diversi minuti di scariche elettrostatiche e dialoghi in francese e inglese arriva un segnale mai sentito, un infinito lamento semitonale. Appendo la cornetta e pago il sorridente negoziante, commesso, incaricato, quel che è. Non sono ancora abituato a tutti questi sorrisi con i denti in mostra, ogni volta rimango sorpreso davanti a tutti quei denti bianchi. Qualche volta mi ricordo della mia faccia e cerco di mostrare anch'io i denti quando sorrido, ma non è una cosa che farei davanti a uno specchio. Mi sembra tutto eccessivo, ma dipende da me, mi dico, sono io che mi devo ambientare.
La guardia di frontiera è una donna seduta a un tavolo nel casotto accanto alla sbarra. Controlla i documenti e dice qualcosa in swahili al suo attendente. Quasi tutte le frasi in questa regione finiscono con “Eeehhh”. Ridono. Passa al francese e mi dice non puoi entrare. Rimango zitto, aspetto. La donna sfoglia ancora i documenti e scuote la testa, poi dice c'è un'epidemia di meningite e qua manca il vaccino e di nuovo un sorriso a mille denti che non smette mai di atterrirmi. A questo punto interviene la mia guida, prende il libretto dei vaccini, mi tira in disparte, mi dice dammi qualche dollaro. Infila la banconota da dieci nel libretto e torna dalla donna, e dice è tutto a posto, e offre una caramella all'attendente mentre la donna controlla meglio e timbra il passaporto e ci fa segno di andare.
La guida offre una caramella anche a me, io gli prendo l'intero pacchetto e lo passo a un bambino che mi segue da quando sono sceso dalla macchina. Tutto quello che indossa è un paio di calzoncini. Mi chiama 'Père'' e sua madre, seduta sui talloni a riposare, non lo perde mai di vista. In mezzo ai suoi piedi si sta formando una piccola pozzanghera di muco e sangue, ogni tanto tossisce e sputa. Il bambino prende le caramelle e corre da sua madre che si rialza, lo prende per mano e se ne vanno via. Nessuno dei due si volta a guardarmi.
Adesso siamo in Ruanda, passiamo sotto una massicciata dalla quale si vede la punta di qualche fucile. Poco più avanti c'è un posto di blocco e fra i soldati c'è un ragazzino alto poco più del mitragliatore che imbraccia. I pantaloni della mimetica sono rimboccati alla caviglia. Sembra felice. La guida mi dice di nascondere la macchina fotografica e tirar fuori qualche banconota. Tra qualche ora arriveremo a Kigali, la capitale del Ruanda. Dormiremo in una missione e domani mattina ripartiremo per raggiungerne un'altra. Il missionario che ci ospiterà a Kigali sarà morto prima di due mesi ma ancora non lo sa e quando mi vede tirar fuori una sigaretta me ne chiede una. Non ne fumo una da mesi, mi dice, e ridacchia per pensieri che restano suoi. Gli lascio tre pacchetti della mia scorta prima di andarmene. Ufficialmente sarà morto per incidente stradale.
A Kigali sta per succedere un genocidio, fra due mesi gli Hutu (85% della popolazione) uccideranno i Tutsi (15%). Adesso i Tutsi sono più di un milione, quest'estate ne resteranno vivi trecentomila. La differenza sarà uccisa in tre mesi, al ritmo di diecimila al giorno, sette morti al minuto, donne e bambini compresi. Con le pallottole, con il machete, con il forcone, a calci e pugni, a sassate, ponetevi come limite la fantasia e ci saranno usati modi per uccidere a cui non siete arrivati. Potete per esempio immaginare di aprire la pancia di una donna incinta e infilzare il nascituro su un bastone e sventolarlo davanti agli occhi della madre che sta morendo dissanguata? Forse no.
Mentre raggiungiamo la missione attraversiamo la giungla. Non riconosco le piante, non mi sembra normale il colore di questa terra. Perfino l'odore dell'aria è nuovo per me. È tutto diverso. Perfino gli insetti, una stupida formica riesce a stupirti. Qui devi usare l'amuchina per disinfettare l'acqua prima di berla. Se cammini senza scarpe c'è un parassita che ti entra nella pelle del piede, usa le vene per arrivarti nei polmoni, ti sale nella trachea e ti scende nell'esofago per andare a stabilirsi nel tuo intestino. C'è un'epidemia di colera alla missione sulla riva del lago Kivu e non possiamo farci sosta come era previsto. Zanzariere e insetticida sono ancora un lusso per pochi, e ti devi ricordare di bere le pastiglie per la profilassi antimalarica.

lunedì 15 marzo 2010

Africa (Ciao Indro, hai scoperto se c'è?)

"Ci sono due razzismi: uno europeo - e questo lo lasciamo in monopolio ai capi biondi d'oltralpe; e uno africano - e questo è un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno finchè non si sia data loro una civiltà." (Indro Montanelli, da Asmara, Etiopia, Gennaio 1936, per "Civiltà Fascista".)

Uno dei tanti fax che ho scritto a Indro, questo è del 29 Luglio 1997

All'attenzione di: Indro Montanelli.
Mittente: Raffaele Birlini.
Oggetto: Anch'io sono stato in Africa.


Dall'oblò si vedeva solo buio, nessuna fila di lampioni a illuminare strisce d'asfalto, nessun agglomerato di puntini luminosi a segnare i confini della civiltà. Probabilmente il ronzio lontano delle nostre turbine nel cielo era l'unico suono artificiale della giungla, là sotto. L'oblò teneva fuori il buio, ma anche l'odore dell'aria e un mucchio di altre cose, fra le quali la paura. Un odore così penetrante, fatto di terra muschio carne e polvere d'ossa; una paura così sottile, capace di prenderti alle spalle e spingerti nel nulla di uno stupore incomprensibile, alieno. Gli occhi pieni di colori stanchi, di movimenti inconsueti, nelle orecchie la totale assenza di suoni familiari. Come aprire la porta e uscire dalla realtà, e la sorpresa di sentire i capelli ritti sulla nuca senza sapere il perché. Questa la mia prima impressione del Ruanda, un paio di mesi prima della guerra fratricida.

L'aeroporto di Kigali è una struttura moderna, troppo grande. Ne viene utilizzata una sola grande stanza, le altre sigillate e controllate da soldati armati fino ai denti. Soldati dappertutto: quelli bianchi della base belga e quelli neri dell'esercito ruandese. Posti di blocco ovunque con ragazzini che ti puntano il mitra sorridendo, gli occhi nascosti nel giallo malarico. Domani scoppierà una bomba in questa strada che sto percorrendo, moriranno due persone e resterà ferita una bambina. Si respira tensione. Al confine con lo Zaire c'è una massicciata perfetta per i cecchini, lo afferma la donna alla dogana prima di chiedermi informazioni sul vaccino per la meningite. Ne ho fatti una decina, anticolera compreso, ma della meningite non sapevo nulla. Un biglietto da dieci dollari la convince a non rimandarmi subito a casa.

Arrivano e partono solo aerei belgi e russi ed è vietato scattare foto, la pena varia: calcio del mitra sulla mascella e macchina fotografica a pezzi, oppure sventagliata fulminante di proiettili e invio della salma al Paese natio. Esco e mi fermo sotto il sole ad osservare le basse colline tutt'attorno, coperte da una pesante cappa di opacità, effetto abat-jour provocato dall'umidità. Raggiungeremo la base dei missionari entro sera. Forse. Mentre aspetto la forza di muovere un altro passo in quell'aria densa come budino, ascolto la canzone dell'anziana signora addetta alle pulizie. È swahili, la lingua più complicata che mi sia capitato di incontrare. Una melodia lenta e articolata, capace di trattenere per ore l'incauto ascoltatore che se ne lasci irretire. Quando s'accorge del mio interesse smette per un momento di cantare dicendomi una frase che potrebbe essere un commento come una domanda. Termina con "Eehhhhh", cadenza tipica della parlata di qui.

Non capisco cosa provo vivendo tutto questo, è come se il mio cervello fosse di colpo tornato vergine, incontaminato, come l'immenso territorio di terra rossa e cielo bianco che mi circonda. Sono qui solo da un'ora, e mi sembra già trascorso un secolo. Un millennio. All'indietro nel tempo. Mi viene l'impressione di aver ancora pochi giorni di vita e questo mi rende oltremodo recettivo. Forse è questo il mio modo di subire il mal d'Africa. Un male molto simile al dolore fisico, per quanto mi riguarda. Un male che fa chiudere la bocca e aprire gli occhi. Che ti fa prendere per mano un bambino che ti guarda con ignara speranza e sguardo felice; poco lontano sua madre, tubercolosa, sputa sangue. Che ti abitua a camion stracarichi con gente appesa alle paratie, a vacche scheletriche, a donne anziane che percorrono chilometri pur di andare a vendere la loro dozzina di uova dove il prezzo è un poco più alto.

E tutt'intorno milizia armata, uscita dai campi d'addestramento russi e cubani, povertà', febbri, rassegnazione, discorsi punteggiati da "Eehhh" che a lungo andare tengono compagnia, danno calore come fossero amichevoli abbracci sonori.