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venerdì 20 aprile 2012

Incognito

La letteratura, come qualsiasi attività umana, necessita di riconoscimento. L'appagamento dell'autoreferenziale fa capo a capacità critiche e risorse di autostima chiamate a superare la forza dirompente dell'ostracismo, l'arma sociale preferita nelle società umane che nemmeno le scimmie sono così crudeli da utilizzare. Puoi essere l'orologiaio più capace del mondo e non trovare non dico acquirenti per le tue sveglie, ma nemmeno esperti in materia disposti a fare pubbliche ammissioni. Ci vuole una grande forza interiore per fare a meno del riconoscimento pubblico, ufficiale, è rivoluzionario l'atteggiamento del fuori concorso, di chi non partecipa alla competizione perché non condivide le regole o denuncia la soggettività delle premiazioni. Perché se fai orologi puoi dimostrare che i tuoi sono più precisi, ma non puoi dimostrare nulla se scrivi, canti, reciti, fotografi, pensi, fai cultura.

È facile paragonare all'onanismo la pratica di chi non rivolge la sua produzione a un pubblico. È facile paragonare a facili costumi chi dà via la sua produzione gratuitamente. Il paragone col sesso è calzante: se lo fai per te stesso non va bene, se lo fai gratis al primo che passa non va bene, se lo fai a pagamento col primo che passa è già più accettabile, e in fondo è quello che fanno tutti coloro che hanno successo. È raro che qualcuno venga riconosciuto per un lavoro non espressamente finalizzato a gratificare un acquirente ben identificato, che sia l'adolescente con soldi in tasca per comprare canzoni d'amore, che sia il partito politico che vuole modificare i comportamenti sociali, che sia il cittadino medio che occupa una fascia di mercato lasciata scoperta. Se invece pensate davvero che la cultura sia un fiore spontaneo allora vi lascio tranquilli a brancolare nei dolci pascoli dell'ingenuità.

Prendete per esempio il testo di una canzone di un cantautore famoso, di quelli che gli danno le lauree honoris causa, che ogni tanto salta su qualcuno a dire che dovrebbero insegnarle a scuola. Sembra un testo fantastico, pieno di emozione e sentimento, di una profondità abissale in grado di far piangere i sassi, lo è fino a quando non immaginate che l'abbia scritto un liceale brufoloso sconosciuto, uno che si comporta male, dice le parolacce e fa il buffone. A quel punto ditemi che non andate in tilt. Non c'è il personaggio sul palco, vestito così, coi capelli così, il tatuaggio, il trucco, oppure con l'aria normale del bravo ragazzo, insomma non c'è materiale per dargli un riconoscimento ufficiale. Se il vostro cameriere scrivesse una poesia e ve la mostrasse voi lo guardereste come si guarda un cane finito sotto la macchina. La stessa poesia riportata in tv e sui giornali, citata da giornalisti e trasmessa alla radio diventa un capolavoro.

Non è colpa di nessuno. È così che funziona. Il pubblico, tranne rare eccezioni, non è in grado di giudicare da sé il valore di opere culturali. La gente si appoggia al riconoscimento ufficiale. Una volta questo riconoscimento veniva dall'alto, c'era un establishment, un'intellighenzia che decideva chi riconoscere. Nelle dittature venivano riconosciute solo opere grate al Partito, il resto era underground, era dissidenza, era rivoluzionari-reazionari che rischiavano galera, tortura, campi di rieducazione e condanne a morte. Adesso l'underground è diventato nazional-popolare, adesso il riconoscimento è dato dalle copie vendute e non dai premi della giuria, adesso sei scrittore perché il tuo libro è stato pubblicato, lo sei ancora di più se hai venduto tante copie. Adesso ci sono case discografiche, case editrici, vere e proprie industrie commerciali che non hanno nulla di culturale ma fanno un investimento sull'autore, analizzando le preferenze di mercato, programmando la sua carriera a tavolino, comprando la popolarità dell'autore adottato e inserito nella scuderia aziendale a suon di promozione e visibilità mediatica.

Ecco perché io ho scritto qui sul web, in questi anni, solo per mio figlio, per dimostrargli che non ho mai avuto paura di mostrarmi per quello che sono, che non ho niente da nascondere, mio figlio è il mio unico pubblico, l'unico pubblico che mi sia mai interessato. Ecco perché non me ne frega niente, in fondo, di essere riconosciuto dal mondo quando parlo del mondo, dell'economia, della filosofia, dell'arte, e me ne tornerò presto a farmi gli affari miei, a giocare a gw2, fare passeggiate, dedicarmi a hobby privati che non necessitano né aspirano ad alcun riconoscimento pubblico, tornerò a far finta che non esista questo baraccone mediatico e neppure i clienti che gli danno modo di funzionare. Perché anche l'amore ha bisogno di riconoscimento per esistere, non puoi dire di aver sperimentato l'amore se hai sempre e solo amato te stesso, perfino un dio non sarebbe tale senza qualcuno in grado di riconoscerlo come tale. Ma anche pretendere di essere dio è superbia, foss'anche dio a pretenderlo, il risultato è che siamo liberi, e per me essere libero e avere la capacità di rendermene conto è più che sufficiente, anche a costo di dover bastare a me stesso.


giovedì 2 febbraio 2012

Carta canta

Franzen dice che le cose su carta sono preferibili perché non vanno soggette a cambiamenti, dice che i file spariscono, vengono modificati, che sul monitor stai leggendo una porcheria e il momento dopo un capolavoro. Non ha detto capolavoro, ha detto Jane Austin, ma suppongo volesse dire letteratura. Ha detto che le cose digitali sono fatte per non durare, nel senso che vengono scritte come nelle news, che non hanno pretese di lunga scadenza, non cercano nemmeno di essere piacevoli per lungo tempo. Qui potremmo perderci le ore a discutere di consumismo, intrattenimento, se esista l'arte popolare, ma in sostanza dice che se metti su carta fai un gesto simbolico forte, è come se dici queste cose le ho scritte con la presunzione che abbiano un valore degno di essere reso disponibile nel lungo periodo. Che ci metti l'impegno, la faccia, ti giochi la reputazione, non puoi cancellarlo o modificarlo come un post su un blog. L'arte come religione, l'ha chiamata così, ci è arrivato da solo, perché anche le cose su carta non durano, e ci sono cose su carte che sono lì solo a testimoniare l'errore di chi pensava meritassero non solo la stampa in copia unica, il che avrebbe senso nella logica dell'edizione come imprimatur culturale, ma addirittura la diffusione a mezzo stampa. Franzen è un po' monacale, anche dove dice che si deve spegnere tutto, tv e internet, per concentrarsi in maniera esclusiva e totale sul proprio lavoro, sul proprio dono intellettuale al mondo, questo è la mia letteratura, prendete e leggetene tutti. È proprio vero che per continuare a rispettare un autore di cui si magnificano le opere è necessario non conoscerlo mai di persona, perché Franzen non ha mai avuto bambini attorno, non ha mai scritto nei locali della pausa caffè di una lavanderia industriale, non ha mai subito il rumore del traffico, il tubare dei piccioni sul tetto e il rosicchiare dei topi nelle pareti, le sirene antifurto dei vicini in ferie. La funzione ieratica dell'autore è così aristocratica da suscitare invidia e senso di ingiustizia, anche in presenza di meriti innegabili, laddove si presta a giustificare un censo allargato a chi invece meriti non possiede se non quello di trascinare verso il basso gli standard per adeguarli ai gusti dei potenziali clienti. Franzen, non voglio fare nomi, ma sappiamo tutti e due che esistono intere saghe che sul monitor le chiameresti porcherie e su carta come le chiami? Quindi il discorso è più complesso di così, ti stimo troppo per insinuare che hai fatto il furbo quando ti è venuto in mente che il settore in cui lavori campa con roba stampata su carta, roba il cui valore non cambia a seconda del supporto, altrimenti incidiamolo nella pietra, quanto dev'essere importante un'opera letteraria per meritarsi la pubblicazione su pietra? Quanto i dieci comandamenti? Ha fatto bene Salinger a mendare tutti a fare in culo, a non rispondere neanche al telefono, è quello che farò anch'io appena esce gw2, e più vai avanti con l'età e più è facile che spari cazzate, è meglio stare zitti se non si ha intenzione di scendere a patti con se stessi e vendersi agli emissari del marketing. Se vuoi parlare devi essere un King, che la critica non lo digerisce e può dire quel che gli pare senza il rischio di perdere la corona di un Roth o di un DeLillo, per citare i più recenti, scrittori che assurgono alla soglia dell'empireo e non gli rimane a quel punto che perdere terreno, abbruttirsi, tornare a indossare pian piano i panni dell'uomo normale, senza superpoteri attribuiti da giurie di loro impari, osannanti e proni di fronte a cotanta maestria. King rappresenta il plebeo, l'antieroe del sistema aristocratico che, nei fatti, è la realtà di ogni arte, dove si tende al sovrumano, all'assoluto, con i contenuti religiosi che Franzen percepisce. King che da parecchio la vive male, si sente respinto con motivazioni pretestuose, che reputa di incarnare meglio la funzione della letteratura come narrazione che sfrutta il piacere dell'intrattenimento per impartire insegnamenti morali o trasmettere esperienze formative. Il nonno preistorico che tiene occupati i ragazzini raccontando antiche e terrificanti battute di caccia. King è il bardo, Franzen lo sciamano. King ti vendeva il miglio verde a fascicoli settimanali per fare il Dickens, Franzen è in grado di classificare un libro tenendo conto di parecchi indicatori qualitativi, King vendeva scritti su internet quando internet la usavano ancora in pochi, the plant mi pare si chiamasse quel racconto, e non lo faceva perché aveva bisogno di soldi come all'inizio carriera, quando spediva racconti ai giornali per pagare le bollette, per Franzen invece internet è troppo generalista, sarebbe come mettere un approfondimento sulla situazione geopolitica mediorientale del New York Times fra le pagine di Amazing Stories. Franzen è lo scrittore che, al momento, reputo il migliore autore vivente nel campo della letteratura, ma scrive, come dice lui stesso, 'per chi ama leggere', ovvero per chi è in cerca di prodotti di fascia alta, di lusso, che hanno l'ambizione di durare se non in eterno almeno quasi, e questa è una posizione nobile, romantica che più romantica non si può, ma che nasce minoritaria per motivi intrinseci: l'élite è per definizione la crème de la crème, laddove il sistema di selezione meritocratica funziona e, anche laddove funziona e solo i migliori eccellono, si deve pagare il dazio alla sovrastruttura di potere che seleziona anche in base a contenuti adeguati alla morale dominante, allo spirito dei tempi. Per cui il mecenate, che sia il capo dei barbari, l'imperatore, il gran sacerdote, il ricco mercante o il mercato/la massa dei consumatori, in ogni caso vedremo premiare i peggiori che dicono alla maestra quello che alla maestra piace sentirsi dire. In questo la religione di Franzen, è lui che la chiama così, è tradizionalista e conservatrice, il suo dio non è l'arte in sé ma la cultura della società in cui vive, l'occidente in decadenza che va scoprendo di essere in inferiorità numerica e in debolezza di intenti, fragile di carattere e privo di guida, ridicole scimmie senza dio agli occhi di motivatissimi poveri e ignoranti ma pronti a indossare un cintura esplosiva, o a mangiare e dormire in fabbrica, lavorando per due soldi, costruiscono merce per noi, sono soldati pagati da noi per farci la guerra. La posizione che gratta gratta, accomuna i sedicenti di sinistra ai sedicenti di destra (non la destra fascista e socialista italiana ma la destra liberale anglosassone), i progressisti e i conservatori in questa grande schizofrenia che affligge la cultura in generale e la nostra cultura in particolare. Gli uni e gli altri che si sentono a disagio con l'abbattimento di ogni élite meritocratica per mezzo di criteri di valutazione del capitalismo di mercato che tengono conto solo del fatturato e utilizzano strumenti push di marketing privi di intenti educativi, anzi, spesso forniscono modelli di comportamento delinquenziali. Per non avere più i vincoli del mecenate, uno qualunque, palese e conosciuto, ci siamo affidati al nulla. Non esiste più un motivo per distinguere destra e sinistra, ci sono solo vari gradi di libertà, vari gradi di qualità, dove mamma sinistra e papà destra litigano mentre la casa brucia, il nostro pianeta, al quale strappiamo ogni anno il doppio delle risorse che più rinnovare e ci avviamo a consumare del tutto ciò che non può nemmeno rinnovare. 

martedì 10 gennaio 2012

con un poco di zucchero la pillola va giù

Prendiamo il concetto di lavoro, e quindi di tempo libero, di salute, e quindi di benessere. Ora descriverò come la cultura odierna interpreta, o meglio impone all'uomo intellettualmente passivo, l'unità di misura delle masse, l'uomo che se il suo cervello avesse le mani non saprebbe nemmeno allacciarsi le scarpe, l'uomo che al massimo ri-produce il pensiero altrui mediante citazioni, analisi comparate, approfondite critiche, ma di suo non incrementa il patrimonio culturale in senso qualitativo, può solo aumentare la quantità di materiale fino a soffocare e schiacciare qualsiasi tentativo di comprensione al di fuori di un circuito ieratico, da casta mandarina, dove perfino il linguaggio non è più immediatamente accessibile e fruibile da un postulante cadetto apprendista. La cultura anch'essa come prodotto, come avviamento aziendale protetto da accordi di riservatezza, segreto industriale, know-how e capitale immateriale che si ammortizza vendendo nozioni a clienti bisognosi di un certificato per accedere ai club esclusivi delle professioni. Anche la cultura ha subito lo stesso processo che la cultura stessa ha riservato all'oggetto del suo agire, alla ragione della propria esistenza: al sapere. Il sapere esce dal trattamento materialista come merce, è la notte delle vacche nere, dove tutto è merce, tutto è concreto o non è, ha significato solo in quanto siamo noi a dargliene uno e tutto morirà con noi e niente esiste al di fuori di noi. Ma scendiamo di un gradino, parliamo di concetti più semplici: lavoro, salute, anche il singolo che viene condotto al guinzaglio dai padroni del vapore culturale e intellettuale, l'atomo sociale imbevuto di propaganda che è viene chiamato a fornire la risposta predigerita a domande retoriche di contenuto morale.

Lasciamo perdere la cultura, che è noiosa per definizione, e facciamo due chiacchiere sul lavoro. Oggi cos'è il lavoro? Oggi è uno stile di vita e una garanzia di reddito. Addirittura noi ce l'abbiamo nella costituzione, il lavoro, altri ci hanno messo la felicità, la giustizia, l'amore, noi ci abbiamo messo il lavoro. La nostra economia consiste nel dare soldi ai poveri affinché svuotino i magazzini delle fabbriche permettendo che i loro soldi vengano usato per pagare gli operai. Non produciamo merce, come altri paesi, no, da paese socialista che si rispetti noi produciamo lavoro. Gli altri producono elettronica, chimica, siderurgia, noi no, noi ci proponiamo sul mercato mondiale come consumatori, diciamo ai nostri amici produttori di merci che loro senza di noi vanno in recessione, che hanno bisogno di qualcuno che compri e che consumi, e che devono finanziarci. È così che ci si trova un debito pubblico enorme, finanziando a debito il benessere e scaricandolo sulle generazioni future, mal che vada, perché a un certo punto magari dichiari fallimento, consolidi, inflazioni, svaluti, insomma chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto. Potrei spiegarvelo in modo incomprensibile, usando paroloni, ma ho lasciato a casa il mio costume da mandarino alla corte dell'imperatore. Ma torniamo al lavoro, stavamo parlando del lavoro, oggi il lavoro non è l'unico modo, faticoso porco e ingrato, di procurarsi da vivere, oggi il lavoro è una componente dell'equazione benessere sociale nell'ambito di una politica totalitaria e assolutista nata dalla decomposizione del romanticismo in materialismo e dalla scoperta del petrolio. È semplice, lo può capire anche l'uomo che non ha mai aperto un libro se glielo spieghi con parole semplici e facendo esempio concreti, solo che se glielo spieghi poi come fai a guidare una società che non fissa il telescermo, non guarda unicamente nella direzione in cui punti il dito? Tu, uomo che ti credi al culmine di una parabola evolutiva, devi continuare a sognare e obbedire, non devi sapere, non devi capire, non devi nemmeno pensare, devi solo lavorare e comprare, e nel tempo libero devi fare figli.

Infatti limitiamoci a parlare del lavoro, ma anche della salute. Oggi la salute è un dovere, i medicinali sono strumenti che danno accesso alla bellezza, intesa come status symbol. Se sei bello allora sei sano, se sei brutto o vecchio allora sei malato, contaminato, marchiato dalle cicatrici del vaiolo, sei butterato come un delinquente un malvivente un avanzo di galera, non hai più diritto di lavorare e, lo sanno tutti, quando smetti di lavorare muori, vuoi forse morire? Sei depresso, mentalmente disturbato, hai tensioni suicide? Se sei bello allora sei anche sano, sei equilibrato, sensibile e intelligente, mente sana in corpo sano, sei onesto e affidabile, sei 'buono', la qualifica morale che si misura da una parte in termini di successo professionale – sei persona che fa un lavoro prestigioso, persona che viene ricompensata dal mondo con grosse somme di denaro per bilanciare i suoi sforzi altruistici - dall'altra parte in termini di estetica – sei persona elegante pettinata profumata bella pelle aspetto giovanile muscoli tonici, sei persona che viene premiata dal mondo come frutto dell'incesto meccanico fra natura e scienza, con l'eterna giovinezza il buonumore la saggezza divenuta realtà nell'incarnato tinta delicata. Abbiamo dunque lavori dai connotati esoterici (con linguaggi dedicati e vocabolari iniziatici), lavori che identificano il senso della vita con il proprio ruolo all'interno di una ragnatela relazionale fatta di riti e apparenze, abbiamo ospedali-spa, farmacie-profumerie, la malattia che diventa esperimento di estetica del raccapriccio e salute che diventa esercizio di accanimento salutista. Tutto questo è esplicita rappresentazione del dominio culturale del fine a se stesso, e qui si entra nel filosofico, l'impossibile autosufficienza di un umanesimo privo di un aggancio nell'assoluto, non necessariamente ontologico, qui si declina vistosamente l'ideologia del relativismo nella concezione del lavoro e della salute dei nostri giorni, ma è un cancro culturale con metastasi diffuse nei concetti più disparati, prendiamo se volete anche gli opposti di lavoro e salute, prendiamo tempo libero e benessere (benessere come mancanza della necessità di un prodotto salutare).

Il tempo libero oggi è noia, è spreco di vita, è spreco di denaro come mancata occasione di acquisto e consumo. Oggi il valore della vita è dato dalla capacità di spesa e vince chi allontana nel tempo la morte di più perché così facendo avrà avuto più tempo per accrescere il reddito e i consumi, migliorando la qualità della sua vita, accrescendo il proprio benessere, massimizzando la propria soddisfazione. Quando dal sociale si scende all'individuale, con il destino della masse che si dispiega insieme al divino nella Storia, da Hegel a Marx, e diventa malessere esistenziale in forzature razionali pragmatiche e disumanizzanti, ci accorgiamo che qualcosa non funziona, l'uomo decerebrato intuisce che l'origine di una sensazione di profondo disagio viene da fuori di sé ma cambia idea quando la grande voce tonante del grande fratello mediatico gli assicura che è lui, è colpa del suo peccato originale capitalista, legato all'egoismo, al mettere le proprie esigenze davanti a quelle altrui, è lui a essere disfunzionale, bipolare, antisociale. Non c'è bisogno di sottolineare quanto sia religiosa la pretesa del materialismo di essere orgogliosamente ateo. Assistiamo alla sistematica confusione del paradossale in un sistema che premia l'assolutismo totalitario fingendo di essere la risposta razionale alla fragilità dell'individuo, proprio come una chiesa confessionale, dove la comunità accoglie in seno con amore l'eretico che sia disposto a pentirsi a diventare un fervente adoratore, un martire volontario, trovando finalmente un senso alla propria individualità problematica annullandola nel sociale protettivo di un amore severo post-genitoriale per adulti rimasti orfani. La differenza con una chiesa è che lo Stato (o un'organizzazione criminale ben organizzata) ha la forza fisica di imporre le proprie leggi, farle rispettare, portarti via i tuoi averi e sbatterti a marcire in prigione (o farti frequentare per decenni i tribunali per difenderti, perché altrove si deve dimostrare la colpevolezza, da noi si deve provare l'innocenza, da noi finisci in carcere, ci stai dei mesi senza essere stato processato, e poi si vedrà, con calma). Non sto dicendo che l'anarchia (già me li vedo i trinariciuti sbomballare di far west e liberismo) sia preferibile, lo specifico per prevenire i soliti benaltristi e gli specialisti di trucchi retorici sempre in agguato.

Ma dicevo il tempo libero, oggi bisogna riempirlo. I calvinisti e gli stakanovisti a braccetto, la caccia al debosciato, all'approfittatore, al magnapane a tradimento, e i mandarini della cultura, che se il loro cervello avesse i piedi li userebbe per inciamparci, non ti dicono niente, non ti spiegano niente, a te uomo formica in balia degli eventi, a te che annaspi alla ricerca di una spiegazione a misura della tue limitate capacità mentali, non ti fanno dare un'occhiata la manuale delle istruzioni. Andiamo avanti a chiacchierare, parliamo del ruolo dell'intrattenimento come prodotto di consumo misurato in termini di controvalore temporale, nel senso che ogni attività richiede tempo e il valore del tempo aumenta man mano che lo si cede come moneta invisibile. Il tuo tempo libero è vuoto se non ti intrettieni, e il vuoto significa cadere nel vuoto, significa il nulla, la morte, tu se hai del tempo libero e non lo sfrutti vuol dire che hai del tempo morto e il tempo morto uccide anche te. Il tempo libero deve essere vivo, non devi sprecarlo, devi investirlo in attività ludiche e alienanti, in questo risiede la denuncia di nichilismo e cultura di morte ripetuta molte volte da una minoranza di esponenti di religioni non (più) statualizzate, una cultura figlia menomata del romanticismo in cui viene sublimato il tabù della morte reale, concreta, pur incevandone il consumo in dosi industriali sotto forma di cronaca o fiction. È uno dei molti controsensi di cui ti ho già detto poco fa, uomo qualunque, paradossi sviluppati dall'evoluzione di una modalità superficiale di esercitare il pieno dominio di una comprensione, pur necessariamente limitata, della realtà. È la visione di una barbarie culturale sostenuta dalla tecnologia petrolifera, materialmente prolifica di merci ma intellettualmente sterile. È la modalità estintiva del piacere epicureo che si trasforma in edonismo onanistico, del sacrificio stoico che diventa spettacolarizzazione dell'altruismo, una imposizione egalitaria che sacrifica la libertà individuale in nome di una libertà collettiva di là da venire, che tarda per via di attriti conservatori e controrivoluzionari, una dispersione altruista di risorse sottilmente diverso dall'egoismo utilitarista quando si rivela intrinsecamente costruttivo e accumulante. Caro uomo consumatore lavoratore che non capisci neanche lontanamente di cosa sto parlando, io sono contento per te, ti voglio bene, beati i semplici, vorrei essere nei tuoi panni, la conoscenza aumenta il dolore, la scuola non dovrebbe essere obbligatoria, dovremmo viver come bruti, ho questo dubbio a volte che saremmo molto più felici se vivessimo nel medioevo, nell'età del bronzo, nella preistoria.

Mi sono distratto, dicevamo del lavoro, della salute, del tempo libero, del benessere, è proprio la ricerca spasmodica di un benessere fatto di oggetti inutili, di fatto, che non aumentano il benessere spirituale, non ti fanno sentire meglio, non ti rendono felice, anzi, ti senti male all'idea che devi lavorare per pagarli, per comprarne di nuovi, che ormai non puoi farne a meno, ti servono per lavorare, per vivere, sono il tuo polmone d'acciaio. Il benessere non è più inteso come libertà dal dovere ma come diritto al lusso, tutti hanno diritto a tutto, nessuno vuole doveri quando può avere diritti, e il tempo che una volta veniva dedicato all'approfondimento, al pensiero, al sentimento, oggi viene dedicato alla cura del corpo, alla messa a punto dello strumento di lavoro per eccellenza, il proprio corpo, da utilizzarsi per avere successo, vale a dire un lavoro giocoso che frutta fama ammirazione, in una parola audience, e soldi a palate dagli sponsor pubblicitari da spendere in benessere fisico. Questo è il libro che ci leggono i mandarini prima di metterci a letto, queste sono le favole che fanno di noi cavalieri e principesse, con animali parlanti e cattivi destinati a perdere. L'attività di arricchimento interiore fatto con le proprie mani, senza lasciarsi imbottire passivamente dalla merce dei mandarini, viene oggi percepito come spreco di energie. Il tempo che una volta veniva giudicato immorale ogni volta che serviva a divertire - che viene da diversivo, da distrazione, distogliere l'attenzione, disinteressarsene, non porsi domande, ignorare apposta, fregarsene - oggi viene esaltato come forma d'arte esistenziale, e lo slogan dei mandarini è: lasciaci lavorare, non ti preoccupare, ce ne occupiamo noi, tu pensa solo a divertirti.


lunedì 9 gennaio 2012

L'era della congestione

La società è anche un luogo affollato, è prima di tutto un luogo affollato. Prima di essere un'astrazione, una categoria, un modello, la società è un posto fisico condiviso, di natura pubblica, come una piazza concreta o virtuale dove si forma l'opinione dominante mediante il dibattito fra i campioni (nelle scuole americane è materia di studio, il sostenere una tesi, l'argomentare, da noi si fa casino e vince chi urla di più o picchia più forte, e anche questa è una differenza in termini di civiltà, se non di mentalità radicata nel passato, dove da una parte si lottava per libertà e indipendenza dalla monarchia, di qua si combatteva per sostituire il potente altrui con il potente del nostro campanile). Mi sono perso, dicevo la società come luogo fisico di incontro e confronto, dove matura e si svolge la vita collettiva, dove si prendono decisioni che riguardano tutti e diventa importante uscire vincitori nella battaglia per il controllo sulle risorse pubbliche. Chi domina la piazza ottiene il diritto al comando, è così da sempre, sia che lo ottenga da dittatore utilizzando esercito e polizia segreta, sia che ottenga il voto della maggioranza con gli strumenti della propaganda direttamente, con la complicità dei media, o indirettamente, facendo leva sul populismo. La società come luogo fisico è cambiata nel tempo, viviamo l'era della congestione informativa, dove è ormai impossibile avere certezze maturate in ambito razionale sia per carenza di strumenti intellettuali nella gente (non è vero che miliardi di persone non possono sbagliarsi tutte assieme, che la cosa giusta da fare emerge dai grande numero di chi esprime una preferenza a riguardo) che per quantità di materiale oggettivamente impossibile da assorbire. Per cui ci si schiera e basta, a prescindere, si decide che di qua ci sono i buoni e di là i cattivi e si discrimina fra le migliaia di fonti per selezionare quelle adatte a sostenere la nostra squadra, go go go party go!, la politica da stadio, ma neanche, che gli atleti li selezionano, qui invece ci va chiunque riesca a garantire un ritorno economico in termini di legislazione favorevole ai sostenitori della causa.

Oggi anneghiamo nell'informazione selezionata. Ormai non è nemmeno più chi produce l'informazione a fare al differenza, non servono articoli lunghi e approfonditi dove si riferiscono e si spiegano i termini della questione, lasciando addirittura al lettore la possibilità di farsi un'idea propria, no, adesso si scrive direttamente l'invettiva, l'arringa, si dà direttamente al lettore il materiale da ripetere a pappagallo contro i tifosi dell'altra parte politica, anche se nella realtà non li incontra mai, le persone al bar, all'edicola, in fila alla cassa, non discutono di politica, non si strappano i capelli a vicenda sulla notizia scandalosa del giorno. I più agguerriti si ritrovano in piazza, appunto, per riconoscersi fra di loro, per gridare tutti insieme arbitro venduto, viva noi abbasso voi, senza che ci sia mai, nelle piazze, uno scontro fra tifoserie che non sia destinato a sfociare nella guerra civile, perché o sei minoranza, e allora vai in piazza a litigare contro la maggioranza dei votanti e contro la democrazia, o sei maggioranza e allora vai in piazza a manifestare contro te stesso, o sei circa la metà degli aventi diritto e allora cosa facciamo, ci ammazziamo l'uno con l'altro? Questa è la piazza dei nostri giorni, il luogo fisico in cui si concretizzano i rapporti sociali nell'era della congestione informativa, un posto diverso da quello di secoli fa solo per via della quantità di gente che la occupa e della quantità di voci che si sovrappongono e gridano per farsi sentire, e internet come piazza virtuale e globale ne è l'apoteosi. Non è per nulla diversa dalla piazza di secoli e secoli fa, è ora di finirla con la presunzione dei figli del petrolio di credersi antropologicamente migliori dei loro predecessori e dei contemporanei che non li seguono nelle loro scelte di pensiero, perché lo schema gregario e acritico dell'opinione pubblica si estende alla miriade di caratteristiche private del vivere. La pressione conformista assume connotati totalitari nel momento in cui la piazza, intesa come quella parte di società che si esprime sui canali mediatici con la pretesa di rappresentare un popolo intero, ti mette di fronte all'evidenza che il mondo è pieno zeppo di gente che ti dà molto fastidio, basta sapere che c'è al mondo gente così e diventa più brutto vivere, più difficile sorridere. Non è come uscire di casa andare nella piazza semideserta del tuo paese e incontrare uno che suona il clacson, sputa per terra, che tu pensi va bene, è uno, uno solo, non vale la pena di punirlo e di rovinarsi l'umore. La piazza mediatica ti ripete, giorno dopo giorno, lo fa da decenni, lo fa sempre di più, con incremento esponenziale, che i tifosi della tua o altrui squadra sono tanti, non è uno, sono milioni, sono dappertutto.

La canea dell'informazione ti priva oggi più che mai della rassicurante e confortevole sensazione di avere uno spazio vitale inviolabile, una dimensione personale, sacra e intoccabile, di libertà e purezza, dove ti è possibile e garantita un'esistenza in piena e totale serenità. La convivenza pacifica viene avvelenata da una costante necessità di distinguo, richieste di schieramento, chiamate alle armi simboliche. La piazza odierna ti segue dentro casa, ti rende dipendente, ti fa compagnia, i media veicolano e amplificano l'infezione costruendo mitologie tascabili a breve scadenza, distruggendo qualsiasi tentativo individuale di integrità responsabile, di maturazione creativa. Col tempo il canale diretto tra la bocca del potere e l'orecchio del suddito si è accorto della pericolosità del mezzo e si è trasformato per disinnescare l'arma che ha permesso e permette con una facilità agghiacciante l'installarsi delle dittature totalitarie. Per impedire l'abuso di un potere distruttivo abbiamo sacrificato la necessità di un potere costruttivo. Nell'era della congestione ci attacchiamo a mammelle sempre più sterili, rifiutandoci di abbandonare il nido, di ammettere l'aver imboccato un vicolo culturale romantico quanto si vuole ma cieco, è un fatto. Non ci si vuole arrendere all'evidenza, non si vuole abbandonare il benessere fittizio rubato ai posteri per tornare indietro nel tempo a imboccare una strada diversa da quella del Progresso di cui ci ostiniamo a riempirci la bocca a sproposito. Passiamo a speculazioni di seconda mano, poi di terza e di quarta, fino a privare di senso e significato qualsiasi tentativo di comprensione, inficiando il concetto stesso di gnosi, irridendo gli sforzi di chi si illude che esista la possibilità di un fondamento. La decadenza del pensiero occidentale si misura non solo nelle crisi economiche, di valori, nel degrado dei costumi o nell'inquinamento, ma anche nella fragilità, nella paura, nella dipendenza, nell'incapacità dei singoli uomini, come elementi di un corpus comunitario, di abbandonare una strada senza uscita ma comoda, accogliente, fresca e umida e buia, perfetta per nascondersi e rintanarsi. Il coraggio di ridiscutere i principi e risalire alle radici è come trovare ogni mattina un motivo valido per svegliarsi.


lunedì 19 dicembre 2011

galline meccaniche covano uova sintetiche

Scusate oggi sono di cattivo umore, il che capita spesso, lo so, per cui saltate pure questo post, non leggetelo, se lo leggete poi non ditemi che non vi avevo avvisato. Si tende a spostare l'attenzione sui soldi, come se ci fosse un diritto ai soldi, alcuni parlano di reddito minimo garantito, come se stampare una banconota equivalesse a creare ricchezza. Non è così. Chi lo pensa è ignorante, chi lo afferma è ignorante e pure pericoloso, il che fa di lui un imbecille che dovrebbe starsene a casa, andare a spalare la merda, non in tv e sui giornali, in quel circo barnun che è diventata la politica e l'informazione in molti paesi del mondo, Italia compresa. Stampare moneta non crea ricchezza, non innesca l'osannata crescita di cui si riempie la bocca anche il tuttologo dei giardinetti, il reddito minimo garantito, come qualunque manovra monetaria espansiva non suffragata da necessità sistemiche provoca solo svalutazione e inflazione. Capisco che piacciono a chi vuole togliere ai ricchi per dare ai poveri, ma lo dovrebbero dire: signori, voglio farvi diventare poveri, voglio tassare redditi e risparmio, perché è quello che fa l'inflazione e la svalutazione, rende carta straccia le banconote, chi ha messo via dei soldi che oggi valgono 100 domani varranno 10. Per quello conviene sempre far debiti nei paesi governati da classe dirigenti social-buffonesche come la nostra, dove lo stato per primo è così indebitato da avere interesse nell'ammazzare il potere d'acquisto della propria moneta. Noi viviamo in un paese così, l'Italia, soffocati dalla retorica e dalla propaganda, dove stai zitto perché anche urlare non serve a niente, se non lo dice un comico alla tv non ha valore, e il comico deve essere schierato politicamente.

Quindi potete comprare valuta straniera o indebitarvi nell'attesa che esploda la bomba inflattiva, non ci sono altre soluzioni nei paesi socialisti, anche se a molti preferiscono definirsi keynesiani, si camuffano perché non va più di moda dirsi socialisti, ma attaccano comunque liberisti e liberali, sbertucciano il capitalismo perché è facile nei paesi liberi profetizzare rivoluzioni per raccogliere il malcontento, che non difetta mai, la gente è sempre arrabbiata per qualcosa contro il governo, e diventare ricchi e famosi. Vi prendono per il culo, no, non quelli che rischiano la pelle per realizzare una forma qualunque di civiltà organizzata, ma quelli che vi dicono che se non siamo diventati ricchi è colpa di chi ci governa, ci ha governato, ci governerà. Gente, popolo, quando capirete che la politica è tutta una presa per il culo sarà sempre troppo tardi. L'unico sbocco che può avere la politica delle illusioni è la dittatura, e quando lo diventa allora stanno zitti anche coloro che nei paesi liberi si potevano permettere di fare casino. Perché quando il benessere finisce finisce anche la libertà. Lo ripeto per venire incontro alle limitate capacità mentali di certi buontemponi: la libertà è vincolata al benessere, se finisce il benessere finisce la libertà, la pace, la giustizia, tutto quanto. Immaginate solo cosa accadrebbe se domani mattina i supermercati fossero chiusi, se gli scaffali fossero vuoti, se il cibo aumentasse di prezzo e costasse troppo anche per chi riceve soldi gratis dallo Stato per starsene buono. È per il pane, per la fame, che scoppiano le rivoluzioni, con buona pace di chi è cresciuto a pane e mitologia eversiva. E conosco pazzi scatenati che ridacchiano all'idea che un popolo ridotto alla fame sia un prezzo tutto sommato modesto da pagare se innesca il Cambiamento, la Svolta, l'Avvento della Nuova Era.

Questa è l'Italia oggi, una civiltà illusoria, e come l'Italia molti altri paesi post-industriali che scommettono sull'economia digitale per allontanarsi ancora di più dai settori primario e secondario. Per chi non lo sapesse, facile in un pese di semianalfabeti come l'Italia, pieno di laureati che non sanno nemmeno leggere e scrivere in italiano corretto, il settore primario è quello agroalimentare, la terra, il bestiame. Il secondario è l'industria, la chimica, l'acciaio. Il terziario è tutto il resto. È da qui che nasce la folle idea che anche il denaro si sia terziarizzato, per via di strumenti finanziari derivati che lo hanno reso concreto, così che stampi moneta e crei ricchezza, che è come dire che il cibo cresce sugli scaffali del supermercato, che le macchine le costruiscono i simpatici aiutanti di babbo natale. È pazzesco, lo so, ditelo a me che ogni giorno leggo articoli e assolto esponenti delle classe dirigenti sparare cazzate galattiche sulla crisi e su come risolvere la crisi e sui colpevoli della crisi. Non so nemmeno perché butto il tempo a oppormi al carrarmato mediatico dell'informazione come quel tizio cinese, è come gridare all'angolo di una strada mentre ci sono ovunque i megafoni di ho chi min che ripetono nastri registrati, tazebao di propaganda su tutti i muri, gente iscritta al Partito che picchia come dissidente o collaborazionista chi non se ne sta zitto e buono a testa china. Questa è la politica, menarsi per vincere le elezioni e gestire il denaro pubblico per darlo agli amici e ai sostenitori, anche in termini di posto di lavoro. Se non lo avete capito, e non lo avete capito, lo dimostrano i milioni di persone che non hanno gli strumenti intellettuali per capire qualcosa di più complicato delle regole del gratta e vinci, allora ve lo meritate di essere trattati come scervellati da chi esercita il potere.

Siamo una società di deficienti, senza offesa, governate da deficienti, senza offesa, e informate da deficienti, senza offesa. Questo è, così è, rassegnatevi, mettetevi il cuore in pace, era così secoli fa, anche se viene il sospetto che col tempo le cose siano solo peggiorate, è così ora e sarà così anche un domani. Ciò che volevo spiegare in questo post è molto più semplice, riguarda l'importanza sottovalutata del settore primario e secondario, sì, voglio denunciare la pericolosità insita nel progressivo abbandono di campi e stabilimenti. Vogliono tutti lavorare in ufficio, diventare medici avvocati commercialisti, al massimo liberi professionisti che denunciano redditi da poveracci e fanno la vita da milionari. Nessuno vuole nemmeno sentir parlare di agricoltura o di fabbrica, al massimo i camerieri, temporaneamente, mentre finiscono gli studi e si mettono in fila per un posto da professore. Guardiamoci in faccia, ditemi che non è vero se avete il coraggio. Produciamo pasta, per esempio, con farine provenienti da chissà dove. Importiamo carne e latte. Il pesce sta sparendo da tutti i mari per eccesso di pesca, mediterraneo compreso. Non solo si diffondono malattie rapidamente per il movimento materiale di merci e persone, ma specie importate distruggono ecosistemi. Questa è la realtà, altro che finanza e titoli derivati e armonizzazione fiscale dei paesi aderenti alla moneta unica. Questa è l'economia che produce ricchezza: campi che producono più grano di quello usato per seminarli, bestiame che si riproduce, questa è la base di qualsiasi economia. Tutto il resto funziona a corrente o a benzina. Il profitto non è che questo: la differenza fra quante pocere ho oggi e quante ne avevo l'anno scorso. Non è un peccato, non è immorale, il profitto è un fatto, è la misura della ricchezza prodotta. Lo si misura in soldi perché i soldi sono l'unico modo di capire se una pecora vale più di un maiale, traduci in soldi, esprimi un valore monetario. Basta con le cazzate che spara chi non sa niente di economia, basta con questo clima da inquisizione nei confronti dei soldi, della ricchezza, la ricchezza è materiale, non finanziaria, se stampo una banconota con su scritto vale una vacca non vuol dire che da oggi al mondo c'è una vacca reale, concreta, in più. La ricchezza la si produce materialmente ed è sottoposta a vincoli materiali precisi: una mucca produce al massimo tot litri di latte, non puoi modificarla geneticamente affinché produca nafta, non puoi farla diventare grossa come un palazzo. Se produci un miliardi di palline dando lavoro a un miliardo di persone ma quelle cacchio di palline non se le vuole comprare nessuno da quando c'è sulla piazza chi le produce e vende a metà prezzo è inutile che te la prendi con gli speculatori di Betelgeuse sulle loro astronavi fatte di soldi. Ci sono dei vincoli, il più importante tutti è l'intero pianeta, quanta gente può sopportare il pianeta, che livello di benessere massimo è consentito e per quante persone. Se non si capiscono o si negano per motivi elettorali queste relazioni fisiche semplicissime è inutile parlare di economia e di politica.

Lo ripeto a voce alta per chi ha problemi di comprendonio: tutto il resto va a corrente o a benzina. La corrente devi immagazzinarla dentro a batterie (o enormi bombole di idrogeno, certo certo, è arrivato lo scienziato ecologista della domenica, prego si accomodi, che l'idrogeno scoppia, te lo dico così, en passant, scoppia, e molto, idrogeno essere sostanza che scoppissima facile facile), sai quante batterie ci vogliono se domani mattina le centrali elettriche a carbone, petrolio, e atomica chiudono? Sai che il petrolio non si produce ma si estrae e un giorno finisce? Mi sembra di dire cose rivoluzionare e invece sono banalità che nessuno dice, anzi, le nasconde, meglio dare la colpa al denaro. Il petrolio e l'energia elettrica hanno consentito alla popolazione mondiale di crescere fino ai sette miliardi attuali. L'industria e il terziario hanno assicurato un benessere diffuso il quale a sua volta ha permesso ai governi di abbandonare l'uso costante e normale della forza per il mantenimento della pace sociale e dell'ordine e per la difesa della sicurezza e del diritto. Se la gente sta bene, ha lo stomaco pieno, vive a lungo, non viene picchiata o violentata per strada, insomma è normale che poi la morte diventi un tabù, che tutti vogliano vivere per sempre su questo pianetino o su un altro, più pulito, meno corrotto, nella galassia vicina. Oggi se dici campi o dici stalle la gente si spaventa, ti guarda come se gli fai schifo, si immagina le mani rese nodose dalle vesciche, la puzza di merda di vacca e di gallina, si immagina il gesto di ammazzare un animale e sbudellarlo e scuoiarlo per poi mangiarselo. Le nuove generazioni si aspettano che non si torni indietro, pretendono che il lavoro sporco lo facciano altri individui non meglio precisati, forse i robot di alfa centauri. Le nuove generazioni vogliono passare dalla paghetta per fare cose piacevoli e chiamarle lavoro alla pensione per fare cose piacevoli e chiamarle hobby. E per fare tutto questo basta stampare banconote della nostra bella valuta nuova e forte, c'è pieno di straccioni là fuori, miliardi di disgraziati da schiavizzare e il bello è che loro ti devono ringraziare e tu passi per il loro salvatore. Ricordatevelo quando incontrate l'ennesimo sepolcro imbiancato che mente sapendo di mentire o che non sa nemmeno di cosa sta parlando. Anzi, non ricordatevelo, dimenticate tutto quello che vi ho appena detto, altrimenti vi rovinate l'umore, meglio dare ascolto a questi quattro deficienti che danno la colpa al nemico ideologico e promettono che presto arriverà il salvatore, come nei film, l'eroe, il predestinato, l'eletto, a sistemare tuttecose. Si basano sul passato, quando l'opec alla fine aumentava la produzione di petrolio, quando si aprivano nuovi mercati per le esportazioni, le solite ricette che hanno imparato dai nonni mandandole a memoria senza nemmeno capirle e che oggi, ancor di più domani, non hanno più senso. D'altronde non hanno dato spazio a intere generazioni, la mia per esempio, e se glielo fai notare ti dicono che dovevi prendertelo, il potere, con la ribellione, come hanno fatto loro, i sempre giovane anche se cado a pezzi, i sicari che non mollano la presa sul collo né dei padri, strangolati ai tempi, né sui figli, strangolati in seguito. La generazione degli asfissianti, altro che del baby boom, la generazione che ti toglie l'aria, la generazione degli idioti simpatici.


lunedì 5 dicembre 2011

crescita e progresso

La maggior parte dei ragionamenti sull'economia di chi non sa niente di economia sono l'equivalente di chi va a bestemmiare in chiesa e non ha mai aperto un libro di filosofia. Gli ottimisti ritengono che sia uno dei tanti problemi risolvibili aumentando l'istruzione. C'è questa diffusa credenza popolare che certi comportamenti siano dovuti a scarsa istruzione. Si percepisce una certa vergogna di fronte alla possibilità di fare affermazioni più drastiche, per esempio che gli esseri umani si differenziano sotto moltissimi aspetti, uno dei quali è l'intelligenza, declinata in capacità di capire, in comprensione emotiva, creatività, percezione dei modelli, strutturazione dei concetti e via dicendo. Una delle grandi bugie dei nostri tempi, una delle tante, è che l'intelligenza sia una variabile neutra, che dipenda tutto dall'istruzione, intesa non come educazione o rieducazione delle masse, perlomeno non esplicitamente, quanto la sensibilità dell'animo di chi accede alle nozioni e le fa proprie. E le nozioni devono essere quelle giuste, suggellate dall'imprimatur del pensiero unico dominante, le nozioni che trasformano magicamente un deficiente egoista violento, per dire, in un gentile cittadino altruista, laico e progressista. L'intelligenza è una discriminante non soggetta a procedure democratiche egualitarie e solidali, come tale dev'essere rifiutata come elemento discriminatorio che distrugge il tessuto sociale e vanifica la prosperità. Lo capite anche voi in che melassa propagandistica nuotiamo. Il sessantotto a noi ci fa il solletico, siamo diventati una dittatura ideologica che il grande fratello scappa a piangere dalla mamma. In questo ambiente culturale si deve muovere con attenzione e delicatezza chi non riesce a omologarsi e conformarsi, specialmente in tempi di crisi economica dove finalmente ci sono un po' di poveri incazzati da lanciare contro i nemici: i ricchi, lo stato, la chiesa e vari nemici del popolo a piacere. Questo è la parte di follia politica che chiameremo del progresso, per distinguerla dalla follia economica che chiameremo della crescita.

La crescita del fatturato, delle quotazioni, del prodotto interno lordo, della produzione, del reddito, del benessere. Se dal lato della politica sono così pazzi da proporre teoremi assurdi come l'istruzione come strumento in grado di supplire alle varie forme in cui si esprime l'intelligenza umana, il che è come dire che se fai copulare con belle donne un uomo egoista e violento quello ti diventa San Francesco, dall'altra parte non sono meno pazzi quando applicano funzioni matematiche che ipotizzano crescite reali insostenibili. Sono vere e proprie malattie mentali collettive. Nel singolo si capisce che uno è matto quando lo vedi che si pianta una forchetta nella mano o grida contro il muro, quando invece la follia è collettiva fai più fatica a riconoscerla, se non hai termini di paragone. Perché i regimi impediscono al popolo di ricevere informazioni oltreconfine? Non solo i comunisti, tutte le dittature non vogliono che si abbiano termini di paragone in grado di far capire alla gente che si è in presenza di una follia collettiva. Ecco perché i media ci riempiono la testa di cazzate tipo la colpa di tutto questo è della finanza e dei suoi diabolici meccanismi capitalistici, o che devono pagare gli evasori, i ricchi, i cocainomani col suv. Spero per voi che abbiate il minimo di intelligenza e di istruzione sufficienti a capire che sono cazzate perché io non ho più tempo da perdere né voglia di spiegare, si fa prima a lasciar perdere, sono talmente tanti i matti ignoranti e stupidi là fuori che più li lasci in pace e meno c'è il rischio che se la prendano anche con te. È più furbo, che brutta parola, furbo, ma alla fine è quella che ti salva, gli italiani la conoscono bene, quando la politica e l'economia si separano dalla realtà, e lo fanno spesso e volentieri, la follia è assicurata passando dall'individuo alla massa, dalla concretezza all'astrazione, la cosa migliore rimane approfittare degli spiragli, delle contraddizioni, delle opportunità. Questo fanno gli italiani, oggi più che mai: sopportano la follia del potere che si esprime nei rapporti di forza economici e politici, che utilizza i media per condurre il gregge degli elettori, stupidi e poco istruiti, raccontando fesserie.

Quando si è giovani si tende a classificare come meschino e rinunciatario l'atteggiamento di chi non tende alla realizzazione di futuri meravigliosi a portata di mano, di chi non partecipa in modo attivo alla vita politica. Col tempo si impara che fra i tanti modi a disposizione per buttare via il tempo, quello dell'idealismo è fin troppo simile al sacrificio dei bonzi, l'ascetismo masochista della politica appare per quello che è: la speranza di chi non ha niente di meglio su cui scommettere, la stolta promessa di un paradiso in terra, la cerca del graal, o la confortante sensazione di far parte di un gruppo su cui fa leva il cinico o l'ingenuo populista di turno. Perché al dunque la politica si riduce a questo: un lavoro come un altro, trafficare coi soldi delle tasse e coi i posti di lavoro negli stipendifici pubblici, dall'istruzione alla sanità alla sicurezza alla municipalizzate, nei panni di un vescovo del partito-chiesa che tessera i fedeli-elettori. Nel frattempo passano gli anni, i decenni, si è troppo vecchi per confessare di aver sprecato mezza vita a inseguire sogni ascoltando balle, i giovani vi guardano come esempi mentre percorrono le vostre tracce e non riuscite a dir loro che non portano da nessuna parte, che non siete stati buoni padri, non siete nonni saggi come il babbo natale sulle lattine della cocacola, e continuate a vendere la vostra religione di sentimenti hollivudiani, eroismi postindustriali, fede nella scienza e nel domani è un altro giorno, il pacchetto culturale della follia collettiva, leccato e infiocchettato per bene. Questa è la parte politica, quella economica si compenetra e si realizza nel benessere facile e abbondante per tutti, nei consumi che tirano la produzione che tira il lavoro che tira il welfare che tira le tasse che tira. È la follia del marketing, più pazzi dei politici ci sono solo i tizi del marketing, quelli che li chiama il direttore generale e gli chiede come intendi aumentare il fatturato, dobbiamo espandere i margini, ci serve di fare più soldi soldi senza rompere il giocattolo e allora quelli del marketing tirano fuori l'equivalente delle cazzate politiche, dicono usiamo i soldi dei clienti acquisiti per favorire l'ingresso di nuovi clienti, scomponiamo l'offerta in cinque miniofferte applicando modifiche unilaterali al contratto e rendiamo difficoltoso ai clienti la procedura per disdettare. Senza parlare delle illusioni propinate con la promozione e la pubblicità.

Crescita e progresso sono emanazioni culturali del sistema produttivo industriale (e non del grado di libertà economica di uno Stato, minimo nello statalismo, massimo nell'anarchia). In crisi ci sono andati i valori del progresso e della crescita (e non il capitalismo dopo il già avvenuto crollo del comunismo). La follia collettiva consiste nel non riconoscere e ammettere il vincolo che esiste tra benessere materiale (ovvero capacità di sfruttare risorse naturali, se ce ne sono, o know how, o costo del lavoro e altri fattori di vantaggio concorrenziale – si parla di funzioni economiche reali, concrete, che non dipendono dal grado di prevalenza del pubblico comunistoide o del mercato liberistoide) e possibilità di utilizzare parte dei guadagni realizzati dal sistema produttivo nel suo complesso per spenderli in politiche progressiste, dove si aspira a società utopisticamente perfette che non sono e non saranno mai a costo zero. Adesso ci si lamenta che il giocattolo si è rotto perché non fornisce più i soldi che servono a creare la società dell'ammmmore e si grida, si pretende, si ordina alla politica di aggiustarlo, così, come se fosse solo questione di volontà, come se bastasse bastonare i mercati, gli speculatori, come se ci fossero colpevoli esterni che ci stanno facendo la guerra, come se non si trattasse di costo di petrolio e gas, di costo del lavoro, di debito pubblico, di Cina nel wto con i suoi miliardi di cinesi poveri che lavorano come schiavi, di un tessuto microimprenditoriale privo di potere contrattuale e di economie di scala, di infiltrazioni di stampo mafioso, di Africa infernale fatta di signori della guerra e carestie. Gli stupidi e ignoranti e matti guardano solo dentro al loro piccolo giardino, affermano che andava tutto bene fino a quando qualcuno ha sbagliato, ci ha ficcati in questo casino, che se ci fosse stato al governo un altro (Chi? L'ennesimo uomo della provvidenza? Un condottiero? Un imperatore straniero?) non avrebbe permesso l'avverarsi di questa situazione spiacevole e adesso saremmo come la Scandinavia, avremmo i soldi che ci escono anche dal bu


mercoledì 23 novembre 2011

La speranza è rimandata a domani

C'è stato un periodo che tutti davano l'idea di aspettare il parto, la mezzanotte di capodanno, l'estrazione della lotteria. Ti dicevano vedrai adesso che c'è l'internet, vedrai che cambiamenti, vedrai cosa scoppia, la rivoluzione. Passano gli anni e pur di continuare a crederci mi vengono a dire che è grazie a internet che in certi paesi ci sono manifestazioni, ci sono rivolte, che son cose che tutti aspettavamo da chissà quanto tempo e finalmente, grazie a internet, adesso stanno succedendo. La musica è un file, il film è un file, il libro è un file, siamo liberi dai supporti, non sei contento? Le probabilità di una tempesta magnetica dovuta a un brillamento solare sono molto basse, non c'è bisogno di stampare tutto per paura che vada via la luce o che si rompano i computer. Quando, rivoluzione dopo rivoluzione, internet non combina niente di spettacolare e il mondo rimane il vecchio bastardo di sempre, in quel momento un po' di imbarazzo si percepisce nei meno invasati, nei fedeli meno accaniti, in coloro che tengono da parte un margine di ragionamento nel loro buttarsi a piedi uniti nell'avventura del momento. Perché là fuori le persone normali sono tante, sono quelli che garantiscono la sopravvivenza delle competizioni sportive, che alimentano il commercio, che godono ricevendo sogni in dosi pubblicitarie quotidiane.

Parlo degli esseri umani, di comuni esseri umani, della gente qualsiasi. Non facciamo finta di non renderci conto di cosa è davvero la gente, là fuori, quella che non ha tre lauree, quella che non discute di politica nei salotti dell'alta società ma al massimo scende in piazza a far casino per conto del populista di turno, la gente che non scrive, non legge, al massimo appare a fare pirlate in tv, la gente che poi anche quella che si tira fuori dalla massa, la gente che si veste da aristocratica e non sa niente, sicura che l'immagine nella società moderna basti e avanzi, la gente che sta recitando la parte del benestante privilegiato e si trattiene, evita gli eccessi per lavoro, pubblicamente, e in privato si dà o comunque si darebbe, se solo riuscisse a concederselo, ai festini sessodroga, alle pokerate, alla guerra, al di tutto e di più, devozione remissiva agli istinti più bestiali, alle peggio tentazioni distruttive e autodistruttive. È così che funziona la mente di tutte le creature viventi e l'uomo può ritenersi al centro dell'universo solo nella misura in cui riesce a concepirsi differente dagli animali, evoluto, portatore sano di scintilla divina, a costo di vivere nell'illusione, quella che fa credere che sia solo questione di tempo e tutto finirà per il meglio, di questi tempi, mentre secoli fa l'opinione era invece che tutto sarebbe finito in un gran botto con giudizio morale a seguire, come nelle trasmissioni dove si critica e disserta su xfactor o il grande fratello.

Adesso che ci siamo intesi sulla gente, quella che sospira leggendo le riflessioni sull'innamoramento di Alberoni (bellissime, fantastiche, se sbagli a parlare magari ti becchi una querela e noi non la vogliamo, una querela, quindi Alberoni per noi è un fottuto genio, lo amiamo), la gente che guarda i film che fanno molto ridere o molto piangere, le emozioni, ah, che gran cosa le emozioni, i sentimenti, che senti le farfalle nella pancia e i brividi e scarsa salivazione e tremolio alle gambe, no, quella è ricaduta sul sistema nervoso centrale di una lesione subdurale, ma non son pratico, forse mi confondo, insomma tutto ciò che non implica la fredda analisi di una realtà deludente e priva di speranza, tutto ciò che invece stimola il cervello a produrre sostanze legate alla tranquillità, al desiderio sessuale, all'appetito, al buonumore, sono ormoni, enzimi, sono gli stati mentali che rendono le droghe, dall'alcol alla metanfetima, dall'aspirina alla morfina, così studiate, sperimentate e apprezzate. Parliamo di gente drogata e assuefatta da questa o quella cultura, che sia il millenarismo o il romanticismo, che sia il sogno americano o la scienza sociale nazi-comunista. La gente è questa, non veniamo a raccontarci che là fuori è pieno di asceti e cervelloni, non prendiamoci in giro ipotizzando un'umanità da fantascienza, evoluta al limite della perfezione o sul percorso che conduce a un paradisiaco futuro terreno ricolmo di meraviglie.

Ogni volta che c'è qualche novità si registra l'eccitazione degli attendisti, degli assuefatti alla droga dell'irrazionale ateo e mondano, di quelli che si ammazzano in gruppo con veleno perché il santone ha previsto l'arrivo dell'astronave madre stasera dopo cena, quelli che si curano coi cristalli e vantano i pregi dell'omeopatia, quelli che si sentono blade runner perché abitano in un bilocale alla periferia di una grande metropoli e quelli che vivono su un pianeta virtuale frutto della loro fantasia e ti sembra di vedergli un triangolo sopra la fronte come ai Sims, quelli che sono così educati e civili e altruisti da rompere le balle a tutti su inquinamento, malattie, problemi, valori, una lista di scassamento di palle lunga così e poi scopri che sono i primi con l'armadio pieno di scheletri inconfessabili. E comunque di proposte alternative accettabili e prive di costi spaventosi zero, non ne hanno, ma l'importante è esprimere sentimenti positivi, non avere mai quel fastidioso e antipatico atteggiamento negativo, poco costruttivo e non collaborativo. Non venitemi a dire che la gente non è così, che bisogna avere fiducia nell'innata bontà umana, dal buon selvaggio al contratto sociale, ho letto qualcosa anch'io, non è che chi non la pensa come te è perché non ha letto questo o quel vangelo filosofico al quale nessuno può resistere più di un'ora senza convertirsi. Son tutte balle, se arriva una carestia la gente fa di tutto per non morire di fame. Se aggredisci lui o la sua famiglia quello ti salta al collo. La politica serve solo a fare il possibile per evitare che la gente si comporti come gli piacerebbe, o come si troverebbe costretta a fare, o come si sente giustificata a fare.

Ma veniamo al dunque, al fatto che la gente a un certo punto era ed è tutta lì davanti a internet in attesa del miracolo. Quale miracolo esattamente non si sa, qualcosa di esplosivo, culturalmente e politicamente parlando. Son passati decenni e ancora io non vedo niente, ma se ti poni come termine l'infinito qualcosa di positivo da imputare a internet vedrai che prima o poi succede. È come aspettare una crisi economica per poter finalmente dire visto, lo avevo profetizzato, questo dimostra che ho sempre avuto ragione a criticare il sistema vigente. Come lo scontro con il sistema editoriale, con l'accusa di scegliere solo roba adatta alla gente di cui sopra, roba da vendere per fare profitti, la solita menata contro il mercato capitalista, come se il mercato non fosse solo il luogo dove si incontra chi ha qualcosa da vendere e chi ha interesse a comprarlo. Ma oggi lasciamo da parte le solite stupidaggini sull'economia. Internet a ben guardare è piccolo, se togli la fuffa ti resta in mano poco o niente, io tutti queste menti geniali che si diceva non avessero successo perché venivano tenuti fuori dal sistema tradizionale per colpa di società segrete, alieni, gli speculatori, le corporazioni, la mafia, gli illuminati... Dove sono, adesso che sono liberi di esprimersi, tutti questi geni incompresi e vittime del sistema, perché io non li trovo nemmeno su internet. Delle due l'una: o internet come territorio per l'emersione spontanea delle eccellenze ha fallito, o non c'è nessuna folla di geni che attendeva solo l'avvento di internet per emergere. La gente è sempre pronta a lasciarsi illudere, a dare in pasto le proprie speranze al primo pifferaio che passa. Il paradosso è che il rifiuto del razionale è, in definitiva, la scelta più razionale, dato che l'alternativa è il nulla. L'evoluzione porta all'estinzione i meno adatti e la gente di cui sopra non si estinguerà mai per lasciar posto a una specie che può esistere solo nell'immaginazione di poeti e visionari. Il razionale è senza speranza, l'intelligenza ti uccide, se hai la fortuna di essere stupido è tutto più facile, hai solo da scegliere in quale presunta menzogna crepare, scommettendo su verità indimostrabili. Pensiamoci prima di inalberarci la prossima volta che uno stupido ci darà dello stupido, da un certo punto di vista bisognerebbe rispondere: grazie, non sarebbe male, se mi dai anche del gregario istintivo sono ancora più contento.


giovedì 20 ottobre 2011

Le cerchie e i gironi.

(disclaimer: scusate, un'altra cosa lunga, ormai l'ho scritta e la mando, così com'è, che ho smesso di rileggere e correggere quel che scrivo da decenni, si vede che è periodo di chiacchiere, va così, logorrea, poi magari sto zitti per giorni e giorni, parla degli indignati, credo, di economia, di Leon, dei socia network, del fatto che se ti butti affoghi anche tu, della stupidità, di Sturm und Drang, insomma la solita roba da vecchi brontoloni, se vuoi leggere allora leggi sennò non leggere, giovane ragazzo del futuro, ciao, fa' come ti pare)

Non ho più una vita sociale come l'avevo quando andavo al bar o al campetto dell'oratorio, ma ho delle persone classificate come amici su facebook, anche se non so chi siano. Con alcuni di loro si verifica uno scambio di opinioni da un paio di decenni, altri invece li ho incontrati da poco. Scriviamo delle cose dentro a facebook e poi ci chiediamo che figura ci faremmo nel caso dovessimo cliccare mi piace oppure addirittura commentare. Perché c'è la complicazione che poi altra gente ancora più sconosciuta si accorgerebbe della nostra esistenza, della nostra volontà di evidenziare un contatto mediante il click, e partirebbero i pettegolezzi 'ma chi è?', come se tu gli sei piombato in casa senza telefonare prima, che poi manco ti conosco ma chi ti ha invitato? Per cui i social network, per chi non lo sapesse, funzionano che se devi fare pubblicità a te stesso o a tuoi prodotti va bene, dici delle cose, cerchi di fare il simpatico, come quando facevi pirlate per metterti in mostra da bambino, però a un livello più equilibrato, socialmente accettabile. Altrimenti parli per anni e anni con gente che non sai nemmeno chi è e in fondo non te ne frega nemmeno di saperlo, così se si ammala o muore a te basta togliere dalla lista, dalla cerchia, non devi nemmeno sforzarti di provare dispiacere.

Ci sono le liste, le cerchie, per tenere lontano la gente senza che se accorga, come a scuola che ti voltavi e le ragazze stavano ridacchiavano fra di loro e tu fingevi di non pensare che stessero ridendo di te, facevi l'occhiolino, la linguaccia, e loro ti dicevano che scemo. Ecco, eri in una lista bloccata, eri in una cerchia di esclusi. Così puoi far vedere il tuo diario segreto sollo alle amiche del cuore, puoi nascondere a familiari e conviventi i tuoi piccoli traffici da testa bassa e mani in tasca. Per esempio io ho una manciata ridicola di amici e li ho comunque divisi in famiglia, scuola, mmorpg, conoscenti e bloccati. Non ho la lista amici veri e propri, non so perché ma li ho finiti, mi ostino a considerare di averne ancora due vivi dei quali potrei fidarmi a chiedergli di farmi un favore nel caso mi succeda qualcosa di improvviso, cose così, uno era in classe con me alle elementari, l'altro al liceo. Entrambi li sento più o meno una volta all'anno, per gli auguri via sms. Sono delle icone dell'amicizia, sono degli amuleti viventi. Per il resto parlo con gente morta, parole scritte da così tanto tempo che adesso è difficile capirle, ti sembra che nel passato la gente fosse molto stupida, è come prendere in mano un attrezzo sporco e arrugginito e chiedersi a cosa cazzo potesse mai servire una tale mostruosità tecnologica. Oppure parlo con gente che deve ancora nascere, cercando di spiegare loro che non devono pensare che la gente del mio tempo sia stupida perché anche loro nel futuro lo saranno, forse un po' meno, può darsi, ma forse un po' di più.

Nonostante l'idea che il livello di stupidità degli esseri umani, sia presi singolarmente sia come società sia come umanità nel suo complesso, sia più o meno costante nel tempo, ovvero parecchio alta, ben al di sopra della soglia di pericolo, come quando un malato inizia a far male a se stesso e agli altri ma non c'è il medico, l'ospedale, gli infermieri, ci sei solo tu che ti si rizzano i capelli in testa e non sai dove scappare, ecco, la sensazione in linea di massima è quella del panico controllato. Solo che a volte il controllo sei stanco e ti lasci andare e rischi contatti umani. Nel film 'The professional' Leon dice "Il fucile è la prima arma che si impara ad usare perché ti permette di mantenere una certa distanza dal cliente. Più ti avvicini a diventare professionista, più riesci ad avvicinarti al cliente. Il coltello per esempio, è l'ultima cosa che si impara." I rapporti umani sono essenzialmente dolorosi, che ci sia o meno intenzione, perché a volte ci si fa male anche da soli, anche facendo attenzione a metterci tutto l'amore possibile. Ma che tipo di amore? Viviamo l'epoca del romanticismo, l'amore di questi tempi è spesso venato di masochismo. Ma qui entriamo in un altro argomento, stavo parlando di rete sociale, il fenomeno del momento, la copia tascabile dello Sturm und Drang for dummies, la catena di montaggio per tigri di carta, dove viene forgiato il futuro del mondo (virtuale).

Cerco di evitare il più possibile i social network perché poi mi scappa un commento, un battuta, e su internet ogni fiocco diventa valanga. Ragazzi del futuro, lo so che la gente è stupida, lo so che lo è chi segnala la pagliuzza della mediocrità, della sciatteria, definendola una riduzione generale della qualità dovuta alla tv e a chi ritiene responsabile dei contenuti della tv come strumenti educativo di massa. Lo so, ragazzi del futuro, e allora? Cosa posso farci? Credete che serva dire guardate che allora anche internet. Guardate che non è solo in Italia. Guardate che non si è ridotto il livello di qualità massimo raggiungibile, è piuttosto l'effetto dell'aumento del numero di voci che influisce sulla media. La democrazia come media delle opinioni è necessariamente populismo e demagogia. Sono cose che ai ragazzi del futuro sembreranno così lampanti da ipotizzare che il popolo a quei tempi fosse tenuto soggiogato dal potere e ipnotizzato dalla propaganda. Quello che diciamo noi dei popoli del passato, dagli unni agli assiri, dai nazisti ai comunisti. Eppure le masse si muovono come branchi di pesci, come sciami di api, come formiche eccitati dai feromoni. Vogliono che succedano cose determinanti, cambiamenti epocali, essere protagonisti o, se proprio, almeno testimoni, quando la testa del re viene spiccata dal collo e rotola nel cesto, quando la città dei nemici viene messa a ferro e fuoco, quando l'incarnazione del male viene impalata.

L'altro aspetto è sia commerciale che espressione di vanitosa superbia. La blasfemia è ribellione a parole come la violenza è ribellione nel gesto. E da sempre paga il ruolo del bardo, che incita rollando sul tamburello, soffiando nella tromba, scrivendo ballate, cantate, poemi omeriche o scespiriani. E il bardo di basso livello diventa giullare, diventa buffone, diventa ubriacone da prendere a calci ridendo quando diventa seccante. Noi abbiamo questo tipo di scadimento culturale anche nella nobile arte del narrare, intrattenimento che va dalla geisha alla vecchia puttana tossica e sifilitica di periferia. Ragazzi del futuro, lo so, sono stupido ma sono entrato nell'università più prestigiosa d'Italia, e forse d'Europa, superando rigidi test d'ammissione su conoscenze capacità potenzialità e quoziente intellettivo, sono stupido anch'io, va bene, ma non più di tanto. Lo so che è da stupidi rinchiudere tutto questo negli stretti ambiti di una malattia che riguarda solo chi guarda certi canali televisivi, chi vota un certo partito, chi la pensa in un modo piuttosto che in un altro su questioni politiche o si rifiuta di superare dilemmi etici e morali semplicemente cancellandone l'esistenza, come si cancella il furto eliminando la proprietà, cosa rubi se niente e è di qualcuno?, si elimina il primo comandamento eliminando Dio, è tutto così semplice, vero?, ma poi cosa ti resta in mano? Ragazzi del futuro, è inutile cercare di far ragionare le masse, è come cercare di far volare le montagne prendendole a calci, di fermare i salmoni quando decidono che è ora di tornare a casa.

Per esempio su internet negli ultimi giorni è stato un proliferare di frasi legate all'indignazione mondiale. Gente che va in piazza a protestare come sempre ci va, per un motivo o per l'altro. E quindi gente che nella vita fa tutt'altro si mette a parlare di economia come se la studiasse da una vita, come se usare i soldi ti rendesse esperto della materia, la stessa semplificazione che ti fa dire se mettiamo i bambini nel kibbutz nessuno ha madre e padre e tutta quella roba di Freud possiamo finalmente buttarla nella spazzatura. Demolizione della cultura, che diventa essa stessa sovrastruttura, oppio, e la ricerca di una spiegazione che non escluda la complessità viene scambiata per accanimento terapeutico. Arrendetevi alla banalità del reale. Un mondo di slogan dove no c'è più spazio per niente, cartelloni pubblicitari ovunque, vite tenute in ostaggio dalla modernità al punto da mandare nel panico chi è abituato a redditi da benestante e non ha idea di come si possa sopravvivere senza una buona lavanderia sotto casa e la banda larga. Quindi giù a lottare per mantenere lo status quo, a indignarsi per la crisi, a cercare colpevoli da punire. A volte quando sento dire assurdità mi viene da dire ma perché al posto di economia e politica, di cui sai poco o niente, non parli di laparotomia sottocostale, di simbionti azotofissatori, di costante di Planck, otterresti gli stessi risultati. Ma io non sono il tipo che manifesta, non sono quello che si mette alla testa del corteo o a capo della guarnigione, non sono quello che muore da eroe o non vede l'ora di farsi mettere in croce, gli direi caro Padre, bevitela tu quella merda. O forse no, fin che non lo vivi non lo puoi mica sapere, per esempio lo so che quando uno si tuffa per salvare uno che sta affogando di solito affoga pure lui, però se vedi un bambino che sta affogando come reagisci nella vita vera, gli fai ciao con la mano?

Anche oggi sto andando lungo, ma come fai a riaccumere tutta questa roba? Non trovo divertente né piacevole buttare il mio tempo a spiegare cose che per me sono elementari, se le trovassi già dette e scritte altrove non starei qui a sbattermi per fare arrivare informazioni ai ragazzi del futuro, che poi magari pensano che non ci aveva pensato nessuno e facciamo brutta figura come intera generazione. Volevo solo dire che stavolta la politica ha deciso di scaricare la responsabilità sui mercati nel tentativo di introdurre leggi che permettano ai governi di controllare i mercati e per avere la scusa di tassarli. I governi hanno speso troppo e hanno speso male e questo ha prodotto alti debiti pubblici e economie malfunzionanti. Quando la Cina è entrata nel WTO ha sconvolto dinamiche che stanno ancora cercando nuovi punti di equilibrio economico. I governi, dove per governi intendo gli Stati, non destre e sinistre spesso fittizie e di comodo all'interno delle singole realtà, realtà che vanno da tanta gente su poca terra con poche risorse, come l'Italia, a poca gente con tanta terra e risorse naturali (tipo gas e petrolio), governi che si trovano a non poter più garantire i livelli di spesa storici è logico che siano entrati in grosse difficoltà nel continuare a chiedere il consenso dell'elettorato. Governi che hanno foraggiato spesa improduttiva per garantire la pace sociale, per finanziare voto di scambio e accordi con le mafie o le multinazionali, insomma per tutto tranne che investimenti che si ripagano nel futuro. Governi che se la prendono con i mercati, gli 'speculatori' (uhhhh, che paura, mordono), al fine di impedire declassamenti e crolli dei prezzi, seguendo la folle logica che ho già spiegato sopra del se elimini i mercati elimini anche la crisi dei mercati, se riusciamo a essere noi quelli che decidono i prezzi di mercato non dobbiamo più preoccuparci che gli 'speculatori' comprino e vendano a prezzi che non ci piacciono per niente. Ragazzi del futuro, lo so che a voi sembra che sto dicendo delle cose banali, ma queste cose non le sento né leggo da nessuna parte, può darsi che sono io l'unico a sbagliare, l'unico stupido al mondo che non si unisce al branco, in tal caso meglio così. I governi ormai non possono più aumentare le tasse, anche mettere la Robin tax o altre tasse non farebbe che allungare un'agonia che va avanti da decenni, da quando si è innescata la corsa alla crescita, possono solo tagliare lentamente sperando che le cose si aggiustino e che non scoppino rivolte, oppure possono dare il potere all'ennesimo dittatorello eccitato e pieno di sé che si crede in missione per conto di dio e usa la forza per aggiustare economia e società a martellate.

lunedì 17 ottobre 2011

Entropia

L'effetto più vistoso della tecnologia si è manifestato nella produzione e distribuzione di storie. Storie che vanno da una frasetta a centinaia di pagine, fino allo stream of consciousness da fantascienza di un chip che legga il pensiero in diretta, da una singola immagine a ore di filmato, fino alla vita trasmessa da una webcam dentro all'occhio, da un jingle a musica suonata per ore, fino al concerto infinito di un computer che compone dirige e suona tutti gli spartiti girando in orbita sulle nostre teste. Il costo di produzione è diminuito, ci sono tastiere e programmi di videoscrittura, ci sono macchine fotografiche e telecamere digitali, ci sono strumenti musicali virtuali. E la capacità dell'autore materiale? Quanto rara e preziosa è, al momento, la capacità di manipolare parole, immagini, suoni? A giudicare dalla quantità di materiale in circolazione si direbbe che non è così difficile produrre materiale, anche se poi interviene la statistica e bisogna capire la qualità media, se si alza, se si abbassa, se sparisce del tutto, se al contrario c'è in giro molta più roba di qualità. E qui sorge il problema della selezione, che un tempo era legato alla distribuzione delle copie materiali. L'editore selezionava, produceva copie, le proponeva al pubblico. Adesso no. La selezione è sparita, è un bene o un male, dipende da chi selezionava cosa, per esempio se c'è un partito politico che usa soldi pubblici per finanziare autori propagandistici no, non va bene. Dopo qualche decennio di selezione hai influito sulla società con intenti educativi o rieducativi e non è detto che sia meglio di come sarebbe qualora lasciata libera di crescere senza condizionamenti culturali. Una delle critiche è proprio quella di aver lasciato a internet il ruolo didattico già pessimo svolto dalla tv commerciale, ovvero la tv che deve proporre programmi spazzatura che piacciono molto al fine di incassare proventi pubblicitari e non tv elitaria che guarda solo chi non ha alternative preferibili. Si dice che se prima la tv rovinava la gente, almeno c'era una regolamentazione, un controllo per tentare di evitare gli eccessi, anche se col tempo è diventato sempre più blando il concetto di eccesso, si sono allargate a dismisura le maglie della tolleranza su ciò che fa scandalo e ciò che fa audience. Si inizia ora a parlare di vietare per esempio il porno di internet ai minori, mettendo un blocco rimovibile su richiesta dell'abbonato al servizio internet maggiorenne. Nel frattempo il web offre tutto a tutti, senza nessuno che seleziona ufficialmente i prodotti se non chi si occupa di marketing virale, il resto è frutto di passaparola.

Il costo per produrre è calato, la selezione è svanita assieme al monopolio della distribuzione, quest'ultima resa gratuita da supporti immateriali come i file ospitati gratuitamente dai server, il costo della promozione pubblicitaria è rimasto solo per prodotti legati alla filiera produttiva, scrittori già famosi che sfruttano il libro di carta come oggetto di culto più che di cultura, film con budget milionari che cercano sempre nuovi modi di rivitalizzare le sale cinematografiche, cantanti che hanno spostato l'attenzione dagli introiti per copie di dischi venduti a numero di biglietti venduti per i concerti dal vivo. La scelta di creare una porzione di rete chiusa, dove per accedere devi dare il tuo numero di carta di credito e usate un apparecchio anch'esso blindato, ha reso felice il sistema di produzione e consumo analogico al punto da trasformare in una specie di semidio di cartapesta il tizio marchiato mela. E il mondo si è dimostrato felice di trovare un oasi simil televisiva, dove si possa andare quando l'entropia provoca ansia, confusione, irritazione. Perché è questo che si prova quando non si sa cosa scegliere, non c'è nessuno a dirmi cosa piace a moltissime persone e soprattutto cosa piace agli idoli mediatoci, gli opinion makers, alle persone che passano la vita a classificare i prodotti per aiutarci a scegliere cosa comprare, i consigli per gli acquisti, come pensarla riguardo a questo fatto, dove andare per manifestare a favore di questo o contro quello, a chi mandare una email con scritto cosa, insomma l'ultima versione di grande fratello. Senza una guida si piomba nella paura e nel caos, un grande fratello è lì pronto per accoglierci sotto la sua ala protettiva e amorevole. A volte è un dittatore, a volte un profeta, a volte qualcuno che sorride o grida rivolto alla telecamera. Nessuno vuole essere solo, nessuno vuole essere l'unico allo stadio che fa il tifo, il primo a tirare la pietra, nessuno vuole indossare qualcosa che gli procurerà risate di scherno, nessuno vuole sporcarsi la camicia, inciampare, andare a sbattere, scoprire di avere tutti gli occhi addosso quando vorrebbe passare inosservato o scoprire di passare inosservato quando vorrebbe avere tutti gli occhi addosso.

Soldi e fama, in fondo è solo l'ambizione a muovere la maggior parte di chi cerca di vendere qualcosa, compreso se stesso, al maggior numero di persone possibile. La ricerca del successo come scopo della vita. Ne ho già parlato, mi pare. Ma internet sta rendendo vano questo modello a prescindere da chi seleziona cosa, se è il partito comunista e tu sei un dissidente vai in prigione anche se hai preso il nobel, o dal livello di meritocrazia di una società, cosa che rende possibile il sogno americano, senza meritocrazia puoi essere bravo quanto vuoi ma ti passa davanti il raccomandato, il leccapiedi, l'amico dell'amico. Con internet tutto questo viene messo in crisi. Non c'è bisogno di essere criminali informatici per sapere che ci sono a disposizione, almeno fino a quando l'autorità non deciderà di dare un giro di vite alla libertà sul web, centinaia, migliaia di prodotti da tutto il mondo. Tanto che la difficoltà principale sta nell'ostacolo linguistico, servono traduttori per infrangere la barriera, non è una cifratura da far decrittare con forza bruta da processori sempre più veloci. Ci sono così tante storie al momento on line, potenzialmente tesori di cui guardo solo copertina, leggo il titolo o guardo la locandina, pensando a quanto tempo dovrei perderci per verificarne la qualità, per rendermi conto di aver speso bene o male del tempo sempre più prezioso. Si rimane paralizzati e si vuole un grande fratello, un selezionatore professionista, un investitore che ci abbia scommesso sopra grosse somme di denaro, un pubblicitario che ne valorizzi i punti di forza e mi renda appetibili anche le peggio stronzate. Ne vale la pena o nel frattempo mi perdo qualcosa di meglio? Se sì, cosa? C'è davvero qualcosa che mi sto perdendo? O è tutto un succedaneo nel niente originario, figli di un capostipite banale, senza cappello, senza baffi a manubrio, le mani sul ginocchio e la posizione a trequarti per il ritratto dipinto a olio. E mai esistito davvero un filone d'oro dell'arte? O le cose belle sono state pescate a caso e sono sopravvissute nel tempo per un colpo di fortuna? Perché ho già dedicato anni di vita a riempirmi di schifezze. Anche roba spacciata per toccasana universale, che dopo la tua vita non sarà più la stessa, e invece al dunque si rivela sbobba. Di tutto quello che ho visto e letto c'è poco o niente di cui non potrei fare a meno, alla quale imputo una causa del mio essere diventato quel che sono, un mattone fondamentale senza il quale crollerei su me stesso. Qualche film, qualche libro, qualche immagine. Ma la maggior parte di quanto proposto dal sistema dei selezionatori è entertainment di bassa lega. Quel tipo di intrattenimento che ti aiuta a vivere facendoti scordare che sei vivo, che hai una vita vera, che i giorni, i mesi, gli anni passano e tu no stai crescendo come una pianta sana e robusta, mentalmente sei rimasto un bonsai, tenuto nel buio confortevole dell'intrattenimento.

E mi chiedo anche se potrei raccontare una storia che non esista già là fuori, da qualche parte, che vada a toccare certi tasti, son come le note, sono emozioni, sono dilemmi morali, sono buoni e cattivi esempi? No, non potrei. Esiste già tutto, qualcuno ha già detto quello che andrebbe detto, non ci resta che recuperare le stesse cose, ancora e ancora, ripeterle con altre parole, dentro a storie differenti, con musiche inaudite eppure familiari fin dal primo ascolto. Tutto è compiuto. Tutto è già successo, il futuro è solo un colpo di coda, un eterno ritorno, un sentire bussare alla porta e spaventarsi oppure no, impaurirsi oppure no, arrabbiarsi oppure no. Perdersi nell'entropia di un mare di cose che nel tempo si riveleranno non così importanti, non così irreparabili, diventeranno foto ingiallite, ricordi selezionati di grandi storie sentimentali dalle quali sembrava pendere, appesa a un filo troppo sottile, nientemeno che l'esistenza e l'equilibrio mentale, quando era solo intrattenersi a vicenda, tenersi per mano, dare spiegazioni, proiettare ombre. E allora scrivere come opera decostruttiva e semplificatoria? Già fatto, la mercificazione e massificazione dell'arte. Tanto vale scrivere elenchi, numeri, percentuali, cronache, musiche monotone da ascensore, storie belle da ascoltare anche se non dicono niente, cambiare la vita, in meglio o in peggio, che importa, per farsi compagnia, per gestire il coma, la totale privazione sensoriale da eccesso di esposizione, la realtà virtuale ora in formato vita vera, oggetti esposti in bella mostra, merce posizionata con cura dentro una cornice accattivante, esche dalle quali siamo separati mediante una vetrina pulita, da uno monitor o uno schermo televisivo, la terza dimensione del desiderio con tanto di prezzo scontato, solo per pochi, solo per oggi, restate con noi, non cambiate canale, e noi sbattiamo contro le pareti come pesci in un acquario, specchiandoci. Là fuori c'è già tutto, il messia è già arrivato, proprio quando ti sei alzato dal divano per andare un momento in bagno, un momento al frigor, senza uscire dal coma, senza abbandonare la sicurezza del polmone d'acciaio. Non rimane altro da dire, da cantare, da scrivere, da disegnare, se non per aumentare l'entropia, per aggiungere dati alla curva statistica del gradimento e della qualità, che va da largo intrattenimento a per appassionati del genere.

Pertanto a cosa serve, oggi, essere ambiziosi, se non diventare rotelle di meccanismi che ti rendono cosa? Ricco, quanto vuoi diventare ricco? Quanti soldi ti servono? Cosa ci compri? A cosa sei disposto a rinunciare pur di diventare ricco? Perché tutto a un prezzo, anche la ricchezza ha un prezzo, oh, se ce l'ha. Famoso? Non ti interessano i soldi ma vuoi diventare famoso? Nel senso che la gente ti ama o nel senso di passare alla storia? La gente non ti ama per sempre, e anche quando ti ama non è che ti ama come pensi tu, magari ti ama come si amerebbe un gatto o un ricordo di infanzia, un vecchio zio che vedi ogni tanto e racconta barzellette e ti mette in mano dei soldi quando se ne va. Vuoi essere amato come? Come un dio? Come un padre? Come una madre? Come il figlio che sei stato o non sei stato? Passare alla storia per cosa? Per aver inventato qualcosa? Quante volte pensi in un giorno agli inventori del passato? Vuoi essere ricordato come un grande artista? Quanti artisti del passato ascolti normalmente, a parte mozart nelle pubblicità dei cioccolatini trasmessa alla radio mentre sei incolonnato con la macchina in tangenziale, intendo. Ricapitoliamo: le probabilità si successo sono minime, in ogni caso no diventerai ricco e se anche lo diventerai non è quello per cui produci storie, che siano di parole, immagini o suoni. Se vuoi diventare ricco apri un supermercato, una catena di fast food, un sito internet per il gioco d'azzardo. È così che la gente di solito diventa ricca, è molto più probabile diventare ricchi così che ottenendo successo come artisti. Inoltre non vuoi nemmeno passare alla storia: avere il proprio nome su una lapide al cimitero e dentro a un'enciclopedia non cambia molto, la tua vita può comunque essere stata fenomenale o una merda totale, piena di un senso di riconoscenza luminoso o piena di una tragica consapevolezza di inutilità. Non è la soluzione al problema della vita né a quello della morte quella che ci viene proposta dal marketing.

La risposta è altrove, non sarò certo io a dirti dove, il biglietto per arrivarci non è in vendita, ognuno nasce col proprio ed è libero di decidere se usarlo o buttarlo via, se credere che serva davvero a raggiungere una destinazione o sia solo una presa in giro. Certo, l'ambizione porta risultati, se e quando li porta, concreti e immediati, concede la meritata gratificazione per l'impegno profuso. Ma l'ambizione non è un meccanismo automatico, dove se non sei bravo lo diventi, che le cose basta volerle e tutto è possibile, se non sei fortunato lo diventi, che le occasioni bisogna procurarsele e non si deve aspettare che cadano dal cielo. L'ambizione se ci guardi dentro scopri che solo voglia di consolazione, bisogno di rivalsa, impulso naturale di competizione, di vincita, di ammirazione, l'equivalente sociale della spinta animale a scegliere o venire scelti mentre si cerca il partner geneticamente migliore in circolazione per accoppiarsi e riprodursi. L'ambizione se la guardi da vicino è solo insicurezza, solitudine, fragilità, disperazione, e ti accorgi che tutto quello che davvero ha avuto importanza nella tua vita ti è stato regalato, ti è stato donato da chi non aveva bisogno o possibilità di ambire a niente che si possa ottenere in questo mondo. I libri che ti hanno detto la verità quando tu avevi bisogno di bugie, o viceversa, i film che ti anno mostrato la realtà quando tu avevi bisogno di fantasia, o viceversa, i disegni che ti hanno fatto sentire bene quando volevi sentirti male, o viceversa, non sono stati fatti da qualcuno che voleva far soldi o diventare famoso, come un uccellino non canta per tuo piacere personale, quello succede solo alle principesse delle favole. Non c'è niente di male a coltivare delle ambizioni, purché restino il mezzo e non il fine. Un conto è fare delle cose che ti riempiono comunque la vita e che faresti anche se fuori dalla finestra ci fossero le macerie di una guerra mondiale e branchi di lupi affamati che ti aspettano sbranarti, e nel fare queste cose speri di venire pagato così da non dover fare quella cosa orribile che è lavorare, ovvero fare cose che non ti piacciono per niente, perché se ti piacciono non è lavoro nemmeno se ti pagano, e che le persone per cui ti stai sbattendo, che si presume siano persone a cui tieni, delle persone per le quali provi gratitudine, o l'amore per i figli, anche solo te stesso in un delirio di egocentrismo, qualcuno che possa un giorno, chissà, apprezzare lo sforzo. Anche se sai che è tutto inutile, che è già stato detto tutto, che là fuori c'è un mare di entropia pronto a ingoiarti e farti sparire dal tempo e dallo spazio. Un altro conto è fare delle cose perché sono quel tipo di cose che potrebbero renderti ricco e famoso, fare delle cose che possono renderti simile a quel tizio, uno o più di uno, che invidi, o che vuoi surclassare, imitare, scoprire il suo segreto e diventare come lui, oppure fare delle cose che reputi fichissime, attività da supereroi, cose diverse dal lavorare come magazziniere, come contabile, diverse dal mettere le mani in bocca alla gente per trapanare via le carie, cambiare i pannolini ai vecchi con l'alzhaimer, mungere la vacche, scendere in miniera. Vuol dire anche quello l'ambizione, una via di fuga, un paradiso artificiale, un biglietto che, a differenza dell'altro, sai esattamente dove ti può portare ma non sai se ti piacerà davvero arrivarci e, soprattutto, non sai se ti piacerà il viaggio mentre ci vai. Sto proprio diventando un vecchio barboso e rompipalle, faccio discorsi che se li avessero fatti a me da giovane sarei morto dalla noia, si vede che a una certa età il cervello perde colpi e si chiacchiera per ore e si finisce per fare predicozzi indigesti come questo.

lunedì 10 ottobre 2011

Aristocrazia 2.0

La mia generazione vien subito dopo quella degli anni '60, coi loro fiori nei cannoni e le dive sulla Croisette, i motori ruggenti del ribelle Dean che sposa idealmente la Marilyn bambola medicina per tenere su il morale dell'incompreso contemporaneo. Siamo il frutto di venticinque immagini al secondo, noi dei '70 siamo nativi televisivi come ora gli zeri sono i nativi digitali. I nostri modelli sono Star Trek, con i ruoli definiti dal colore della tutina elasticizzata, cibo che esce da un ricompositore molecolare, nemici ben definiti e primitivi che vanno convertiti più che sconfitti, abbracciati più che annientati. Anche Star Trek si è evoluto, passando ai nativi digitali, adesso il suo equipaggio non contiene solo rappresentanti di tutte le etnie del pianeta terra, unite dentro una sola e unica cultura, quella dell'occidente e in particolare degli Usa. Adesso Star Trek è ultraglobalizzata, universalizzata, ha incorporato il fattore multiculturalità con la convivenza tra specie aliene. I punti più alti di questa aristocrazia culturale si realizza nelle stazioni spaziali, sulle navi che percorrono le rotte commerciali e diplomatiche. L'orizzonte degli idealisti non si comprime mai, non sarebbero idealisti se permettessero ai loro desideri si scendere a patti con la realtà. Gli idealisti sono una parte dell'aristocrazia culturale che travalica le distinzioni tra scienziati, filosofi, ingegneri, borghesia commerciale, intellettuali.

Gli idealisti sono gli ambiziosi che, in alcuni casi, possiedono carismi (dal greco: dono) particolari che, uniti a fortuna e caso, all'essere nodi di particolari reti relazionali, al farsi creatori di bisogni nuovi o fornitori di prodotti che soddisfano bisogni nuovi mai considerati prima, danno luogo a persone simbolo in grado di mobilitare le masse. Le masse stanno appunto all'estremo opposto degli aristos (dal greco: migliore), in un ambiente in cui la meritocrazia ha appunto l'obiettivo di far emergere i migliori. La meritocrazia è aristocrazia, dove i migliori non sono definiti da una linea di sangue o decretati per investitura reale o papale, la meritocrazia è l'imborghesimento dell'aristocrazia nobiliare, il passaggio dall'origine per diritto morale, giuridico o divino, del riconoscimento pubblico all'origine per dimostrazione quasi-scientifica, come risultato della vincita di una competizione. Le masse invece rimangono tali. La curva statistica gaussiana che descrive quasi tutte le distribuzioni statistiche di una caratteristica all'interno di una popolazione sufficientemente numerosa si applica anche ai fattori di aristos o merito: una piccola percentuale soddisfa certi requisiti e il resto è massa. Se non si capisce questo non si scopre il bluff della rivoluzione digitale che nutre favole visionarie e omelie di santoni piene di ottimismo per il futuro e fiducia nell'evoluzione darwiniana.

Le masse sono quelle che hanno bisogno di idoli, di totem, di vitelli d'oro lari del focolare, amuleti contro il malocchio, riti per scacciare il demonio, pozioni d'amore o per cancellare le fatture. Non è religione, come vorrebbero gli atei o chi fugge e ridicolizza la religiosità come una qualunque espressione di superstizione. La religione è un'altra cosa, una faccenda da aristos come tante altre, come il sapere, come l'esperienza, come le molte capacità che posso essere sopra o sotto la media, riflettere, elaborare, unire i puntini, cogliere nessi, immaginazione, creatività, analisi, gli esseri umani possono scalare le vette così come possono sguazzare nel fango, entrambe sono scelte lecite e rispettabili, frutto del libero arbitrio. Ogni attività umana formalizzata e basta su criteri di selezione si ritrova con sacerdoti, sciamani, santi e soldati che combattono l'esercito dell'avversario coi suoi mille nomi. Quando vi trovate di fronte a un militare, un prete, uno scienziato, un giornalista, un medico, tenete sempre presente che è un elemento di un macchinario molto grande, che macina cultura da molto tempo, un omino del lego che si distingue dalla massa entrando a far parte di una particolare aristos. Anche il criminale cerca di essere il migliore nel suo campo. Anche il politico. È una tensione umana che solo con un grosso sforzo di volontà può essere abbandonata senza viverla come una rinuncia e un sacrificio.

Nessuno vuole essere l'ultimo, l'uomo qualunque, neanche per ottenere una forse vita forse eterna, forse un giorno, ammesso che esista dio, chissà, chi può dimostrare che non siano tutte fesserie inventate dall'uomo per giustificare il suo fallimento, non vergognarsi del suo essere un perdente che non si distingue nella folla, un elemento insignificante che fa numero nella massa? La religione protestante e il suo affermare che dio premia i migliori con il successo non è né la causa né l'effetto del fenomeno culturale che è al momento in atto nel mondo, lo stesso vale per il capitalismo e il libero mercato che si accompagna alla perfezione col il protestantesimo così come il socialismo si accompagna bene al buonismo perdonista cattolico, anche se è vero che nei paesi ricchi protestanti sono molto più comuni che altrove i suicidi di chi non accetta di essere destinato da dio a essere un perdente senza valore. In questo paradigma, riconducibile esclusivamente alle emanazioni storicizzate del macchinario culturale descritto poc'anzi, si è fatto strada internet: uno strumento pensato per fare evolvere le masse nella direzione voluta dall'aristos, al fine di realizzare la società desiderata dagli idealisti, che sono sempre altruisti, nessuna massa sostiene un idealista, o una formazione politica animata da idealismo, che promette un futuro in cui l'aristos diventa ricco e famoso e le masse rimangono tali. Il problema è che internet sta fallendo, su tutta la linea. Come ha fallito prima di internet la tv. La tv ha creato consenso attorno a valori e modelli comuni, ha creato il cittadino americano di provincia con una macchina due figli e un mutuo. La tv ha modellato le masse, verissimo, ha creato mercati, ha diffuso sermoni e documentari e dibattiti elettorali. La tv ha fatto su larga scala quello che un uomo dotato di potere avrebbe ottenuto lavorando sugli abitanti di un piccolo villaggio medievale. La tv ha creato il villaggio culturale globale quanto il petrolio ha creato il villaggio industriale globale.

È qui che fa il suo ingresso internet, con la possibilità di una comunicazione non più unilaterale distrugge il caposaldo di qualsiasi sistema di potere, che sia aristocratico nel senso antico del termine, ovvero basato sulla tradizione, sul mantenimento del patrimonio, dell'esercito, e sul matrimonio e filiazione come contratto fra potentati, o che sia un potere di aristos come selezione meritocratica, fingendo che non esistano variabili legate al caso, alla fortuna, alle conoscenze, alle opportunità, dove sei nato, da quale famiglia, dove hai studiato, che lingua parli, che colore ha la tua pelle, parli inglese e con quale accento? Con internet si annienta qualsiasi forma di aristos controllata e valutata da altrettanti aristos. La tv permetteva di imporre alle masse prodotti comunque selezionati da persone con l'obiettivo di educare (o rieducare, nel senso terribile dei sistemi totalitari) i cittadini o da persone che danno alle masse quello che vogliono pur di fare audience e incassare proventi pubblicitari. Con la tv il dibattito era proprio questo: cosa è meglio trasmettere, qualità poco gradita o immondizia molto gradita? Lo stesso discorso del cibo, insalata salutista o schifezza che rende obesi?

La storia ci ha dimostrato che le masse vogliono essere intrattenute piacevolmente mentre, sdraiate sul divano, mangiano porcherie. Internet lo fa molto meglio della tv, permette alla massa di snobbare completamente qualsiasi tipo di suggerimento possa venire da un'aristocrazia che non sia basata sul criterio della popolarità. Il paradiso del marketing, l'arte di indirizzare le masse utilizzando sentimenti, impulsi, la vasta area dell'irrazionale che governa le scelte umane: non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. Se riesci a far cliccare il tuo prodotto a un milione di persone altre dieci milioni seguiranno, e così via. Gli aristos sono creati dalla popolarità e dal successo, e questo è il meno, diventa più inquietante quando la popolarità e il successo diventano a loro volta un prodotto industriale, un servizio commerciale. Le masse in fondo vogliono sentirsi tali, vogliono un personaggio che li faccia sentire parte di un gruppo, vogliono innamorarsi dell'eroe e piangere quando muore come sono stati abituati a fare fin da piccoli con i cartoni animati. Vogliono succhiare il midollo della vita, andare al massimo, restare affamati e folli, gli slogan che esprimono la contraddizione profonda fra il diktat calvinista al dovere di lavorare al massimo, il darsi da fare come premio a se stesso, e allo stesso tempo gli slanci epicurei del godersi la vita come fanno i protagonisti della pubblicità.

Oggi sto andando lungo ma sono argomenti tosti, non si possono riassumere in due parole. Potrei andare avanti per altre pagine e pagine ma a quale scopo? Se anche riuscissi a spiegare per filo e per segno la realtà quella non smetterebbe di essere quello che è, anzi, non c'è niente di peggio della consapevolezza senza rimedio per sentirsi inermi e inutili, tutto è vanità e la conoscenza aumenta il dolore (Qoelet) E io non volevo nemmeno parlare di questo. Volevo parlare di cosa faranno se la massa utilizzerà le possibilità della rete per fare quello che le riesce meglio: mandare al rogo streghe, impiccare il signorotto locale, marciare sul villaggio vicino, invadere scappando dalla carestia. Che in internet si traduce nel pubblicare foto di persone che vogliamo danneggiare, diffamare la concorrenza usando pseudonimi e server dislocati in capo al mondo, rovinare la reputazione del chirurgo che non è riuscito a salvare un nostro caro. Bullismo, truffe, furto di dati sensibili, esibizionismo, è solo una piccola parte delle attività di chi approfitta del suo essere invisibile nella massa, protetto dalla massa, e anzi vendicatore di torti contro le masse, ribelle contro il sistema, cellula di un corpo rivoluzionario digitale che sovvertirà l'ordine costituito che è ingiusto, vecchio, incompatibile con i nuovi formati. L'ipotesi che la gente smette di essere stupida e malvagia nel momento in cui entra nel magico mondo del digitale è come minimo azzardata.

Volevo parlare invece dei nativi digitali, dei nostri bambini. Della maestra che non ha 80 anni e mi dice della progressiva perdita di capacità di analisi e di manualità pratica che riscontra nei bambini delle elementari. Bimbi bravissimi a mettere un dito sullo schermo per tirare l'uccellino con la fionda virtuale ma che non capisce l'utilità di azioni ludiche svincolate dall'entertaiment, così che costruire una fionda vera è troppo difficile, noioso, complicato, ci vuole troppa pazienza, troppa concentrazione, troppa conoscenza teorica, troppa abilità gestuale. Addirittura recenti studi dimostrano che l'esposizione di un bambino a dieci minuti di cartoni animati a movimento rapido, ovvero dove i personaggi, al fine di immettere il maggior quantitativo di storia possibile, si muovono più veloci di quanto è naturale che facciano, e il bambino non riesce più a disegnare correttamente, cerca di replicare il dinamismo marinettiano di una realtà artificiale o virtuale che dir si voglia. Volevo parlare della tendenza a sistemi chiusi per rassicurare l'utente che sacrificano la tensione naturale dei bambini alla sperimentazione, aprire per vedere com'è fatto, rompere, affrontare imprevisti e ostacoli nel percorso espertivo di maturazione personale. Tutto ciò non è possibile su apparecchi venduti come status symbol, come traguardo estetico, come tecnologia nascosta che lavora senza bisogno dell'utente che non deve fare niente, solo muovere il pollice, l'equivalente digitale del mettersi sul divano a guardare la tv mangiando schifezze. Qui torniamo alle masse, alla curva gaussiana, all'idealismo di uno strumento che gioverà alle masse che si scontra contro il successo ottenuto vendendo alle masse oggetti ad alto contenuto di emozione, per la gioia del marketing che può usare slogan suadenti e infidi come 'lo sanno usare anche i bambini'. I bambini come soggetti adulti fisicamente o mentalmente menomati, le masse come bambini, con la sensazione che ci sia una mamma a coccolarli e un papà a tener lontani i pericoli. Bambini che non giocano davvero ma giocano a giocare, attaccati a una tecnologia che si presenta come una bicicletta e si rivela un polmone d'acciaio.