L'effetto più vistoso della tecnologia si è manifestato nella produzione e distribuzione di storie. Storie che vanno da una frasetta a centinaia di pagine, fino allo stream of consciousness da fantascienza di un chip che legga il pensiero in diretta, da una singola immagine a ore di filmato, fino alla vita trasmessa da una webcam dentro all'occhio, da un jingle a musica suonata per ore, fino al concerto infinito di un computer che compone dirige e suona tutti gli spartiti girando in orbita sulle nostre teste. Il costo di produzione è diminuito, ci sono tastiere e programmi di videoscrittura, ci sono macchine fotografiche e telecamere digitali, ci sono strumenti musicali virtuali. E la capacità dell'autore materiale? Quanto rara e preziosa è, al momento, la capacità di manipolare parole, immagini, suoni? A giudicare dalla quantità di materiale in circolazione si direbbe che non è così difficile produrre materiale, anche se poi interviene la statistica e bisogna capire la qualità media, se si alza, se si abbassa, se sparisce del tutto, se al contrario c'è in giro molta più roba di qualità. E qui sorge il problema della selezione, che un tempo era legato alla distribuzione delle copie materiali. L'editore selezionava, produceva copie, le proponeva al pubblico. Adesso no. La selezione è sparita, è un bene o un male, dipende da chi selezionava cosa, per esempio se c'è un partito politico che usa soldi pubblici per finanziare autori propagandistici no, non va bene. Dopo qualche decennio di selezione hai influito sulla società con intenti educativi o rieducativi e non è detto che sia meglio di come sarebbe qualora lasciata libera di crescere senza condizionamenti culturali. Una delle critiche è proprio quella di aver lasciato a internet il ruolo didattico già pessimo svolto dalla tv commerciale, ovvero la tv che deve proporre programmi spazzatura che piacciono molto al fine di incassare proventi pubblicitari e non tv elitaria che guarda solo chi non ha alternative preferibili. Si dice che se prima la tv rovinava la gente, almeno c'era una regolamentazione, un controllo per tentare di evitare gli eccessi, anche se col tempo è diventato sempre più blando il concetto di eccesso, si sono allargate a dismisura le maglie della tolleranza su ciò che fa scandalo e ciò che fa audience. Si inizia ora a parlare di vietare per esempio il porno di internet ai minori, mettendo un blocco rimovibile su richiesta dell'abbonato al servizio internet maggiorenne. Nel frattempo il web offre tutto a tutti, senza nessuno che seleziona ufficialmente i prodotti se non chi si occupa di marketing virale, il resto è frutto di passaparola.
Il costo per produrre è calato, la selezione è svanita assieme al monopolio della distribuzione, quest'ultima resa gratuita da supporti immateriali come i file ospitati gratuitamente dai server, il costo della promozione pubblicitaria è rimasto solo per prodotti legati alla filiera produttiva, scrittori già famosi che sfruttano il libro di carta come oggetto di culto più che di cultura, film con budget milionari che cercano sempre nuovi modi di rivitalizzare le sale cinematografiche, cantanti che hanno spostato l'attenzione dagli introiti per copie di dischi venduti a numero di biglietti venduti per i concerti dal vivo. La scelta di creare una porzione di rete chiusa, dove per accedere devi dare il tuo numero di carta di credito e usate un apparecchio anch'esso blindato, ha reso felice il sistema di produzione e consumo analogico al punto da trasformare in una specie di semidio di cartapesta il tizio marchiato mela. E il mondo si è dimostrato felice di trovare un oasi simil televisiva, dove si possa andare quando l'entropia provoca ansia, confusione, irritazione. Perché è questo che si prova quando non si sa cosa scegliere, non c'è nessuno a dirmi cosa piace a moltissime persone e soprattutto cosa piace agli idoli mediatoci, gli opinion makers, alle persone che passano la vita a classificare i prodotti per aiutarci a scegliere cosa comprare, i consigli per gli acquisti, come pensarla riguardo a questo fatto, dove andare per manifestare a favore di questo o contro quello, a chi mandare una email con scritto cosa, insomma l'ultima versione di grande fratello. Senza una guida si piomba nella paura e nel caos, un grande fratello è lì pronto per accoglierci sotto la sua ala protettiva e amorevole. A volte è un dittatore, a volte un profeta, a volte qualcuno che sorride o grida rivolto alla telecamera. Nessuno vuole essere solo, nessuno vuole essere l'unico allo stadio che fa il tifo, il primo a tirare la pietra, nessuno vuole indossare qualcosa che gli procurerà risate di scherno, nessuno vuole sporcarsi la camicia, inciampare, andare a sbattere, scoprire di avere tutti gli occhi addosso quando vorrebbe passare inosservato o scoprire di passare inosservato quando vorrebbe avere tutti gli occhi addosso.
Soldi e fama, in fondo è solo l'ambizione a muovere la maggior parte di chi cerca di vendere qualcosa, compreso se stesso, al maggior numero di persone possibile. La ricerca del successo come scopo della vita. Ne ho già parlato, mi pare. Ma internet sta rendendo vano questo modello a prescindere da chi seleziona cosa, se è il partito comunista e tu sei un dissidente vai in prigione anche se hai preso il nobel, o dal livello di meritocrazia di una società, cosa che rende possibile il sogno americano, senza meritocrazia puoi essere bravo quanto vuoi ma ti passa davanti il raccomandato, il leccapiedi, l'amico dell'amico. Con internet tutto questo viene messo in crisi. Non c'è bisogno di essere criminali informatici per sapere che ci sono a disposizione, almeno fino a quando l'autorità non deciderà di dare un giro di vite alla libertà sul web, centinaia, migliaia di prodotti da tutto il mondo. Tanto che la difficoltà principale sta nell'ostacolo linguistico, servono traduttori per infrangere la barriera, non è una cifratura da far decrittare con forza bruta da processori sempre più veloci. Ci sono così tante storie al momento on line, potenzialmente tesori di cui guardo solo copertina, leggo il titolo o guardo la locandina, pensando a quanto tempo dovrei perderci per verificarne la qualità, per rendermi conto di aver speso bene o male del tempo sempre più prezioso. Si rimane paralizzati e si vuole un grande fratello, un selezionatore professionista, un investitore che ci abbia scommesso sopra grosse somme di denaro, un pubblicitario che ne valorizzi i punti di forza e mi renda appetibili anche le peggio stronzate. Ne vale la pena o nel frattempo mi perdo qualcosa di meglio? Se sì, cosa? C'è davvero qualcosa che mi sto perdendo? O è tutto un succedaneo nel niente originario, figli di un capostipite banale, senza cappello, senza baffi a manubrio, le mani sul ginocchio e la posizione a trequarti per il ritratto dipinto a olio. E mai esistito davvero un filone d'oro dell'arte? O le cose belle sono state pescate a caso e sono sopravvissute nel tempo per un colpo di fortuna? Perché ho già dedicato anni di vita a riempirmi di schifezze. Anche roba spacciata per toccasana universale, che dopo la tua vita non sarà più la stessa, e invece al dunque si rivela sbobba. Di tutto quello che ho visto e letto c'è poco o niente di cui non potrei fare a meno, alla quale imputo una causa del mio essere diventato quel che sono, un mattone fondamentale senza il quale crollerei su me stesso. Qualche film, qualche libro, qualche immagine. Ma la maggior parte di quanto proposto dal sistema dei selezionatori è entertainment di bassa lega. Quel tipo di intrattenimento che ti aiuta a vivere facendoti scordare che sei vivo, che hai una vita vera, che i giorni, i mesi, gli anni passano e tu no stai crescendo come una pianta sana e robusta, mentalmente sei rimasto un bonsai, tenuto nel buio confortevole dell'intrattenimento.
E mi chiedo anche se potrei raccontare una storia che non esista già là fuori, da qualche parte, che vada a toccare certi tasti, son come le note, sono emozioni, sono dilemmi morali, sono buoni e cattivi esempi? No, non potrei. Esiste già tutto, qualcuno ha già detto quello che andrebbe detto, non ci resta che recuperare le stesse cose, ancora e ancora, ripeterle con altre parole, dentro a storie differenti, con musiche inaudite eppure familiari fin dal primo ascolto. Tutto è compiuto. Tutto è già successo, il futuro è solo un colpo di coda, un eterno ritorno, un sentire bussare alla porta e spaventarsi oppure no, impaurirsi oppure no, arrabbiarsi oppure no. Perdersi nell'entropia di un mare di cose che nel tempo si riveleranno non così importanti, non così irreparabili, diventeranno foto ingiallite, ricordi selezionati di grandi storie sentimentali dalle quali sembrava pendere, appesa a un filo troppo sottile, nientemeno che l'esistenza e l'equilibrio mentale, quando era solo intrattenersi a vicenda, tenersi per mano, dare spiegazioni, proiettare ombre. E allora scrivere come opera decostruttiva e semplificatoria? Già fatto, la mercificazione e massificazione dell'arte. Tanto vale scrivere elenchi, numeri, percentuali, cronache, musiche monotone da ascensore, storie belle da ascoltare anche se non dicono niente, cambiare la vita, in meglio o in peggio, che importa, per farsi compagnia, per gestire il coma, la totale privazione sensoriale da eccesso di esposizione, la realtà virtuale ora in formato vita vera, oggetti esposti in bella mostra, merce posizionata con cura dentro una cornice accattivante, esche dalle quali siamo separati mediante una vetrina pulita, da uno monitor o uno schermo televisivo, la terza dimensione del desiderio con tanto di prezzo scontato, solo per pochi, solo per oggi, restate con noi, non cambiate canale, e noi sbattiamo contro le pareti come pesci in un acquario, specchiandoci. Là fuori c'è già tutto, il messia è già arrivato, proprio quando ti sei alzato dal divano per andare un momento in bagno, un momento al frigor, senza uscire dal coma, senza abbandonare la sicurezza del polmone d'acciaio. Non rimane altro da dire, da cantare, da scrivere, da disegnare, se non per aumentare l'entropia, per aggiungere dati alla curva statistica del gradimento e della qualità, che va da largo intrattenimento a per appassionati del genere.
Pertanto a cosa serve, oggi, essere ambiziosi, se non diventare rotelle di meccanismi che ti rendono cosa? Ricco, quanto vuoi diventare ricco? Quanti soldi ti servono? Cosa ci compri? A cosa sei disposto a rinunciare pur di diventare ricco? Perché tutto a un prezzo, anche la ricchezza ha un prezzo, oh, se ce l'ha. Famoso? Non ti interessano i soldi ma vuoi diventare famoso? Nel senso che la gente ti ama o nel senso di passare alla storia? La gente non ti ama per sempre, e anche quando ti ama non è che ti ama come pensi tu, magari ti ama come si amerebbe un gatto o un ricordo di infanzia, un vecchio zio che vedi ogni tanto e racconta barzellette e ti mette in mano dei soldi quando se ne va. Vuoi essere amato come? Come un dio? Come un padre? Come una madre? Come il figlio che sei stato o non sei stato? Passare alla storia per cosa? Per aver inventato qualcosa? Quante volte pensi in un giorno agli inventori del passato? Vuoi essere ricordato come un grande artista? Quanti artisti del passato ascolti normalmente, a parte mozart nelle pubblicità dei cioccolatini trasmessa alla radio mentre sei incolonnato con la macchina in tangenziale, intendo. Ricapitoliamo: le probabilità si successo sono minime, in ogni caso no diventerai ricco e se anche lo diventerai non è quello per cui produci storie, che siano di parole, immagini o suoni. Se vuoi diventare ricco apri un supermercato, una catena di fast food, un sito internet per il gioco d'azzardo. È così che la gente di solito diventa ricca, è molto più probabile diventare ricchi così che ottenendo successo come artisti. Inoltre non vuoi nemmeno passare alla storia: avere il proprio nome su una lapide al cimitero e dentro a un'enciclopedia non cambia molto, la tua vita può comunque essere stata fenomenale o una merda totale, piena di un senso di riconoscenza luminoso o piena di una tragica consapevolezza di inutilità. Non è la soluzione al problema della vita né a quello della morte quella che ci viene proposta dal marketing.
La risposta è altrove, non sarò certo io a dirti dove, il biglietto per arrivarci non è in vendita, ognuno nasce col proprio ed è libero di decidere se usarlo o buttarlo via, se credere che serva davvero a raggiungere una destinazione o sia solo una presa in giro. Certo, l'ambizione porta risultati, se e quando li porta, concreti e immediati, concede la meritata gratificazione per l'impegno profuso. Ma l'ambizione non è un meccanismo automatico, dove se non sei bravo lo diventi, che le cose basta volerle e tutto è possibile, se non sei fortunato lo diventi, che le occasioni bisogna procurarsele e non si deve aspettare che cadano dal cielo. L'ambizione se ci guardi dentro scopri che solo voglia di consolazione, bisogno di rivalsa, impulso naturale di competizione, di vincita, di ammirazione, l'equivalente sociale della spinta animale a scegliere o venire scelti mentre si cerca il partner geneticamente migliore in circolazione per accoppiarsi e riprodursi. L'ambizione se la guardi da vicino è solo insicurezza, solitudine, fragilità, disperazione, e ti accorgi che tutto quello che davvero ha avuto importanza nella tua vita ti è stato regalato, ti è stato donato da chi non aveva bisogno o possibilità di ambire a niente che si possa ottenere in questo mondo. I libri che ti hanno detto la verità quando tu avevi bisogno di bugie, o viceversa, i film che ti anno mostrato la realtà quando tu avevi bisogno di fantasia, o viceversa, i disegni che ti hanno fatto sentire bene quando volevi sentirti male, o viceversa, non sono stati fatti da qualcuno che voleva far soldi o diventare famoso, come un uccellino non canta per tuo piacere personale, quello succede solo alle principesse delle favole. Non c'è niente di male a coltivare delle ambizioni, purché restino il mezzo e non il fine. Un conto è fare delle cose che ti riempiono comunque la vita e che faresti anche se fuori dalla finestra ci fossero le macerie di una guerra mondiale e branchi di lupi affamati che ti aspettano sbranarti, e nel fare queste cose speri di venire pagato così da non dover fare quella cosa orribile che è lavorare, ovvero fare cose che non ti piacciono per niente, perché se ti piacciono non è lavoro nemmeno se ti pagano, e che le persone per cui ti stai sbattendo, che si presume siano persone a cui tieni, delle persone per le quali provi gratitudine, o l'amore per i figli, anche solo te stesso in un delirio di egocentrismo, qualcuno che possa un giorno, chissà, apprezzare lo sforzo. Anche se sai che è tutto inutile, che è già stato detto tutto, che là fuori c'è un mare di entropia pronto a ingoiarti e farti sparire dal tempo e dallo spazio. Un altro conto è fare delle cose perché sono quel tipo di cose che potrebbero renderti ricco e famoso, fare delle cose che possono renderti simile a quel tizio, uno o più di uno, che invidi, o che vuoi surclassare, imitare, scoprire il suo segreto e diventare come lui, oppure fare delle cose che reputi fichissime, attività da supereroi, cose diverse dal lavorare come magazziniere, come contabile, diverse dal mettere le mani in bocca alla gente per trapanare via le carie, cambiare i pannolini ai vecchi con l'alzhaimer, mungere la vacche, scendere in miniera. Vuol dire anche quello l'ambizione, una via di fuga, un paradiso artificiale, un biglietto che, a differenza dell'altro, sai esattamente dove ti può portare ma non sai se ti piacerà davvero arrivarci e, soprattutto, non sai se ti piacerà il viaggio mentre ci vai. Sto proprio diventando un vecchio barboso e rompipalle, faccio discorsi che se li avessero fatti a me da giovane sarei morto dalla noia, si vede che a una certa età il cervello perde colpi e si chiacchiera per ore e si finisce per fare predicozzi indigesti come questo.
lunedì 17 ottobre 2011
lunedì 10 ottobre 2011
Aristocrazia 2.0
La mia generazione vien subito dopo quella degli anni '60, coi loro fiori nei cannoni e le dive sulla Croisette, i motori ruggenti del ribelle Dean che sposa idealmente la Marilyn bambola medicina per tenere su il morale dell'incompreso contemporaneo. Siamo il frutto di venticinque immagini al secondo, noi dei '70 siamo nativi televisivi come ora gli zeri sono i nativi digitali. I nostri modelli sono Star Trek, con i ruoli definiti dal colore della tutina elasticizzata, cibo che esce da un ricompositore molecolare, nemici ben definiti e primitivi che vanno convertiti più che sconfitti, abbracciati più che annientati. Anche Star Trek si è evoluto, passando ai nativi digitali, adesso il suo equipaggio non contiene solo rappresentanti di tutte le etnie del pianeta terra, unite dentro una sola e unica cultura, quella dell'occidente e in particolare degli Usa. Adesso Star Trek è ultraglobalizzata, universalizzata, ha incorporato il fattore multiculturalità con la convivenza tra specie aliene. I punti più alti di questa aristocrazia culturale si realizza nelle stazioni spaziali, sulle navi che percorrono le rotte commerciali e diplomatiche. L'orizzonte degli idealisti non si comprime mai, non sarebbero idealisti se permettessero ai loro desideri si scendere a patti con la realtà. Gli idealisti sono una parte dell'aristocrazia culturale che travalica le distinzioni tra scienziati, filosofi, ingegneri, borghesia commerciale, intellettuali.
Gli idealisti sono gli ambiziosi che, in alcuni casi, possiedono carismi (dal greco: dono) particolari che, uniti a fortuna e caso, all'essere nodi di particolari reti relazionali, al farsi creatori di bisogni nuovi o fornitori di prodotti che soddisfano bisogni nuovi mai considerati prima, danno luogo a persone simbolo in grado di mobilitare le masse. Le masse stanno appunto all'estremo opposto degli aristos (dal greco: migliore), in un ambiente in cui la meritocrazia ha appunto l'obiettivo di far emergere i migliori. La meritocrazia è aristocrazia, dove i migliori non sono definiti da una linea di sangue o decretati per investitura reale o papale, la meritocrazia è l'imborghesimento dell'aristocrazia nobiliare, il passaggio dall'origine per diritto morale, giuridico o divino, del riconoscimento pubblico all'origine per dimostrazione quasi-scientifica, come risultato della vincita di una competizione. Le masse invece rimangono tali. La curva statistica gaussiana che descrive quasi tutte le distribuzioni statistiche di una caratteristica all'interno di una popolazione sufficientemente numerosa si applica anche ai fattori di aristos o merito: una piccola percentuale soddisfa certi requisiti e il resto è massa. Se non si capisce questo non si scopre il bluff della rivoluzione digitale che nutre favole visionarie e omelie di santoni piene di ottimismo per il futuro e fiducia nell'evoluzione darwiniana.
Le masse sono quelle che hanno bisogno di idoli, di totem, di vitelli d'oro lari del focolare, amuleti contro il malocchio, riti per scacciare il demonio, pozioni d'amore o per cancellare le fatture. Non è religione, come vorrebbero gli atei o chi fugge e ridicolizza la religiosità come una qualunque espressione di superstizione. La religione è un'altra cosa, una faccenda da aristos come tante altre, come il sapere, come l'esperienza, come le molte capacità che posso essere sopra o sotto la media, riflettere, elaborare, unire i puntini, cogliere nessi, immaginazione, creatività, analisi, gli esseri umani possono scalare le vette così come possono sguazzare nel fango, entrambe sono scelte lecite e rispettabili, frutto del libero arbitrio. Ogni attività umana formalizzata e basta su criteri di selezione si ritrova con sacerdoti, sciamani, santi e soldati che combattono l'esercito dell'avversario coi suoi mille nomi. Quando vi trovate di fronte a un militare, un prete, uno scienziato, un giornalista, un medico, tenete sempre presente che è un elemento di un macchinario molto grande, che macina cultura da molto tempo, un omino del lego che si distingue dalla massa entrando a far parte di una particolare aristos. Anche il criminale cerca di essere il migliore nel suo campo. Anche il politico. È una tensione umana che solo con un grosso sforzo di volontà può essere abbandonata senza viverla come una rinuncia e un sacrificio.
Nessuno vuole essere l'ultimo, l'uomo qualunque, neanche per ottenere una forse vita forse eterna, forse un giorno, ammesso che esista dio, chissà, chi può dimostrare che non siano tutte fesserie inventate dall'uomo per giustificare il suo fallimento, non vergognarsi del suo essere un perdente che non si distingue nella folla, un elemento insignificante che fa numero nella massa? La religione protestante e il suo affermare che dio premia i migliori con il successo non è né la causa né l'effetto del fenomeno culturale che è al momento in atto nel mondo, lo stesso vale per il capitalismo e il libero mercato che si accompagna alla perfezione col il protestantesimo così come il socialismo si accompagna bene al buonismo perdonista cattolico, anche se è vero che nei paesi ricchi protestanti sono molto più comuni che altrove i suicidi di chi non accetta di essere destinato da dio a essere un perdente senza valore. In questo paradigma, riconducibile esclusivamente alle emanazioni storicizzate del macchinario culturale descritto poc'anzi, si è fatto strada internet: uno strumento pensato per fare evolvere le masse nella direzione voluta dall'aristos, al fine di realizzare la società desiderata dagli idealisti, che sono sempre altruisti, nessuna massa sostiene un idealista, o una formazione politica animata da idealismo, che promette un futuro in cui l'aristos diventa ricco e famoso e le masse rimangono tali. Il problema è che internet sta fallendo, su tutta la linea. Come ha fallito prima di internet la tv. La tv ha creato consenso attorno a valori e modelli comuni, ha creato il cittadino americano di provincia con una macchina due figli e un mutuo. La tv ha modellato le masse, verissimo, ha creato mercati, ha diffuso sermoni e documentari e dibattiti elettorali. La tv ha fatto su larga scala quello che un uomo dotato di potere avrebbe ottenuto lavorando sugli abitanti di un piccolo villaggio medievale. La tv ha creato il villaggio culturale globale quanto il petrolio ha creato il villaggio industriale globale.
È qui che fa il suo ingresso internet, con la possibilità di una comunicazione non più unilaterale distrugge il caposaldo di qualsiasi sistema di potere, che sia aristocratico nel senso antico del termine, ovvero basato sulla tradizione, sul mantenimento del patrimonio, dell'esercito, e sul matrimonio e filiazione come contratto fra potentati, o che sia un potere di aristos come selezione meritocratica, fingendo che non esistano variabili legate al caso, alla fortuna, alle conoscenze, alle opportunità, dove sei nato, da quale famiglia, dove hai studiato, che lingua parli, che colore ha la tua pelle, parli inglese e con quale accento? Con internet si annienta qualsiasi forma di aristos controllata e valutata da altrettanti aristos. La tv permetteva di imporre alle masse prodotti comunque selezionati da persone con l'obiettivo di educare (o rieducare, nel senso terribile dei sistemi totalitari) i cittadini o da persone che danno alle masse quello che vogliono pur di fare audience e incassare proventi pubblicitari. Con la tv il dibattito era proprio questo: cosa è meglio trasmettere, qualità poco gradita o immondizia molto gradita? Lo stesso discorso del cibo, insalata salutista o schifezza che rende obesi?
La storia ci ha dimostrato che le masse vogliono essere intrattenute piacevolmente mentre, sdraiate sul divano, mangiano porcherie. Internet lo fa molto meglio della tv, permette alla massa di snobbare completamente qualsiasi tipo di suggerimento possa venire da un'aristocrazia che non sia basata sul criterio della popolarità. Il paradiso del marketing, l'arte di indirizzare le masse utilizzando sentimenti, impulsi, la vasta area dell'irrazionale che governa le scelte umane: non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. Se riesci a far cliccare il tuo prodotto a un milione di persone altre dieci milioni seguiranno, e così via. Gli aristos sono creati dalla popolarità e dal successo, e questo è il meno, diventa più inquietante quando la popolarità e il successo diventano a loro volta un prodotto industriale, un servizio commerciale. Le masse in fondo vogliono sentirsi tali, vogliono un personaggio che li faccia sentire parte di un gruppo, vogliono innamorarsi dell'eroe e piangere quando muore come sono stati abituati a fare fin da piccoli con i cartoni animati. Vogliono succhiare il midollo della vita, andare al massimo, restare affamati e folli, gli slogan che esprimono la contraddizione profonda fra il diktat calvinista al dovere di lavorare al massimo, il darsi da fare come premio a se stesso, e allo stesso tempo gli slanci epicurei del godersi la vita come fanno i protagonisti della pubblicità.
Oggi sto andando lungo ma sono argomenti tosti, non si possono riassumere in due parole. Potrei andare avanti per altre pagine e pagine ma a quale scopo? Se anche riuscissi a spiegare per filo e per segno la realtà quella non smetterebbe di essere quello che è, anzi, non c'è niente di peggio della consapevolezza senza rimedio per sentirsi inermi e inutili, tutto è vanità e la conoscenza aumenta il dolore (Qoelet) E io non volevo nemmeno parlare di questo. Volevo parlare di cosa faranno se la massa utilizzerà le possibilità della rete per fare quello che le riesce meglio: mandare al rogo streghe, impiccare il signorotto locale, marciare sul villaggio vicino, invadere scappando dalla carestia. Che in internet si traduce nel pubblicare foto di persone che vogliamo danneggiare, diffamare la concorrenza usando pseudonimi e server dislocati in capo al mondo, rovinare la reputazione del chirurgo che non è riuscito a salvare un nostro caro. Bullismo, truffe, furto di dati sensibili, esibizionismo, è solo una piccola parte delle attività di chi approfitta del suo essere invisibile nella massa, protetto dalla massa, e anzi vendicatore di torti contro le masse, ribelle contro il sistema, cellula di un corpo rivoluzionario digitale che sovvertirà l'ordine costituito che è ingiusto, vecchio, incompatibile con i nuovi formati. L'ipotesi che la gente smette di essere stupida e malvagia nel momento in cui entra nel magico mondo del digitale è come minimo azzardata.
Volevo parlare invece dei nativi digitali, dei nostri bambini. Della maestra che non ha 80 anni e mi dice della progressiva perdita di capacità di analisi e di manualità pratica che riscontra nei bambini delle elementari. Bimbi bravissimi a mettere un dito sullo schermo per tirare l'uccellino con la fionda virtuale ma che non capisce l'utilità di azioni ludiche svincolate dall'entertaiment, così che costruire una fionda vera è troppo difficile, noioso, complicato, ci vuole troppa pazienza, troppa concentrazione, troppa conoscenza teorica, troppa abilità gestuale. Addirittura recenti studi dimostrano che l'esposizione di un bambino a dieci minuti di cartoni animati a movimento rapido, ovvero dove i personaggi, al fine di immettere il maggior quantitativo di storia possibile, si muovono più veloci di quanto è naturale che facciano, e il bambino non riesce più a disegnare correttamente, cerca di replicare il dinamismo marinettiano di una realtà artificiale o virtuale che dir si voglia. Volevo parlare della tendenza a sistemi chiusi per rassicurare l'utente che sacrificano la tensione naturale dei bambini alla sperimentazione, aprire per vedere com'è fatto, rompere, affrontare imprevisti e ostacoli nel percorso espertivo di maturazione personale. Tutto ciò non è possibile su apparecchi venduti come status symbol, come traguardo estetico, come tecnologia nascosta che lavora senza bisogno dell'utente che non deve fare niente, solo muovere il pollice, l'equivalente digitale del mettersi sul divano a guardare la tv mangiando schifezze. Qui torniamo alle masse, alla curva gaussiana, all'idealismo di uno strumento che gioverà alle masse che si scontra contro il successo ottenuto vendendo alle masse oggetti ad alto contenuto di emozione, per la gioia del marketing che può usare slogan suadenti e infidi come 'lo sanno usare anche i bambini'. I bambini come soggetti adulti fisicamente o mentalmente menomati, le masse come bambini, con la sensazione che ci sia una mamma a coccolarli e un papà a tener lontani i pericoli. Bambini che non giocano davvero ma giocano a giocare, attaccati a una tecnologia che si presenta come una bicicletta e si rivela un polmone d'acciaio.
Gli idealisti sono gli ambiziosi che, in alcuni casi, possiedono carismi (dal greco: dono) particolari che, uniti a fortuna e caso, all'essere nodi di particolari reti relazionali, al farsi creatori di bisogni nuovi o fornitori di prodotti che soddisfano bisogni nuovi mai considerati prima, danno luogo a persone simbolo in grado di mobilitare le masse. Le masse stanno appunto all'estremo opposto degli aristos (dal greco: migliore), in un ambiente in cui la meritocrazia ha appunto l'obiettivo di far emergere i migliori. La meritocrazia è aristocrazia, dove i migliori non sono definiti da una linea di sangue o decretati per investitura reale o papale, la meritocrazia è l'imborghesimento dell'aristocrazia nobiliare, il passaggio dall'origine per diritto morale, giuridico o divino, del riconoscimento pubblico all'origine per dimostrazione quasi-scientifica, come risultato della vincita di una competizione. Le masse invece rimangono tali. La curva statistica gaussiana che descrive quasi tutte le distribuzioni statistiche di una caratteristica all'interno di una popolazione sufficientemente numerosa si applica anche ai fattori di aristos o merito: una piccola percentuale soddisfa certi requisiti e il resto è massa. Se non si capisce questo non si scopre il bluff della rivoluzione digitale che nutre favole visionarie e omelie di santoni piene di ottimismo per il futuro e fiducia nell'evoluzione darwiniana.
Le masse sono quelle che hanno bisogno di idoli, di totem, di vitelli d'oro lari del focolare, amuleti contro il malocchio, riti per scacciare il demonio, pozioni d'amore o per cancellare le fatture. Non è religione, come vorrebbero gli atei o chi fugge e ridicolizza la religiosità come una qualunque espressione di superstizione. La religione è un'altra cosa, una faccenda da aristos come tante altre, come il sapere, come l'esperienza, come le molte capacità che posso essere sopra o sotto la media, riflettere, elaborare, unire i puntini, cogliere nessi, immaginazione, creatività, analisi, gli esseri umani possono scalare le vette così come possono sguazzare nel fango, entrambe sono scelte lecite e rispettabili, frutto del libero arbitrio. Ogni attività umana formalizzata e basta su criteri di selezione si ritrova con sacerdoti, sciamani, santi e soldati che combattono l'esercito dell'avversario coi suoi mille nomi. Quando vi trovate di fronte a un militare, un prete, uno scienziato, un giornalista, un medico, tenete sempre presente che è un elemento di un macchinario molto grande, che macina cultura da molto tempo, un omino del lego che si distingue dalla massa entrando a far parte di una particolare aristos. Anche il criminale cerca di essere il migliore nel suo campo. Anche il politico. È una tensione umana che solo con un grosso sforzo di volontà può essere abbandonata senza viverla come una rinuncia e un sacrificio.
Nessuno vuole essere l'ultimo, l'uomo qualunque, neanche per ottenere una forse vita forse eterna, forse un giorno, ammesso che esista dio, chissà, chi può dimostrare che non siano tutte fesserie inventate dall'uomo per giustificare il suo fallimento, non vergognarsi del suo essere un perdente che non si distingue nella folla, un elemento insignificante che fa numero nella massa? La religione protestante e il suo affermare che dio premia i migliori con il successo non è né la causa né l'effetto del fenomeno culturale che è al momento in atto nel mondo, lo stesso vale per il capitalismo e il libero mercato che si accompagna alla perfezione col il protestantesimo così come il socialismo si accompagna bene al buonismo perdonista cattolico, anche se è vero che nei paesi ricchi protestanti sono molto più comuni che altrove i suicidi di chi non accetta di essere destinato da dio a essere un perdente senza valore. In questo paradigma, riconducibile esclusivamente alle emanazioni storicizzate del macchinario culturale descritto poc'anzi, si è fatto strada internet: uno strumento pensato per fare evolvere le masse nella direzione voluta dall'aristos, al fine di realizzare la società desiderata dagli idealisti, che sono sempre altruisti, nessuna massa sostiene un idealista, o una formazione politica animata da idealismo, che promette un futuro in cui l'aristos diventa ricco e famoso e le masse rimangono tali. Il problema è che internet sta fallendo, su tutta la linea. Come ha fallito prima di internet la tv. La tv ha creato consenso attorno a valori e modelli comuni, ha creato il cittadino americano di provincia con una macchina due figli e un mutuo. La tv ha modellato le masse, verissimo, ha creato mercati, ha diffuso sermoni e documentari e dibattiti elettorali. La tv ha fatto su larga scala quello che un uomo dotato di potere avrebbe ottenuto lavorando sugli abitanti di un piccolo villaggio medievale. La tv ha creato il villaggio culturale globale quanto il petrolio ha creato il villaggio industriale globale.
È qui che fa il suo ingresso internet, con la possibilità di una comunicazione non più unilaterale distrugge il caposaldo di qualsiasi sistema di potere, che sia aristocratico nel senso antico del termine, ovvero basato sulla tradizione, sul mantenimento del patrimonio, dell'esercito, e sul matrimonio e filiazione come contratto fra potentati, o che sia un potere di aristos come selezione meritocratica, fingendo che non esistano variabili legate al caso, alla fortuna, alle conoscenze, alle opportunità, dove sei nato, da quale famiglia, dove hai studiato, che lingua parli, che colore ha la tua pelle, parli inglese e con quale accento? Con internet si annienta qualsiasi forma di aristos controllata e valutata da altrettanti aristos. La tv permetteva di imporre alle masse prodotti comunque selezionati da persone con l'obiettivo di educare (o rieducare, nel senso terribile dei sistemi totalitari) i cittadini o da persone che danno alle masse quello che vogliono pur di fare audience e incassare proventi pubblicitari. Con la tv il dibattito era proprio questo: cosa è meglio trasmettere, qualità poco gradita o immondizia molto gradita? Lo stesso discorso del cibo, insalata salutista o schifezza che rende obesi?
La storia ci ha dimostrato che le masse vogliono essere intrattenute piacevolmente mentre, sdraiate sul divano, mangiano porcherie. Internet lo fa molto meglio della tv, permette alla massa di snobbare completamente qualsiasi tipo di suggerimento possa venire da un'aristocrazia che non sia basata sul criterio della popolarità. Il paradiso del marketing, l'arte di indirizzare le masse utilizzando sentimenti, impulsi, la vasta area dell'irrazionale che governa le scelte umane: non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. Se riesci a far cliccare il tuo prodotto a un milione di persone altre dieci milioni seguiranno, e così via. Gli aristos sono creati dalla popolarità e dal successo, e questo è il meno, diventa più inquietante quando la popolarità e il successo diventano a loro volta un prodotto industriale, un servizio commerciale. Le masse in fondo vogliono sentirsi tali, vogliono un personaggio che li faccia sentire parte di un gruppo, vogliono innamorarsi dell'eroe e piangere quando muore come sono stati abituati a fare fin da piccoli con i cartoni animati. Vogliono succhiare il midollo della vita, andare al massimo, restare affamati e folli, gli slogan che esprimono la contraddizione profonda fra il diktat calvinista al dovere di lavorare al massimo, il darsi da fare come premio a se stesso, e allo stesso tempo gli slanci epicurei del godersi la vita come fanno i protagonisti della pubblicità.
Oggi sto andando lungo ma sono argomenti tosti, non si possono riassumere in due parole. Potrei andare avanti per altre pagine e pagine ma a quale scopo? Se anche riuscissi a spiegare per filo e per segno la realtà quella non smetterebbe di essere quello che è, anzi, non c'è niente di peggio della consapevolezza senza rimedio per sentirsi inermi e inutili, tutto è vanità e la conoscenza aumenta il dolore (Qoelet) E io non volevo nemmeno parlare di questo. Volevo parlare di cosa faranno se la massa utilizzerà le possibilità della rete per fare quello che le riesce meglio: mandare al rogo streghe, impiccare il signorotto locale, marciare sul villaggio vicino, invadere scappando dalla carestia. Che in internet si traduce nel pubblicare foto di persone che vogliamo danneggiare, diffamare la concorrenza usando pseudonimi e server dislocati in capo al mondo, rovinare la reputazione del chirurgo che non è riuscito a salvare un nostro caro. Bullismo, truffe, furto di dati sensibili, esibizionismo, è solo una piccola parte delle attività di chi approfitta del suo essere invisibile nella massa, protetto dalla massa, e anzi vendicatore di torti contro le masse, ribelle contro il sistema, cellula di un corpo rivoluzionario digitale che sovvertirà l'ordine costituito che è ingiusto, vecchio, incompatibile con i nuovi formati. L'ipotesi che la gente smette di essere stupida e malvagia nel momento in cui entra nel magico mondo del digitale è come minimo azzardata.
Volevo parlare invece dei nativi digitali, dei nostri bambini. Della maestra che non ha 80 anni e mi dice della progressiva perdita di capacità di analisi e di manualità pratica che riscontra nei bambini delle elementari. Bimbi bravissimi a mettere un dito sullo schermo per tirare l'uccellino con la fionda virtuale ma che non capisce l'utilità di azioni ludiche svincolate dall'entertaiment, così che costruire una fionda vera è troppo difficile, noioso, complicato, ci vuole troppa pazienza, troppa concentrazione, troppa conoscenza teorica, troppa abilità gestuale. Addirittura recenti studi dimostrano che l'esposizione di un bambino a dieci minuti di cartoni animati a movimento rapido, ovvero dove i personaggi, al fine di immettere il maggior quantitativo di storia possibile, si muovono più veloci di quanto è naturale che facciano, e il bambino non riesce più a disegnare correttamente, cerca di replicare il dinamismo marinettiano di una realtà artificiale o virtuale che dir si voglia. Volevo parlare della tendenza a sistemi chiusi per rassicurare l'utente che sacrificano la tensione naturale dei bambini alla sperimentazione, aprire per vedere com'è fatto, rompere, affrontare imprevisti e ostacoli nel percorso espertivo di maturazione personale. Tutto ciò non è possibile su apparecchi venduti come status symbol, come traguardo estetico, come tecnologia nascosta che lavora senza bisogno dell'utente che non deve fare niente, solo muovere il pollice, l'equivalente digitale del mettersi sul divano a guardare la tv mangiando schifezze. Qui torniamo alle masse, alla curva gaussiana, all'idealismo di uno strumento che gioverà alle masse che si scontra contro il successo ottenuto vendendo alle masse oggetti ad alto contenuto di emozione, per la gioia del marketing che può usare slogan suadenti e infidi come 'lo sanno usare anche i bambini'. I bambini come soggetti adulti fisicamente o mentalmente menomati, le masse come bambini, con la sensazione che ci sia una mamma a coccolarli e un papà a tener lontani i pericoli. Bambini che non giocano davvero ma giocano a giocare, attaccati a una tecnologia che si presenta come una bicicletta e si rivela un polmone d'acciaio.
mercoledì 5 ottobre 2011
basta e avanza
Non è vero che internet ha promosso una specie di rivoluzione 2.0, portata avanti da generazioni digitali per aggiornare il mondo reale come se fosse un pezzo di hardware e la società come se fosse un software. Internet è solo stato uno strumento di aggregazione attorno agli slogan e di organizzazione pratica per fissare appuntamenti collettivi, sia nelle rivolte del nordafrica che nei saccheggi dei ragazzini londinesi che nel campeggiare infinito di indignados europei e americani. La crisi economica è la vera e unica forza motrice degli eventi sovversivi e/o eversivi, dove c'è ricchezza nessuno protesta, anche se vive in un regime, in un incubo di assolutismo religioso, in una finta democrazia neo-medievale. Ci sono paesi che si reggono sul petrolio, che stipendiano i cittadini e tutto è gratuito e garantito, che possono uccidere chiunque non rispetti i canoni fissati dal governo e tutti annuiscono soddisfatti, nessuno si lamenta né protesta quando ha molto da perdere. Quei pochi che ci provano lo fanno per ambizioni di eroismo o per conto di governi stranieri o per rovesciare il potere e prenderne il posto mandando la propria fazione al comando.
La favola di internet ha una fisionomia tutta particolare, fondata su capisaldi ideologici con radici nella cultura beat e poi nerd e poi hacker e infine in queste formazioni anarcoidi che inneggiano alla privacy assoluta, all'annientamento dell'individualità in sovrapersonalità androidi da ape regine borg cultura alveare rete di singole coscienze dalla quale zampilla naturalmente una consapevolezza collettiva. Tutte le controindicazioni vanno ignorate, verranno espulse nel processo iterativo della storia dell'evoluzione darwiniana culturale. È questa la cultura del web ancora senza un nome nel vocabolario che la definisca, io la conosco, io ne ho subito il fascino e ne ho superate le febbri, ne sono uscito vaccinato e terrorizzato. Da questa religione discendono e si riallacciano le varie emanazioni culturali vecchie e nuove, come la democrazia diretta, il buon selvaggio di Rousseau, il relativismo che parte da Voltaire e arriva a Popper e colora di preoccupazione alcune encicliche. L'ecologia del sistema pianeta, sistema natura, tutto è riconducibile a sistema ma non come lo intendevano i sassantottardi ma come system, system error, operating system, è una religione con i suoi dogmi: modelli e simulazioni in grado di rendere prevedibile il mondo, soluzione emergenti dal caos, integrazione come meccanismo automatico di autocompletamento.
Come religione si associa alla perfezione con credenze ideologiche in grado di essere upgradate alla versione 2.0, come la democrazia che passa da rappresentativa a diretta, come il sapere che passa da sforzo di crescita e maturazione lungo una vita a blocco monolitico di nozioni tascabili e facilmente reperibili. Gli esempi sono moltissimi, trovatene altri da soli se ne avete voglia. E come ogni religione ha i suoi sacerdoti e i suoi fedeli, i suoi cani da guardia e i suoi cavalli da guerra. E i suoi messaggeri, che mai come ora sono messaggeri efficaci ed efficienti, perché dotati di ali elettroniche e trombestatus di socialnetwork. Come ogni religione ha i suoi testi sacri, chi ha il Corano e chi il capitale, chi il listino di borsa e chi la guida tv, internet ha gli aggregatori di notizie e i reader di blog e gli ashtag con bottone mi piace e condividi. Giornalisti con o senza tesserino che si sentono in missione per conto del dio di internet e producono opinioni conformistiche, che uniscono il più possibile, che abbracciano non la verità ma il plausibile e soprattutto la versione che verrà più cliccata. Se scrivi contro il governo ti linkano di più che se lo difendi. Se scrivi contro un imputato per reati orribili ottieni più consenso, come se nella logica massificante dell'istinto animalesco della maggioranza si debba dimostrare l'innocenza e non la colpevolezza. Prima spara e poi chiedi, che abbandonando ogni razionalità passa dalla reazione istintiva del singolo al branco che impugna fiaccole e forconi.
Il messaggio principale di questa religione è che tu, come individuo, non hai alcuna importanza se non come elemento di un fenomeno collettivo. Tu, come singolo, per emergere e obbedire all'obbligo di avere ambizioni e di essere vincente come si aspettano da te genitori, professori, la società versione obsoleta, tu singolo dovresti impegnarti per tutta la vita al fine di farcela nonostante tutte le leggi della probabilità contro, tu singolo dovresti ottenere fama e ricchezze moltiplicate per mille rispetto alle tue necessità (pizza, fumo, bibite, porno) quando, senza fare niente, in mille potrebbero avere abbastanza (pizza, fumo, bibite, porno) per vivere. Se invece ti basta attivarti da casa per far parte della squadra dei vincitori ecco che diventa tutto più facile. Se poi la tua partecipazione sfocia nel mondo reale soddisfa anche il bisogno di socialità, che davanti al computer la solitudine viene drogata solo da contatti ludici mai del tutto soddisfacenti, quando non volutamente conflittuali all'eccitante riparo di uno pseudonimo. Tu come individuo magari non sei il massimo, ma fai parte di un gruppo che prende mille piccole idiozie e le trasforma in una perla di saggezza futura, molto futura, sempre futura, in divenire, mentre nel frattempo va tutto alla malora ma basterà fare un reset, riavviare il sistema. È vero che l'intelligenza è rara, purtroppo non sono tutti geni tranne pochi stupidi facilmente individuabili, però la religione di internet afferma che un mondo intero di stupidi è in grado di portare alla vita un'entità sovrumana di intelligenza incommensurabile, che non sbaglia mai, che sa tutto, che trova soluzioni a tutti i problemi.
Una mamma globale di nuova generazione al posto di tanti papà ormai obsoleti e preistorici. È anche questo un passo nella direzione del femminino garantito dal benessere. Più la società diventa ricca e più diventa femminile. Va bene, per carità, non è che me ne freghi più di tanto, che ci sto sveglio la notte. Però c'è il piccolo problema della realtà: non c'è uno sciacquone da tirare, la realtà prima o poi torna a galla, il benessere di cui godiamo è temporaneo, legato al petrolio. Il benessere di cui godiamo inizia a declinare e non è un capriccio, non è colpa di qualcuno, non c'è qualcosa che si può fare per evitarlo. Questo deve essere chiaro: la crescita economica infinita è una chimera. Le risorse non solo non bastano per tutti ma non sono neanche rinnovabili, quando abbiamo consumato tutto basta, fine, non ce n'è più, internet o non internet, socialismo o dittatura religiosa, benessere diffuso o schiavismo, austerità o consumismo sfrenato, indignati o compiaciuti, complici o carnefici, maschilisti o femministi, sparta o atene. Il programma è terminato in maniera anomala a causa di un errore imprevisto, il sistema verrà spento per evitare danni irreversibili all'hardware.
La favola di internet ha una fisionomia tutta particolare, fondata su capisaldi ideologici con radici nella cultura beat e poi nerd e poi hacker e infine in queste formazioni anarcoidi che inneggiano alla privacy assoluta, all'annientamento dell'individualità in sovrapersonalità androidi da ape regine borg cultura alveare rete di singole coscienze dalla quale zampilla naturalmente una consapevolezza collettiva. Tutte le controindicazioni vanno ignorate, verranno espulse nel processo iterativo della storia dell'evoluzione darwiniana culturale. È questa la cultura del web ancora senza un nome nel vocabolario che la definisca, io la conosco, io ne ho subito il fascino e ne ho superate le febbri, ne sono uscito vaccinato e terrorizzato. Da questa religione discendono e si riallacciano le varie emanazioni culturali vecchie e nuove, come la democrazia diretta, il buon selvaggio di Rousseau, il relativismo che parte da Voltaire e arriva a Popper e colora di preoccupazione alcune encicliche. L'ecologia del sistema pianeta, sistema natura, tutto è riconducibile a sistema ma non come lo intendevano i sassantottardi ma come system, system error, operating system, è una religione con i suoi dogmi: modelli e simulazioni in grado di rendere prevedibile il mondo, soluzione emergenti dal caos, integrazione come meccanismo automatico di autocompletamento.
Come religione si associa alla perfezione con credenze ideologiche in grado di essere upgradate alla versione 2.0, come la democrazia che passa da rappresentativa a diretta, come il sapere che passa da sforzo di crescita e maturazione lungo una vita a blocco monolitico di nozioni tascabili e facilmente reperibili. Gli esempi sono moltissimi, trovatene altri da soli se ne avete voglia. E come ogni religione ha i suoi sacerdoti e i suoi fedeli, i suoi cani da guardia e i suoi cavalli da guerra. E i suoi messaggeri, che mai come ora sono messaggeri efficaci ed efficienti, perché dotati di ali elettroniche e trombestatus di socialnetwork. Come ogni religione ha i suoi testi sacri, chi ha il Corano e chi il capitale, chi il listino di borsa e chi la guida tv, internet ha gli aggregatori di notizie e i reader di blog e gli ashtag con bottone mi piace e condividi. Giornalisti con o senza tesserino che si sentono in missione per conto del dio di internet e producono opinioni conformistiche, che uniscono il più possibile, che abbracciano non la verità ma il plausibile e soprattutto la versione che verrà più cliccata. Se scrivi contro il governo ti linkano di più che se lo difendi. Se scrivi contro un imputato per reati orribili ottieni più consenso, come se nella logica massificante dell'istinto animalesco della maggioranza si debba dimostrare l'innocenza e non la colpevolezza. Prima spara e poi chiedi, che abbandonando ogni razionalità passa dalla reazione istintiva del singolo al branco che impugna fiaccole e forconi.
Il messaggio principale di questa religione è che tu, come individuo, non hai alcuna importanza se non come elemento di un fenomeno collettivo. Tu, come singolo, per emergere e obbedire all'obbligo di avere ambizioni e di essere vincente come si aspettano da te genitori, professori, la società versione obsoleta, tu singolo dovresti impegnarti per tutta la vita al fine di farcela nonostante tutte le leggi della probabilità contro, tu singolo dovresti ottenere fama e ricchezze moltiplicate per mille rispetto alle tue necessità (pizza, fumo, bibite, porno) quando, senza fare niente, in mille potrebbero avere abbastanza (pizza, fumo, bibite, porno) per vivere. Se invece ti basta attivarti da casa per far parte della squadra dei vincitori ecco che diventa tutto più facile. Se poi la tua partecipazione sfocia nel mondo reale soddisfa anche il bisogno di socialità, che davanti al computer la solitudine viene drogata solo da contatti ludici mai del tutto soddisfacenti, quando non volutamente conflittuali all'eccitante riparo di uno pseudonimo. Tu come individuo magari non sei il massimo, ma fai parte di un gruppo che prende mille piccole idiozie e le trasforma in una perla di saggezza futura, molto futura, sempre futura, in divenire, mentre nel frattempo va tutto alla malora ma basterà fare un reset, riavviare il sistema. È vero che l'intelligenza è rara, purtroppo non sono tutti geni tranne pochi stupidi facilmente individuabili, però la religione di internet afferma che un mondo intero di stupidi è in grado di portare alla vita un'entità sovrumana di intelligenza incommensurabile, che non sbaglia mai, che sa tutto, che trova soluzioni a tutti i problemi.
Una mamma globale di nuova generazione al posto di tanti papà ormai obsoleti e preistorici. È anche questo un passo nella direzione del femminino garantito dal benessere. Più la società diventa ricca e più diventa femminile. Va bene, per carità, non è che me ne freghi più di tanto, che ci sto sveglio la notte. Però c'è il piccolo problema della realtà: non c'è uno sciacquone da tirare, la realtà prima o poi torna a galla, il benessere di cui godiamo è temporaneo, legato al petrolio. Il benessere di cui godiamo inizia a declinare e non è un capriccio, non è colpa di qualcuno, non c'è qualcosa che si può fare per evitarlo. Questo deve essere chiaro: la crescita economica infinita è una chimera. Le risorse non solo non bastano per tutti ma non sono neanche rinnovabili, quando abbiamo consumato tutto basta, fine, non ce n'è più, internet o non internet, socialismo o dittatura religiosa, benessere diffuso o schiavismo, austerità o consumismo sfrenato, indignati o compiaciuti, complici o carnefici, maschilisti o femministi, sparta o atene. Il programma è terminato in maniera anomala a causa di un errore imprevisto, il sistema verrà spento per evitare danni irreversibili all'hardware.
lunedì 3 ottobre 2011
Hero today
Per capire la mentalità dell'uomo contemporaneo non serve studiare la storia, basta leggere il viaggio dell'eroe, la matrice di tutte le storie che hanno raggiunto le persone che vivono in zone provviste di cinema e televisione. La cultura non è più formata da letture di formazione, aristocratica o borghese che sia, postmoderna o underground che sia, no, la cultura maggioritaria è stata costruita da racconti fondati sul viaggio dell'eroe, veicolati per mezzo di fumetti, serie tv, film. La figura stessa dell'eroe si è trasformata per aderire alle esigenze del copione, passando dal santo martire o dal soldato coraggioso al prescelto dal fato, dal destino, dalla genetica. Si è passati dal sacrificio altruista e volontario alla vittoria del più dotato, il migliore che si assume le responsabilità e i doveri di un ruolo di guida e sostegno (vedi spiderman: un grande potere dà grandi responsabilità). Lo schema si adatta alla perfezione all'etica protestante (dove se vai all'inferno è perché sta scritto nel tuo dossier celeste fin dall'inizio dei tempi, dove se sei più forte hai il dovere di comportarti da più forte senza vergognarti della tua forza), e si adatta anche agli USA come superpotenza mondiale in grado di imporsi per vedere affermarsi ovunque il proprio stile di vita improntato sulla democrazia e sul benessere diffuso della classe media.
Questa è la fotografia della civiltà occidentale nel XXI secolo. Africa, asia, oriente, lì il discorso si sporca di localismi e infezioni culturali ma comunque l'intero mondo gravita attorno al nucleo puro della cultura occidentale, come è da sempre, dai tempi di greci arabi e romani. L'incongruenza del teorema che ipotizza la crescita economica infinita è esplosa anzitempo e creando grossi squilibri ovunque con l'ingresso di miliardi di cinesi con redditi prossimi allo zero nel sistema economico globale. Perfino in sperdute isolette del pacifico è arrivata la cartamoneta e gli abitanti vendono le proprie risorse in cambio di pezzi di carta da scambiare con televisori coreani, t-shirt colorate, attrezzi fatti di buon vecchio acciaio americano. Cercare di fermare tutto questo è come spegnere il sole con lo sputo. Anche semplicemente rallentare è un tentativo che suona ridicolo a chiunque abbia un minimo di conoscenza approfondita e concreta del mondo e del suo funzionamento. La cultura si diffonde mediante le informazioni, così come le specie animali si diffondono mediante i trasporti. Abbiamo nutrie canadesi in europa, zanzare indocinesi nel mediterraneo, pesci siluro russi in francia, pesci persici in italia, pesci sudamericani nel mississippi. Gli animali si diffondono in nuovi ambienti e li colonizzano, distruggendo le specie autoctone. Allo stesso modo la cultura più forte distrugge quelle più deboli.
La cultura più forte è senza dubbio quella che si diffonde meglio, che si riproduce più rapidamente, che si adatta con maggiore dinamismo. Torniamo al viaggio dell'eroe. Stiamo parlando dell'equivalente della vita eterna promessa dal cristianesimo, del paradiso in terra promesso del comunismo, stiamo parlando della versione 3.0 del desiderio di qualunque essere umano. Per capire meglio vediamo come si è sviluppato nel tempo il concetto di ricco, il grande signore, il miliardario, il potente, il re. All'inizio era esempio di saggezza e dispensatore di giustizia e comandante di eserciti. Potremmo scrivere libri sulla concezione dell'autorità nei tempi antichi. Poi è diventato signorotto locale, un po' vanesio, peccatore, afflitto da problemi struggenti, tutta paccottiglia fornitaci dal romanticismo nel quale ancora viviamo. Noi siamo ancora romantici e continueremo a esserlo fino a quando ci lasceremo alle spalle lo schema in tre atti nel quale si articola il viaggio dell'eroe. Quando analizziamo un qualsiasi problema o situazione noi usiamo questa apparecchiatura mentale che si chiama cultura e che, in questo momento storico, su quasi tutto il pianeta, si rifà al romanticismo (che non è languore sentimentale ma tutta una serie di argomentazioni filosofiche, morali, artistiche) e al viaggio dell'eroe.
Torniamo al miliardario, emblema del successo e del potere. Siamo partiti dal re che somministra giustizia e sconfigge i nemici (paternalismo del conquistatore pre-romantico) principe che tutte le ragazze vorrebbero sposare (versione romantica). Siamo passati alla regina vittoriana che amministra con efficacia (maternalismo dell'eguaglianza pre-moderna) all'industriale studioso e filantropo che aiuta bambini bisognosi (versione romantica). Siamo giunti al miliardario attuale che sfrutta manodopera a basso costo e si arricchisce inquinando il mondo alla faccia di miliardi di persone che muoiono di fame (il rigetto dell'organo produttivo che ti mantiene in vita e dei medicinali che ti guariscono quando sei malato, come l'idea della morte quando sei giovane: non esiste, non fa paura, è lontana) da affiancare alla (versione romantica) fama da patheon del cantante famoso che si batte per i diritti e contro le malattie, il genio del computer che ha fatto prevalere la propria intelligenza sul mare di desolazione che promana da un'umanità composta quasi del tutto da idioti, consumatori/elettori/soldati utli alla causa che si possono benissimo sacrificare sull'altare di grandi obiettivi. E come la figura del 'ricco' potrei citare molte altre figure, come a estrarre carte da un mazzo di tarocchi: il santo, il furbo, il pedone e la pedina, il malato fisico e il malato mentale, e via dicendo.
Cosa c'entra il viaggio dell'eroe? È la chiave per comprendere tutto quello che vi circonda, ecco cosa c'entra. Perfino le manifestazioni in piazza di chi non trova soddisfacente rivolgersi ai propri rappresentanti eletti democraticamente e preferirebbe una specie di democrazia diretta con voto popolare telematico so ogni singolo provvedimento (non me lo invento, c'è gente che recita il suo credo religioso dentro a chiese laiche di tutti i tipi), oppure che protesta perché non ci sono proposte condivisibili di buon senso oppure perché ci sono proposte che richiedono drastici e rovinosi interventi e vengono o non vengono adottate. Perfino le mode e come la gente si sente è comprensibile leggendolo col filtro del viaggio dell'eroe. Perché da sempre l'uomo imita un modello, lo fa come singolo da quando nasce e lo fa come gruppo quando è adulto. Modelli, ecco cosa offre la cultura, modelli per fabbricare il ricco, il santo, il furbo, istruzioni per costruire un uomo con l'insieme di caratteristiche specifiche in grado di garantirgli la definizione cui ambisce. L'essere umano vuole essere accettato, rispettato, invidiato, desiderato, imitato, osannato, obbedito. Vuole essere nutrito, guarito, salvato, servito. Sono cose che non cambieranno mai.
L'eroe un tempo salvava il villaggio uccidendo cento guerrieri nemici, poi si lasciava uccidere pur di non perdere la propria integrità morale, poi si avventurava nella giungla o altra azione temeraria in nome della scienza, in seguito andava in aiuto dei ribelli o dei rivoluzionari per combattere il potere costituito e provocare la rivoluzione (vista come passo che avvicina a una società ideale, al progresso indirizzato alla perfezione ideale incarnata nel modello capitalismo protestante USA o nell'ormai ex modello comunismo ateo URSS), oggi cos'è l'eroe? Questa è la domanda che vi pongo stamattina. L'eroe descritto nel viaggio, che è poi quello hollywoodiano e disneyano, diventa eroe quando il mondo gli crolla addosso e lui decide di reagire e di vincere a qualsiasi costo. L'eroe dei nostri tempi non si sa cosa fa dopo, quando ha ucciso il mostro, quando torna a casa ferito e con i postumi di una sbronza di adrenalina. Perché è così che vi sentite quando chiudete il libro, finisce il film, si spengono le luci e gli altoparlanti, con gli effetti di un post coito conto terzi, l'immedesimazione da epos e da eros che vi nobilita di rimando, per contaminazione, per aggregazione, per consenso e spirito di partecipazione. Oggi anche gli eroi sono finti, sono eroi di plastica.
Questa è la fotografia della civiltà occidentale nel XXI secolo. Africa, asia, oriente, lì il discorso si sporca di localismi e infezioni culturali ma comunque l'intero mondo gravita attorno al nucleo puro della cultura occidentale, come è da sempre, dai tempi di greci arabi e romani. L'incongruenza del teorema che ipotizza la crescita economica infinita è esplosa anzitempo e creando grossi squilibri ovunque con l'ingresso di miliardi di cinesi con redditi prossimi allo zero nel sistema economico globale. Perfino in sperdute isolette del pacifico è arrivata la cartamoneta e gli abitanti vendono le proprie risorse in cambio di pezzi di carta da scambiare con televisori coreani, t-shirt colorate, attrezzi fatti di buon vecchio acciaio americano. Cercare di fermare tutto questo è come spegnere il sole con lo sputo. Anche semplicemente rallentare è un tentativo che suona ridicolo a chiunque abbia un minimo di conoscenza approfondita e concreta del mondo e del suo funzionamento. La cultura si diffonde mediante le informazioni, così come le specie animali si diffondono mediante i trasporti. Abbiamo nutrie canadesi in europa, zanzare indocinesi nel mediterraneo, pesci siluro russi in francia, pesci persici in italia, pesci sudamericani nel mississippi. Gli animali si diffondono in nuovi ambienti e li colonizzano, distruggendo le specie autoctone. Allo stesso modo la cultura più forte distrugge quelle più deboli.
La cultura più forte è senza dubbio quella che si diffonde meglio, che si riproduce più rapidamente, che si adatta con maggiore dinamismo. Torniamo al viaggio dell'eroe. Stiamo parlando dell'equivalente della vita eterna promessa dal cristianesimo, del paradiso in terra promesso del comunismo, stiamo parlando della versione 3.0 del desiderio di qualunque essere umano. Per capire meglio vediamo come si è sviluppato nel tempo il concetto di ricco, il grande signore, il miliardario, il potente, il re. All'inizio era esempio di saggezza e dispensatore di giustizia e comandante di eserciti. Potremmo scrivere libri sulla concezione dell'autorità nei tempi antichi. Poi è diventato signorotto locale, un po' vanesio, peccatore, afflitto da problemi struggenti, tutta paccottiglia fornitaci dal romanticismo nel quale ancora viviamo. Noi siamo ancora romantici e continueremo a esserlo fino a quando ci lasceremo alle spalle lo schema in tre atti nel quale si articola il viaggio dell'eroe. Quando analizziamo un qualsiasi problema o situazione noi usiamo questa apparecchiatura mentale che si chiama cultura e che, in questo momento storico, su quasi tutto il pianeta, si rifà al romanticismo (che non è languore sentimentale ma tutta una serie di argomentazioni filosofiche, morali, artistiche) e al viaggio dell'eroe.
Torniamo al miliardario, emblema del successo e del potere. Siamo partiti dal re che somministra giustizia e sconfigge i nemici (paternalismo del conquistatore pre-romantico) principe che tutte le ragazze vorrebbero sposare (versione romantica). Siamo passati alla regina vittoriana che amministra con efficacia (maternalismo dell'eguaglianza pre-moderna) all'industriale studioso e filantropo che aiuta bambini bisognosi (versione romantica). Siamo giunti al miliardario attuale che sfrutta manodopera a basso costo e si arricchisce inquinando il mondo alla faccia di miliardi di persone che muoiono di fame (il rigetto dell'organo produttivo che ti mantiene in vita e dei medicinali che ti guariscono quando sei malato, come l'idea della morte quando sei giovane: non esiste, non fa paura, è lontana) da affiancare alla (versione romantica) fama da patheon del cantante famoso che si batte per i diritti e contro le malattie, il genio del computer che ha fatto prevalere la propria intelligenza sul mare di desolazione che promana da un'umanità composta quasi del tutto da idioti, consumatori/elettori/soldati utli alla causa che si possono benissimo sacrificare sull'altare di grandi obiettivi. E come la figura del 'ricco' potrei citare molte altre figure, come a estrarre carte da un mazzo di tarocchi: il santo, il furbo, il pedone e la pedina, il malato fisico e il malato mentale, e via dicendo.
Cosa c'entra il viaggio dell'eroe? È la chiave per comprendere tutto quello che vi circonda, ecco cosa c'entra. Perfino le manifestazioni in piazza di chi non trova soddisfacente rivolgersi ai propri rappresentanti eletti democraticamente e preferirebbe una specie di democrazia diretta con voto popolare telematico so ogni singolo provvedimento (non me lo invento, c'è gente che recita il suo credo religioso dentro a chiese laiche di tutti i tipi), oppure che protesta perché non ci sono proposte condivisibili di buon senso oppure perché ci sono proposte che richiedono drastici e rovinosi interventi e vengono o non vengono adottate. Perfino le mode e come la gente si sente è comprensibile leggendolo col filtro del viaggio dell'eroe. Perché da sempre l'uomo imita un modello, lo fa come singolo da quando nasce e lo fa come gruppo quando è adulto. Modelli, ecco cosa offre la cultura, modelli per fabbricare il ricco, il santo, il furbo, istruzioni per costruire un uomo con l'insieme di caratteristiche specifiche in grado di garantirgli la definizione cui ambisce. L'essere umano vuole essere accettato, rispettato, invidiato, desiderato, imitato, osannato, obbedito. Vuole essere nutrito, guarito, salvato, servito. Sono cose che non cambieranno mai.
L'eroe un tempo salvava il villaggio uccidendo cento guerrieri nemici, poi si lasciava uccidere pur di non perdere la propria integrità morale, poi si avventurava nella giungla o altra azione temeraria in nome della scienza, in seguito andava in aiuto dei ribelli o dei rivoluzionari per combattere il potere costituito e provocare la rivoluzione (vista come passo che avvicina a una società ideale, al progresso indirizzato alla perfezione ideale incarnata nel modello capitalismo protestante USA o nell'ormai ex modello comunismo ateo URSS), oggi cos'è l'eroe? Questa è la domanda che vi pongo stamattina. L'eroe descritto nel viaggio, che è poi quello hollywoodiano e disneyano, diventa eroe quando il mondo gli crolla addosso e lui decide di reagire e di vincere a qualsiasi costo. L'eroe dei nostri tempi non si sa cosa fa dopo, quando ha ucciso il mostro, quando torna a casa ferito e con i postumi di una sbronza di adrenalina. Perché è così che vi sentite quando chiudete il libro, finisce il film, si spengono le luci e gli altoparlanti, con gli effetti di un post coito conto terzi, l'immedesimazione da epos e da eros che vi nobilita di rimando, per contaminazione, per aggregazione, per consenso e spirito di partecipazione. Oggi anche gli eroi sono finti, sono eroi di plastica.
lunedì 26 settembre 2011
Chi è perché
Possiamo classificare in molti modi i vari siti che tutti insieme formano il web. Innanzitutto i siti punto com, siti aziendali, siti nati per fare soldi o per fornire servizi ai clienti. Poi i siti che hanno come entrate monetarie solo il finanziamento pubblico o privato e/o il contributo volontario degli utenti. Infine i siti che non hanno nessun tipo di entrata e che esistono solo grazie all'ospitalità di chi fornisce web hosting gratuito. Certo, possiamo cavillare dicendo ci sono aziende commerciali che si pongono visioni da filantropo e fanno cose per il gusto di farle, senza tornaconto. Ci sono siti gratuiti che progettano entrate milionarie nel futuro, in meccanismi che valorizzano il numero degli iscritti come potenziali acquirenti e permettono quotazioni da capogiro nel web, dove il bacino d'utenza conta miliardi di persone. Ci sono siti da hobby che mirano a diventare professione mediante la capacità di diventare famosi, attirare visitatori e mostrare loro i banner pubblicitari. Questo è per sommi capi la Rete dell'informazione e movimenta pochissimi bit rispetto allo scambio di file p2p, allo streaming del settore intrattenimento, musica giochi video tutto ciò che è trasposizione in digitale di prodotti analogici che è la preoccupazione dell'industria mediatica tradizionale.
C'è però anche una classificazione sociale del web che provoca fraintendimenti della realtà qualora si creda che internet sia lo specchio del mondo. Non lo è. Per niente. Tanto per iniziare permane la separazione linguistica, se non conosci l'inglese sei tagliato fuori e, anche se lo conosci, sei tagliato fuori dalle zone in cui milioni di persone parlano una lingua che non conosci, come il cinese, lo spagnolo. Quando entri in Rete magari credi di avere accesso al mondo ma non è così. Per niente. Non solo sei escluso da zone linguistiche che non comprendi, i traduttori on-line per ora non riescono a farti superare la barriera, e mai comunque riusciranno a farti superare barriere culturali, sei escluso anche da una marea di siti che non arrivano alla tua percezione, non sono portati a galla da passaparola, agenzie di diffusione virale, mode, citazioni sui media tradizionali, eventi collaterali. Tu vedi solo quello che è al momento reso più visibile da tutta una serie di fattori che pochi o nessuno controllano, di certo non tu, a meno che tu stia cercando qualcosa che interessa solo te e allora finirai in un labirinto di segnali messi in ordine di importanza dall'algoritmo più o meno segreto del motore di ricerca che ti indicano una marea di opzioni.
Ma non è finita qui. Che dire di tutta la gente vera, la fuori, che non entra nel web e che, se anche ci entra, non produce contenuti ma si limita a consumarli? Pensi davvero che i contenuti del web rispecchino la società reale? Quanti blog di operai che fanno i turni alla pressa segui col tuo reader? La maggior parte di quello che leggi sul web è scritto da studenti, da giornalisti o spacciati per tali, da dipendenti pubblici o privati che hanno accesso alla Rete dall'ufficio e hanno tempo da perdere in attività extralavorative, da persone pagate per sostenere un'opinione, pubblicizzare una marca, fare l'opinion maker, per sostenere e diffondere, ma anche casalinghe e disoccupati che cercano di crearsi abbastanza followers da garantirsi un'entrata mensile aggiuntiva. La gente che lavora sodo dal mattino alla sera di solito non tiene nessun blog, non perde ore a scrivere post, a perdere la vista e la vita su programmi di grafica e/o di videoscrittura, non ci tiene a far sapere come la pensa su questo o su quello. Quando entri in internet per farti un'idea su qualcosa è meglio che tieni presente chi sei tu e cos'è il web, perché tu nella realtà non sei quello del web e il web non è la realtà.
P.S: Mi si chiede se io scrivo per lavoro, se è la mia professione. No. Sto tenendo tre blog da un paio d'anni, divisi per genere, il mio io narrante, il mio io pensante, il mio io sociale, e so quanto tempo e impegno richieda un'attività come il voler fare qualcosa di un po' più complicato delle foto di gattini e del commentino (anti?)conformista sui fatti del giorno. Non che sia vietato o immorale tenere blog con foto di gattini e propaganda politica, dico solo che si può camminare su un vialetto al parco e si può correre in salita nei boschi. Non è facile, non è che siccome uno ci riesce e lo fa allora ci dev'essere nato, non fa fatica come farei io al suo posto, ha un vantaggio genetico. No, fa fatica invece, solo che quando fanno fatica gli altri a noi ci sembra un gioco da ragazzi, e non è che potrebbe farlo anche stando disteso sul divano, no, deve uscire e mettersi a correre, anche se ha la febbre e si sente a pezzi. Perché allora fare tutta quella fatica se poi non ci guadagni neanche dei soldi? Per dimostrare qualcosa a se stessi? Al mondo? Non so, personalmente per dare qualcosa a mio figlio che possa aiutarlo a conoscermi meglio. Non per renderlo orgoglioso o per dargli un modello, non per farlo vergognare o per diventare una presenza incorporea opprimente, ma solo per la gioia di poterlo fare, un modo come un altro per dire ti voglio bene con altre parole. Non so gli altri, ma ecco perché a me non interessa niente di guadagnarci e di avere lettori. Faccio un uso personale del web e ho motivi ben precisi per farlo, e come me chiunque altro, anche chi dice di no, anche chi non si è mai posto il problema.
C'è però anche una classificazione sociale del web che provoca fraintendimenti della realtà qualora si creda che internet sia lo specchio del mondo. Non lo è. Per niente. Tanto per iniziare permane la separazione linguistica, se non conosci l'inglese sei tagliato fuori e, anche se lo conosci, sei tagliato fuori dalle zone in cui milioni di persone parlano una lingua che non conosci, come il cinese, lo spagnolo. Quando entri in Rete magari credi di avere accesso al mondo ma non è così. Per niente. Non solo sei escluso da zone linguistiche che non comprendi, i traduttori on-line per ora non riescono a farti superare la barriera, e mai comunque riusciranno a farti superare barriere culturali, sei escluso anche da una marea di siti che non arrivano alla tua percezione, non sono portati a galla da passaparola, agenzie di diffusione virale, mode, citazioni sui media tradizionali, eventi collaterali. Tu vedi solo quello che è al momento reso più visibile da tutta una serie di fattori che pochi o nessuno controllano, di certo non tu, a meno che tu stia cercando qualcosa che interessa solo te e allora finirai in un labirinto di segnali messi in ordine di importanza dall'algoritmo più o meno segreto del motore di ricerca che ti indicano una marea di opzioni.
Ma non è finita qui. Che dire di tutta la gente vera, la fuori, che non entra nel web e che, se anche ci entra, non produce contenuti ma si limita a consumarli? Pensi davvero che i contenuti del web rispecchino la società reale? Quanti blog di operai che fanno i turni alla pressa segui col tuo reader? La maggior parte di quello che leggi sul web è scritto da studenti, da giornalisti o spacciati per tali, da dipendenti pubblici o privati che hanno accesso alla Rete dall'ufficio e hanno tempo da perdere in attività extralavorative, da persone pagate per sostenere un'opinione, pubblicizzare una marca, fare l'opinion maker, per sostenere e diffondere, ma anche casalinghe e disoccupati che cercano di crearsi abbastanza followers da garantirsi un'entrata mensile aggiuntiva. La gente che lavora sodo dal mattino alla sera di solito non tiene nessun blog, non perde ore a scrivere post, a perdere la vista e la vita su programmi di grafica e/o di videoscrittura, non ci tiene a far sapere come la pensa su questo o su quello. Quando entri in internet per farti un'idea su qualcosa è meglio che tieni presente chi sei tu e cos'è il web, perché tu nella realtà non sei quello del web e il web non è la realtà.
P.S: Mi si chiede se io scrivo per lavoro, se è la mia professione. No. Sto tenendo tre blog da un paio d'anni, divisi per genere, il mio io narrante, il mio io pensante, il mio io sociale, e so quanto tempo e impegno richieda un'attività come il voler fare qualcosa di un po' più complicato delle foto di gattini e del commentino (anti?)conformista sui fatti del giorno. Non che sia vietato o immorale tenere blog con foto di gattini e propaganda politica, dico solo che si può camminare su un vialetto al parco e si può correre in salita nei boschi. Non è facile, non è che siccome uno ci riesce e lo fa allora ci dev'essere nato, non fa fatica come farei io al suo posto, ha un vantaggio genetico. No, fa fatica invece, solo che quando fanno fatica gli altri a noi ci sembra un gioco da ragazzi, e non è che potrebbe farlo anche stando disteso sul divano, no, deve uscire e mettersi a correre, anche se ha la febbre e si sente a pezzi. Perché allora fare tutta quella fatica se poi non ci guadagni neanche dei soldi? Per dimostrare qualcosa a se stessi? Al mondo? Non so, personalmente per dare qualcosa a mio figlio che possa aiutarlo a conoscermi meglio. Non per renderlo orgoglioso o per dargli un modello, non per farlo vergognare o per diventare una presenza incorporea opprimente, ma solo per la gioia di poterlo fare, un modo come un altro per dire ti voglio bene con altre parole. Non so gli altri, ma ecco perché a me non interessa niente di guadagnarci e di avere lettori. Faccio un uso personale del web e ho motivi ben precisi per farlo, e come me chiunque altro, anche chi dice di no, anche chi non si è mai posto il problema.
martedì 20 settembre 2011
Fondelli
Riassunto delle puntate precedenti. Gli USA sono in guerra dal 1991, stanno spendendo palate di quattrini per evitare o almeno rimandare lo scontro fra oriente e occidente, il loro debito aumenta fino a richiedere interventi correttivi, la loro economia viene colpita da fattori interni legati all'espansione monetaria per mezzo del credito come rimedio a tendenze recessive e fattori esterni come il sistema Cina che può far leva su mancanza di diritti e regime di prezzi concorrenziale. L'Europa fondata sull'ammucchiata intorno alla moneta unica è sempre più in affanno sia per oggettive incompatibilità culturali e divari di risorse e sistemi produttivi. Più degli USA che hanno spese militari e solo di recente spese sanitarie e di welfare, le economie europee stanno scaricando sul futuro masse critiche di indebitamento da decenni, alcuni paesi con più spirito socialista di altri, come l'Italia. L'occidente in generale, dopo aver incolpato le banche, gli speculatori, un fato beffardo e crudele, l'influsso astrologico di aldebaran, adesso no sanno più cosa inventare per non ridurre le spese statali né aumentare le tasse, l'ultima trovata è la crescita, il ragionamento è: se noi riusiamo a far figurare un aumento del pil, la percentuale debito su pil diminuisce e tiriamo avanti ancora un po' come abbiamo sempre fatto. Nel frattempo, per tornare alla partita sullo scacchiere mediorientale, islam contro resto del mondo, la Turchia scorta militarmente navi provocatorie a Gaza, l'Egitto assalta l'ambasciata israeliana e mette in forse il trattato di pace, l'Iran dà del criminale all'intero occidente. In Africa continuano ad ammazzarsi, a morire di sete e di fame e di malattie, a cercare di scappare in Europa. Nel mondo intero prosegue l'inquinamento, gli sconvolgimenti climatici, lo squagliarsi dei circoli polari. È un riassuntino veloce e parziale ma sufficiente a darvi un'idea della situazione.
Veniamo all'Italia, il posto dove mi è capitato di nascere. Poteva andarmi meglio, forse, ma poteva andarmi peggio, di sicuro. L'Italia andrebbe messa in quarantena e affidata alla tutela di chi in possesso di facoltà di intendere e volere. Non è mai stata capace di fare a meno di un imperatore o di un occupante straniero e ancora oggi non è cambiata di molto. Per esempio adesso c'è la questione della legge elettorale. È una presa per il culo, una delle tante, mi spiego: dicono che prima il cittadino poteva scegliere il suo rappresentante in parlamento e adesso invece no. Beh, io voto dal 1988 e non ho mai, dico mai, potuto scegliere un bel niente, ho sempre messo una crocetta su uno dei simboli. Chi mette il nome di qualcuno è perché lo conosce, ha interessi personali a farlo, viene pagato dalla mafia per segnare quel nome e non un altro. Questa è la verità. Che poi non si capisce perché la scelta della gggente dovrebbe essere più efficace di un meccanismo meritocratico all'interno dei partiti per dare spazio ai più adatti al compito. Si parte dall'ipotesi che la ggente sia in grado di compiere magie, che l'emersione dei migliori sia una specie di qualità innata del diritto di voto. E la gente va in piazza, ci crede che gli stanno impedendo di scegliere chi mandare in parlamento, lotta per avere il diritto di scegliere chi? Se il partito candida X tu metti il nome di tuo cugino? Poi ci sono le alleanze, a volte ritornano, il nuovo ulivo ultima versione, col tintinnatore di manette e il narratore della buonanotte, se vincono avremo leggicchie firmate da partitini minuscoli che passano ricattando la balena rossa, rosa, anzi, adesso arancio, hanno capito che se metti bandiere arancio dappertutto la gente si sente dentro a uno spot pubblicitario e ti vota per essere protagonista, fa ciao verso la telecamera per salutare la mamma. Dall'altra parte si aggrappano al cadavere galleggiante del frutto di Craxi, la creazione (cammina! è vivo!) miliardario-edil-mediatica del PSI del garofano è ancora in giro per le strade, donne chiudete in casa i vostri bambini. Per una sinistra che non si rifaccia agli anni '60 e una destra che non c'è passate più avavtni, ci stiamo lavorando da decenni, e si sa, noi italiani le cose le facciamo per bene, ci mettiamo tutto il tempo che ci serve.
La manovra come al solito nasce malaticcia e muore nella culla. Succede così da sempre in Italia, dai tempi delle convergenze parallele a quelli del pentapartito, al governo non ci va mai un partito col suo programma, no, ci vanno le coalizioni di governo, ovvero se magna fin che n'è e poi scappiamo. Non sanno dove attaccarsi per non fare brutta figura, non si limitano a scaricare le responsabilità sugli avversari, ma anche sugli alleati di governo. Parlaimoci chiaro: o tagli le spese o aumenti le tasse (quella cosa della crescita per ridurre la percentuale lasciamola ai grulli che comunicano a dubitare del complotto degli speculatori provenienti da Benares 4 a bordo dei loro baccelloni mutanti). Tagliare le spese significa togliere posti di lavoro a gente che ha la tessera del partito, significa togliere soldi a comuni governati da sindaci del tuo partito, significa togliere la spina a milioni, non esagero, milioni di persone che campano grazie a mamma Stato e campano prendendo soldi che non meritano. È più facile aumentare le tasse, molto più facile. Magari puntando il dito contro qualche nemico del popolo: la Chiesa che fa l'inquisizione che è opulenta che oppia il popolo che pedofilizza, gli evasori che ti succhiano il sangue e rubano alla collettività, i ricchi che hanno i patrimoni come se avere soldi investiti o risparmiati sia una colpa e una vergogna e uno schiaffo in faccia ai poveri (che poi son poveri per modo di dire, hanno il 40 pollici, il motorino, i jeans di marca, la seconda macchina e tutti gli anni un trilocale in affitto lontano dal turismo di massa). Per cui adesso va di moda la patrimoniale, siccome chi guadagna 90mila euro all'anno sono dipendenti pubblici o privati che comunque gravitano attorno a questo o quel partito, non vanno toccati, bisogna dire che siccome non sono evasori vanno lasciati in pace, come dire che chiunque non prende lo stipendio è potenziale evasore, come se trovare gli evasori fosse solo questione di volontà e non ci stessero provando a stanarli da decenni senza riuscirci. Ma la patrimoniale come? Se uno compra una casa lo tassi e se li tiene in banca no? Se non ha liquidità cosa fa, disinveste per pagare le tasse? Se li tiene all'estero, i capitali, non è lo stesso discorso di stipendiati contro evasori?
Ma se ti lasci coinvolgere in polemiche non ne esci più. Conviene far finta di essere un turista, non lasciarsi coinvolgere, vada come vada, e la maggior parte degli italiani fa così, tranne quelli che si lasciano ipnotizzare dalla pubblicità, dalla propaganda, da lucidi obiettivi di carriera, dalla militanza politica. La maggior parte degli italiani si comporta come se vivesse in un paese occupato: se ne frega delle leggi, se ne frega di pagare le tasse, se ne frega dell'ambiente e del territorio, si barrica nel fortino della famiglia e degli amici e cerca di farsi portare via meno soldi possibile, così che gliene rimangano per pagarsi tutto quello che lo Stato non gli dà o gli dà in modi e tempi inferiori all'alternativa disponibile privata. Se non mi credete parlate con la gente comune, la gente per strada, il famoso paese reale dal quale la politica è del tutto e sempre di più scollata e distante.
Veniamo all'Italia, il posto dove mi è capitato di nascere. Poteva andarmi meglio, forse, ma poteva andarmi peggio, di sicuro. L'Italia andrebbe messa in quarantena e affidata alla tutela di chi in possesso di facoltà di intendere e volere. Non è mai stata capace di fare a meno di un imperatore o di un occupante straniero e ancora oggi non è cambiata di molto. Per esempio adesso c'è la questione della legge elettorale. È una presa per il culo, una delle tante, mi spiego: dicono che prima il cittadino poteva scegliere il suo rappresentante in parlamento e adesso invece no. Beh, io voto dal 1988 e non ho mai, dico mai, potuto scegliere un bel niente, ho sempre messo una crocetta su uno dei simboli. Chi mette il nome di qualcuno è perché lo conosce, ha interessi personali a farlo, viene pagato dalla mafia per segnare quel nome e non un altro. Questa è la verità. Che poi non si capisce perché la scelta della gggente dovrebbe essere più efficace di un meccanismo meritocratico all'interno dei partiti per dare spazio ai più adatti al compito. Si parte dall'ipotesi che la ggente sia in grado di compiere magie, che l'emersione dei migliori sia una specie di qualità innata del diritto di voto. E la gente va in piazza, ci crede che gli stanno impedendo di scegliere chi mandare in parlamento, lotta per avere il diritto di scegliere chi? Se il partito candida X tu metti il nome di tuo cugino? Poi ci sono le alleanze, a volte ritornano, il nuovo ulivo ultima versione, col tintinnatore di manette e il narratore della buonanotte, se vincono avremo leggicchie firmate da partitini minuscoli che passano ricattando la balena rossa, rosa, anzi, adesso arancio, hanno capito che se metti bandiere arancio dappertutto la gente si sente dentro a uno spot pubblicitario e ti vota per essere protagonista, fa ciao verso la telecamera per salutare la mamma. Dall'altra parte si aggrappano al cadavere galleggiante del frutto di Craxi, la creazione (cammina! è vivo!) miliardario-edil-mediatica del PSI del garofano è ancora in giro per le strade, donne chiudete in casa i vostri bambini. Per una sinistra che non si rifaccia agli anni '60 e una destra che non c'è passate più avavtni, ci stiamo lavorando da decenni, e si sa, noi italiani le cose le facciamo per bene, ci mettiamo tutto il tempo che ci serve.
La manovra come al solito nasce malaticcia e muore nella culla. Succede così da sempre in Italia, dai tempi delle convergenze parallele a quelli del pentapartito, al governo non ci va mai un partito col suo programma, no, ci vanno le coalizioni di governo, ovvero se magna fin che n'è e poi scappiamo. Non sanno dove attaccarsi per non fare brutta figura, non si limitano a scaricare le responsabilità sugli avversari, ma anche sugli alleati di governo. Parlaimoci chiaro: o tagli le spese o aumenti le tasse (quella cosa della crescita per ridurre la percentuale lasciamola ai grulli che comunicano a dubitare del complotto degli speculatori provenienti da Benares 4 a bordo dei loro baccelloni mutanti). Tagliare le spese significa togliere posti di lavoro a gente che ha la tessera del partito, significa togliere soldi a comuni governati da sindaci del tuo partito, significa togliere la spina a milioni, non esagero, milioni di persone che campano grazie a mamma Stato e campano prendendo soldi che non meritano. È più facile aumentare le tasse, molto più facile. Magari puntando il dito contro qualche nemico del popolo: la Chiesa che fa l'inquisizione che è opulenta che oppia il popolo che pedofilizza, gli evasori che ti succhiano il sangue e rubano alla collettività, i ricchi che hanno i patrimoni come se avere soldi investiti o risparmiati sia una colpa e una vergogna e uno schiaffo in faccia ai poveri (che poi son poveri per modo di dire, hanno il 40 pollici, il motorino, i jeans di marca, la seconda macchina e tutti gli anni un trilocale in affitto lontano dal turismo di massa). Per cui adesso va di moda la patrimoniale, siccome chi guadagna 90mila euro all'anno sono dipendenti pubblici o privati che comunque gravitano attorno a questo o quel partito, non vanno toccati, bisogna dire che siccome non sono evasori vanno lasciati in pace, come dire che chiunque non prende lo stipendio è potenziale evasore, come se trovare gli evasori fosse solo questione di volontà e non ci stessero provando a stanarli da decenni senza riuscirci. Ma la patrimoniale come? Se uno compra una casa lo tassi e se li tiene in banca no? Se non ha liquidità cosa fa, disinveste per pagare le tasse? Se li tiene all'estero, i capitali, non è lo stesso discorso di stipendiati contro evasori?
Ma se ti lasci coinvolgere in polemiche non ne esci più. Conviene far finta di essere un turista, non lasciarsi coinvolgere, vada come vada, e la maggior parte degli italiani fa così, tranne quelli che si lasciano ipnotizzare dalla pubblicità, dalla propaganda, da lucidi obiettivi di carriera, dalla militanza politica. La maggior parte degli italiani si comporta come se vivesse in un paese occupato: se ne frega delle leggi, se ne frega di pagare le tasse, se ne frega dell'ambiente e del territorio, si barrica nel fortino della famiglia e degli amici e cerca di farsi portare via meno soldi possibile, così che gliene rimangano per pagarsi tutto quello che lo Stato non gli dà o gli dà in modi e tempi inferiori all'alternativa disponibile privata. Se non mi credete parlate con la gente comune, la gente per strada, il famoso paese reale dal quale la politica è del tutto e sempre di più scollata e distante.
venerdì 16 settembre 2011
Narrazione
Noi viviamo in una rappresentazione della realtà costruita accettando o rifiutando le opinioni e i suggerimenti che riceviamo. Raramente si assiste a un'interpretazione della realtà completamente originale, anche se spesso si considera rivoluzionaria una teoria in realtà è semplicemente nuova in quanto inedita. È per questo motivo che il possesso dei canali informativi e il controllo sui contenuti divulgati riveste da sempre grande importanza per il potere. Non per semplice mantenimento dello status quo o comunque tendenze conservative o, peggio, retrograde, ma per un'esigenza di indirizzo e guida e conduzione. L'evolversi della società non è emersione naturale dell'ordine da situazioni caotiche, senza autorità il sistema tende, come tutti i sistemi, all'entropia. L'ipotesi che l'anarchia organizzata, come unica soluzione razionale per l'autoregolamentazione, si basa sul postulato di una tendenza automatica all'ottimizzazione. È una sovrastruttura logica del razionalismo assolutista, dove non viene nemmeno contemplato il trionfo dell'irrazionale, non viene nemmeno calcolato il fattore fuzzy.
Messo da parte l'idealismo utopistico, che sia anarchico o razionalista o millenarista, voglio essere chiaro nel dichiarare necessaria la gerarchia sociale e ineluttabile la narrazione culturale. Lo ripeto per la terza volta: non esiste una realtà rappresentabile senza ricorrere al filtro dell'insieme dei fattori culturali predominanti nel periodo storico e nel gruppo sociale di riferimento, occorre una responsabilità di comando e gestione per soccorrere l'assenza di un meccanismo evolutivo automatico in grado di garantire mutamenti culturali non degenerativi. Tu pensi la realtà usando gli strumenti che ti forniscono gli intellettuali e gli intellettuali sono responsabili, nel bene e nel male, dello sviluppo culturale e di conseguenza materiale della società. Non esistono società che possono fare a meno di questa visione o narrazione condivisa, in cui ogni singolo individuo vive in un suo proprio mondo non integrato. Non esistono società in cui non prevalga una specifica interpretazione della realtà voluta e sostenuta per mezzo del potere. Funziona così, che ti piaccia o meno.
Il seme del cambiamento, che può significare miglioramento o peggioramento – se la parola cambiamento ti fa immediatamente pensare a passaggio desiderabile è per quanto sto dicendo dall'inizio: vivi dentro a una scatola costruita dagli intellettuali funzionali agli obiettivi di un potere a sua volta influenzato dagli intellettuali: è la dialettica politica. Il seme del cambiamento, dicevo, si trova nell'eredità culturale accumulata nei millenni. Alla fine i vincoli matematici nulla possono contro la forza dell'irrazionale, l'umanità tenderà sempre a obiettivi che premiano il lato sentimentale, o propriamente definito 'umano'. Le discipline umanistiche da sempre lottano contro i paletti del razionale nella loro spinta ideale verso l'agognata perfezione. Ogni apllicazione umana dei valori si esprime per mezzo di approssimazioni. La giustizia, per esempio, non è mai perfetta, ci sarà il caso minato dal dubbio, ci sarà il meglio un innocente dentro che tanti colpevoli fuori, ci sarà il reato che fino a ieri non lo era o che fino a ieri lo era e domani chissà. Come la giustizia tutti gli altri valori che cercano di passare dalla colpa in ambito morale individuale alla sanzione sociale.
Le narrazioni che convivono in questo periodo all'interno della singola società sono molteplici, specialmente in quelle più ricche, dove la comunicazione non è limitata dal potere nei contenuti come lo era in passato. L'effetto sul singolo è l'ebrezza della libertà e un totale spaesamento di fronte alle opzioni di scelta, al punto che anche non scegliere diventa una scelta, oppure – è questo è l'aspetto più preoccupante – scegliere l'opinione più popolare, la più cliccata o linkata o sponsorizzata o diffusa da personaggi famosi. La creazione di una personalità, di un essere umano mentalmente maturo, un tempo seguiva un percorso fissato da un potere (più o meno responsabile, consapevole, saggio) sia nei tempi che nei contenuti, esisteva una narrazione di sé come individuo e come elemento sociale, adesso la formazione è in balia di scelte demandate a soggetti reputati in grado di provvedere da sé allo specchio nel quale vedersi riflessi e accettati. Non c'è più un potere ipergenitoriale che ti corregge e incoraggia e approva, esistono i modelli proposti dai media e il gruppo-branco col quale si condividono attività pratiche e interessi.
Per esempio, prendiamo la cornice culturale consumista. È lecita quanto qualunque altra narrazione svincolata da imposizioni autoriali, esempio di cultura open source come è considerato oggi qualsiasi sistema concettuale, e ritenere preferibile uno o l'altro significa esprimere un giudizio morale del tutto opinabile. Potremmo parlare di una ideologia politica o di una religione a caso, anche il relativismo cade nella trappola scavata con le proprie mani. Nella logica della narrazione consumista per esempio non c’è spazio per il pessimismo e la depressione. Tutto ciò che deprime i consumi viene stigmatizzato. La precipitazione nel reale della narrazione si esplicita nelle situazioni reali quando vengono ignorate o, peggio, occultate, in modo che ci si possa sentire parte di una società privilegiata che può permettersi una felicità ignorante in quanto non consapevolmente egoista, che anzi risolve l'ipocrisia buonista per mezzo di un se compri questo aiuti x, adotta a distanza y, parte del ricavato va in beneficenza, visione che viene traslata in una fede religiosa e in un voto politico a sostegno di partiti-chiese in grado di sublimare il senso di colpa di uno stile di vita superiore ai propri mezzi, come singolo e come società.
Ecco, anche oggi lo spunto ve l'ho dato, ora potete divertirvi a trovare e analizzare da voi le narrazioni nelle quali molti di noi sguazzano senza nemmeno rendersene conto.
Messo da parte l'idealismo utopistico, che sia anarchico o razionalista o millenarista, voglio essere chiaro nel dichiarare necessaria la gerarchia sociale e ineluttabile la narrazione culturale. Lo ripeto per la terza volta: non esiste una realtà rappresentabile senza ricorrere al filtro dell'insieme dei fattori culturali predominanti nel periodo storico e nel gruppo sociale di riferimento, occorre una responsabilità di comando e gestione per soccorrere l'assenza di un meccanismo evolutivo automatico in grado di garantire mutamenti culturali non degenerativi. Tu pensi la realtà usando gli strumenti che ti forniscono gli intellettuali e gli intellettuali sono responsabili, nel bene e nel male, dello sviluppo culturale e di conseguenza materiale della società. Non esistono società che possono fare a meno di questa visione o narrazione condivisa, in cui ogni singolo individuo vive in un suo proprio mondo non integrato. Non esistono società in cui non prevalga una specifica interpretazione della realtà voluta e sostenuta per mezzo del potere. Funziona così, che ti piaccia o meno.
Il seme del cambiamento, che può significare miglioramento o peggioramento – se la parola cambiamento ti fa immediatamente pensare a passaggio desiderabile è per quanto sto dicendo dall'inizio: vivi dentro a una scatola costruita dagli intellettuali funzionali agli obiettivi di un potere a sua volta influenzato dagli intellettuali: è la dialettica politica. Il seme del cambiamento, dicevo, si trova nell'eredità culturale accumulata nei millenni. Alla fine i vincoli matematici nulla possono contro la forza dell'irrazionale, l'umanità tenderà sempre a obiettivi che premiano il lato sentimentale, o propriamente definito 'umano'. Le discipline umanistiche da sempre lottano contro i paletti del razionale nella loro spinta ideale verso l'agognata perfezione. Ogni apllicazione umana dei valori si esprime per mezzo di approssimazioni. La giustizia, per esempio, non è mai perfetta, ci sarà il caso minato dal dubbio, ci sarà il meglio un innocente dentro che tanti colpevoli fuori, ci sarà il reato che fino a ieri non lo era o che fino a ieri lo era e domani chissà. Come la giustizia tutti gli altri valori che cercano di passare dalla colpa in ambito morale individuale alla sanzione sociale.
Le narrazioni che convivono in questo periodo all'interno della singola società sono molteplici, specialmente in quelle più ricche, dove la comunicazione non è limitata dal potere nei contenuti come lo era in passato. L'effetto sul singolo è l'ebrezza della libertà e un totale spaesamento di fronte alle opzioni di scelta, al punto che anche non scegliere diventa una scelta, oppure – è questo è l'aspetto più preoccupante – scegliere l'opinione più popolare, la più cliccata o linkata o sponsorizzata o diffusa da personaggi famosi. La creazione di una personalità, di un essere umano mentalmente maturo, un tempo seguiva un percorso fissato da un potere (più o meno responsabile, consapevole, saggio) sia nei tempi che nei contenuti, esisteva una narrazione di sé come individuo e come elemento sociale, adesso la formazione è in balia di scelte demandate a soggetti reputati in grado di provvedere da sé allo specchio nel quale vedersi riflessi e accettati. Non c'è più un potere ipergenitoriale che ti corregge e incoraggia e approva, esistono i modelli proposti dai media e il gruppo-branco col quale si condividono attività pratiche e interessi.
Per esempio, prendiamo la cornice culturale consumista. È lecita quanto qualunque altra narrazione svincolata da imposizioni autoriali, esempio di cultura open source come è considerato oggi qualsiasi sistema concettuale, e ritenere preferibile uno o l'altro significa esprimere un giudizio morale del tutto opinabile. Potremmo parlare di una ideologia politica o di una religione a caso, anche il relativismo cade nella trappola scavata con le proprie mani. Nella logica della narrazione consumista per esempio non c’è spazio per il pessimismo e la depressione. Tutto ciò che deprime i consumi viene stigmatizzato. La precipitazione nel reale della narrazione si esplicita nelle situazioni reali quando vengono ignorate o, peggio, occultate, in modo che ci si possa sentire parte di una società privilegiata che può permettersi una felicità ignorante in quanto non consapevolmente egoista, che anzi risolve l'ipocrisia buonista per mezzo di un se compri questo aiuti x, adotta a distanza y, parte del ricavato va in beneficenza, visione che viene traslata in una fede religiosa e in un voto politico a sostegno di partiti-chiese in grado di sublimare il senso di colpa di uno stile di vita superiore ai propri mezzi, come singolo e come società.
Ecco, anche oggi lo spunto ve l'ho dato, ora potete divertirvi a trovare e analizzare da voi le narrazioni nelle quali molti di noi sguazzano senza nemmeno rendersene conto.
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