lunedì 21 marzo 2011

Nausea.

Ci son dei giorni che ti viene a noia la conversazione nazionale, i discorsi degli invitati a sedere nel salotto buono della comunicazione al pubblico, i pagati per farlo, per fare cosa? Educarti, pedagogizzarti, istruirti, dirti come la pensa la maggioranza dei buonsensati e dei puri-di-spirito, così che tu possa conformare la tua opinione a quella declamata con toni inappellabili dai certificatori del politicamente corretto, dai razionalisti, dai realisti, dai fini conoscitori della gggente e di come la pensa la gggente là fuori. Ci sono giorni in cui lo spettacolo ti viene a noia come un mal di mare, come un esagerazione coi dolci, e non ti fai più complice a far finta che il circo delle pulci si tratti di un'esibizione spettacolare. Non hai più nemmeno voglia di far la fatica di replicare, di riportare il dialogo nei binari se non dell'interessante e dell'utile, almeno del credibile, e allora giri canale, fai spallucce, ti dedichi ai tuoi hobby pregustando il benessere che ti verrà dall'ignorare la immonda gazzarra degli scrofolatori e dei ravanatori nel torbido, degli intellettuali a cottimo e dei maître à penser da osteria numero cinque.

La bandiera e l'inno nazionale, il crocefisso sui muri, pagine e pagine di chiacchiere col sociologo che da anni tutti i lunedì spara banalità da rivista per adolescenti ridanciane sull'amore e i suoi derivati, poi c'è il solito vecchio bacucco che ci propina le sue obsolete considerazioni, e i santini del politichese che si rispetti, immaginette da baciare a cui votarsi per avere delucidazioni sulle prospettive sociali e le ritorsioni sullo scacchiere mediorientale, hanno la faccia stupita o incattivita tipica dei vecchi, quell'espressione acida o melensa che speri di non trovare mai sulla tua faccia guardandoti allo specchio, eppure c'è chi li tratta come parenti la cui foto va sul caminetto accanto a quella del presentatore che è stato in tv per decenni e gli vogliamo più bene che agli zii che vediamo solo a Natale, e vorremmo calamitarli al cruscotto per ricordarci di andare adagio, consumatore delle mie cazzate ti voglio bene vai adagio e compra il giornale, accendi la tv, continua a comprare i prodotti che pubblicizziamo. Ci sono dei giorno che ti viene voglia di sentire una voce scendere dal cielo e dire a tutti, uno per uno, dirci all'orecchio quello che davvero siamo, dire al gigione ecco, in verità in verità ti dico che tu sei un gigione, e al chissachì gli dica ecco tu ti credi. Le facce della gente, che ci sia anche una foto a immortalare le facce nel preciso momento.

L'altra ho visto un cartello al telegiornale, un cartello appeso nella vetrina di un negozio, c'era scritto 'Chiuso per rottura di coglioni' e ho pensato quel commerciante è un genio, ho pensato come ti capisco, compare. Ci vorrebbe un tasto come quello di Facebook solo che al posto di 'mi piace' dica 'rompicoglioni' così quando leggo l'invettiva di parte e la teoria del complotto, gli allarmi ingiustificati e gli inviti alla calma, la ragioni del nevrotico e le insinuazioni urlate si possa cliccare 'rompicoglioni' e una voce registrata ringrazi per aver espresso il livello di gradimento, e una mano meccanica si occupi di scrivere un appunto sui miei gusti nei registri del grande computer mondiale affinché chi deve scegliere sappia cosa mi rompe i coglioni e cosa mi sembra intelligente, affinché non mi venga propinata la sbobba e non sia costretto ad annaspare per restare a galla in una palude di articoli fesseria e trasmissioni acefale che voglio rimbalzare al mittente con tanti auguri di venire catapultati in universi lontani, privi di tangente, dove svanisca anche il ricordo del bombardamento mediatico che distrugge i pochi neuroni rimasti nel patrimonio dell'intelligenza umana. Ci sono giorni che appendi quel cartello lì, e permetti al cervello di rimettersi assieme, per quanto possibile.

Le mille polemiche su tutto, il benaltrismo, l'indignazione, la squalifica, il passo indietro, le dimissioni se il Papa, che anche stavolta non hanno eletto un Papa nero, c'è chi l'ha presa come una decisione razzista, il Papa apre bocca i titoli dicono che il Vaticano esplode di rabbia, che la Chiesa dichiara guerra, a che? Alle idee, come se praticasse il negazionismo nei confronti dei dinosauri o rifiutasse il funerale agli stupidi. Fino a ieri la Chiesa era anche fascista, oggi no, dipende dal vento e dalla convenienze elettorali, come la Lega, ieri erano scissionisti xenofobi stupidi razzisti oggi venite con noi a governare assieme. E le foto, se ti abboni alla versione elettronica del quotidiano cartaceo ti facciamo vedere in esclusiva le foto rubate di ragazze travestite da poliziotto, da infermiera, e le chiamo prostitute e affermo che facevano porcate anche se non è stato dimostrato, tanto al massimo poi basta una smentita, a pagine ventotto, in piccolo, nell'angolo. Il nucleare sì, il nucleare no. I referendum, le manifestazioni. Che gran scassamento di coglioni che è 'sta Italia. Vi rendete conto che state guardando un film, questi professionisti della pirlata che si danno il cinque sotto il tavolo parlano a nome di tutti mentre di quei tutti solo una piccolissima parte, mentecatti e creduloni compresi, si riconoscono in quello che dicono, trovano ben formulati gli pseudoragionamenti che propongono. Ci son giorni come oggi che uno si gira di là, non accetta la logica del fare il tifo tutti assieme, del farsi venire gli acidi di stomaco, del sentirsi amici guardando e dicendo e facendo le stesse cose, vestendosi uguali, pensandola allo stesso modo. Al posto della coccarda nazionalista mettiamo tutti una maglietta con su scritto 'chiuso per rottura di coglioni' e smettiamo di comprare giornali, prodotti pubblicizzati, andare a votare, guardare la tv, lasciamoli a sguazzare nella loro stessa m


martedì 15 marzo 2011

Implicazioni.

Possiamo identificare delle configurazioni strutturali che spiegano gli eventi in divenire. Per esempio, restando nei confini nazionali, vediamo alcune contraddizioni nei problemi occupazionali, come il bisogno di immigrazione e l'alta disoccupazione. Se hai tanti disoccupati di tuo, logica vuole che non ti serva importarne altri da fuori. La contraddizione si spiega con il livello di istruzione, il welfare, l'intervento dello Stato. Ovvero abbiamo bisogno di stallieri, infermieri, badanti, i 'lavori che noi italiani non vogliamo fare più' amano dire i politici che si fanno un vanto di una popolazione con in mano titoli di studio e in attesa che lo Stato gli procuri il lavoro per cui hanno studiato. L'ottimale sarebbe l'intera popolazione assunta dallo Stato per fare lavori più nobili rispetto a quelli rifiutati e regalati agli immigrati: una nuova forma di aristocrazia burocratica, con tanto di retorica costruita sull'ideologia dello 'Stato siamo noi', noi che paghiamo le tasse per darvi lo stipendio e permettervi di fare un lavoro che non sia da immigrato, eufemismo per schiavo post-moderno. Da una parte fanno le manifestazioni, si scandalizzano, raccolgono soldi per dare istruzione a bambini che poi si troveranno comunque a vivere in paesi che non hanno nemmeno acquedotti, l'ipocrisia del marketing buonista è una bestia cieca e obesa, fa ghiacciare il sangue nelle vene, e poi gli sta bene che vengano qua a spalare merda di mucca, straordinari, domenica compresa, niente ferie né tredicesima, o a chiedere monetine fuori dal supermercato.

Le verità scomode che nessuno dice, contrapposte alle bugie che tutti conoscono e alle quali purtroppo molti credono. Le bugie che parlano di tecnologia, di benessere, di vita che si allunga, malattie sconfitte, ricchezza sempre più abbondante e ben distribuita. Sono i rimasugli dell'ottimismo sessantottino, dopato da droga ideologica e droga vera e propria. Un giorno il cibo non sarà più un problema, avremo sintetizzatori molecolari di cibo come sull'Enterprise. E invece vediamo che il cibo non solo rimane ma diventa sempre di più un problema, man mano che la popolazione aumenta, alla faccia di chi rideva in faccia a Malthus, più o meno gli stessi che issano Keynes come una bandiera. L'acqua è un problema e lo diventerà di più in futuro perché inizia a scarseggiare anche dove è sempre stata abbondante. L'inquinamento ha fatto diventare un problema anche l'aria, non solo acqua e cibo. Le malattie che si pensavano sconfitte ritornano, proprio ieri leggevo qui in Lombardia di TBC e meningite e pidocchi, roba uscita dalla porta e rientrata dalla finestra, mancano malaria e tifo e siamo a posto. Al posto di tutti ricchi oggi siamo tutti indebitati fin dalla nascita. Bugie, aprite gli occhi, vi hanno cacciato una marea di balle. Alla fine tutto quello che hanno dimostrato a proposito della vera natura del sessantottino è il viagra, continuare a scopare fino alla morte, magari ragazzine raccattate nei bassifondi di qualche città indonesiana, il costo del turismo sessuale messo in carico alla ditta come viaggio di lavoro. Il vero volto della generazione sessantottina, un libro ancora tutto da scrivere.

A noi invece è toccato l'aids, che ti assicurano che non si prende con un bacio, a meno che si abbiano ferite in bocca, e tu ragazzino o ragazzina con la testa sulle spalle non ci pensi nemmeno a morire di aids per aver baciato qualcuno senza aver prima visionato gli esiti di esami del sangue molto recenti. Intanto quelli fanno le orge con l'aiuto della pillolina azzurra, il 'medicinale' più venduto al mondo, se ne fregano dell'aids, non vogliono nemmeno il preservativo. In certe zone dell'Africa ormai sei strano se non ce l'hai, l'aids. Ma il sessantottino salta su e dà la colpa alla Chiesa, che predica astensione e non prevenzione, programmazione e non dissoluzione, come se a qualcuno gliene fregasse davvero di cosa dice il Papa sul preservativo, ridurre e semplificare sempre le riflessioni sui valori a opinioni da giornalista sfigato che vuol fare polemica e spostare voti per favorire un partito politico, come se il sessantottino e i suoi figli obbedissero ciecamente al volere di una qualunque chiesa, è già tanto se fanno finta di obbedire allo Stato, ribelli da James Dean e alla Easy Rider. Il peccato del seme buttato, che deve la sua origine al valore antico della prole. Una discendenza numerosa come i granelli di sabbia. La mentalità contadina dell'avere una mano nei campi, grano in magazzino per l'anno prossimo, del non lasciare che si disperda l'abbondanza accumulata. E questi bifolchi culturali sminuiscono tutto, ridicolizzano, si gonfiano di superbia nel vantare certezze conoscitive, mentre sono solo poveri illusi, infantili e irresponsabili, non sanno quello che fanno ma neanche quello che dicono, l'unica dimostrazione che riescono a mettere sul tavolo è la prosperità garantita dalla creazione di un debito pubblico enorme, dallo sfruttamento di innovazioni tecnologiche che grazie al consumo di petrolio e al rischio delle radiazioni nucleari, in cambio di una Terra depredata e avvelenata e spogliata di ogni ricchezza naturale, sono riusciti a produrre qualche decennio di benessere tale da permettere vite come le loro, condotte sull'onda di una gioiosa dissipazione, un divertito spreco portato avanti senza il minimo senso di colpa, anzi, chiedendo a noi di inchinarci e ringraziarli per tutto questo.

Calci nel sedere, altro che ringraziamenti. Sarete ricordati come le due o tre generazioni forse non più stupide ma certamente più dannose dall'inizio dei tempi. Lavoriamo di più, siamo più stressati, spendiamo in un giorno quello che potrebbe mantenere in vita una persona per anni. Tutti chiusi da soli dentro scatole metalliche, per ore, tutti con pensiero alla rata del mutuo, tutti a guardare ogni minuto della nostra vita il film creato dal marketing, dove le persone sono tutte belle, sane, felici, ricche, e vivono in un mondo bello, sano, felice, ricco. A questo ci siamo ridotti, questo abbiamo permesso che accadesse, in cambio della promessa di una medicina che non ci faccia morire prima di quanti anni? Quanti anni volete vivere, mille? Volete diventare un mucchietto di stracci tremante e bavoso che da secoli non sa più nemmeno che significhi vivere e morire da uomo? Abbiamo venduto la nostra dignità, la nostra purezza, in cambio di vestiti usa e getta, di ristoranti che servono cibi provenienti dall'altra parte del mondo, inscatolati sottovuoto, surgelati, caricati su un aereo che ha voltato tutta la notte, mentre noi dormivamo, per farci trovare nel piatto al risveglio un animale esotico, raro, squisito e soprattutto molto costoso. In cambio di cosa? Di un lavoro sedentario, per uscire dall'ufficio con giacca e cravatta e sederci in un locale a bere alcolici fino a collassare, per vedere i figli solo qualche ora nel fine settimana. Per comprare la televisione più grossa, la macchina più potente, la vacanza più esclusiva, per pagare chirurghi di plastica estetica.

Estetica, ecco, la parola che riassume quest'epoca. Non come cultura della forma, ma come superficialità. Sotto questo velo di estetica plasticosa che osano definire cultura permane la consistenza del sesso e della morte come unico motore di un'esistenza morale, il fulcro dell'arte a diretto contatto con i significati profondi e non la mera rappresentazione del segno dei tempi. La riproduzione, non come esito infausto del contatto carnale, nemmeno come inevitabile conseguenza del richiamo della natura affinché l'animale dimostri soggezione di fronte alle esigenze del ciclo economico. Non la riproduzione come sopraffazione delle società che relegano il femminino a complemento in subordine, non la riproduzione come rispetto di vincoli genetici che esprimono la tensione di una progettualità tesa a superare il presente nell'unico modo di cui dispone chiunque, ovvero l'accoppiamento. La riproduzione, così come la sua compagna morte, rivela oggi più che mai le sua incoerenza, le sue ripercussioni in campo morale. Da una parte è ingranaggio fondamentale del sistema economico capitalista, fondato sul postulato irrealistico della crescita infinita e delle risorse inesauribili, in un parallelismo che non regge laddove la produzione non può essere considerata alla stregua della ri-produzione e viceversa. Dall'altra parte ha conservato la carica dirompente della forza numerica che la riproduzione garantisce in un confronto tra famiglie, villaggi, popoli, continenti. Un esercito più numeroso comportava la sicura vittoria, e nei paesi dove il lavoro non è stato rivoluzionato dalla tecnologia la riproduzione avviene ancora senza tener conto di sopravvivenza neonatale, speranza di vita, lavori che 'noi non vogliamo più fare'.

Dalla tecnologia, non dalla politica, la politica è roba da stupidi, tutto sommato, e chi non lo capisce se la merita, la politica degli stupidi, tipo i sessantottini, senza tecnologia non si ottengono diritti, senza prosperità si perdono, i diritti, come sta succedendo anche adesso, basta una minaccia esterna o interna, che sia terrorismo o cambiamenti climatici. Eppure vediamo gli strascichi delle generazioni più recenti, che non e vogliono sapere di morire e sparire, occupano ancora radio, tv e giornali, un sacco di vecchi a dirigere la vita intellettuale di un paese che nei fatti li ha già lasciati indietro da un pezzo, e anche nelle industria, nelle istituzioni, insomma la classe dirigente è ancora lì da decenni, gli stessi nomi che sentivo quando ero ancora minorenne sono gli stessi che sento ora a 40 anni. Quelli che guardavano a se stessi come rivoluzionari, e non lo erano, erano ragazzini viziati che hanno avuto la fortuna di nascere nell'epoca del petrolio, l'epoca che stiamo cercando faticosamente di superare e che resiste come resistono loro, i piccoli rivoluzionari della domenica, che fanno la rivoluzione in piazza, per dire che l'han fatta loro e non i loro coetanei nei laboratori, per ironia della sorte nei laboratori delle nazioni capitaliste, se non ci credete paragonate quello che hanno inventato negli Usa (o nell'Europa pre-socialismo fascista e nazista e comunista) al resto del mondo. Le nuove generazioni, là fuori, hanno un lungo lavoro di ricostruzione, perché qui è tutto distrutto, uno tsunami culturale lungo un secolo sta tornando in mare, una volta per tutte si spera, lasciando dietro di sé macerie e fango. Internet è come darvi il fuoco, giovani generazioni, è come darvi la ruota, spero che sia rimasto qualcosa da salvare, che ci sia un modo per salvarlo e che valga la pena di essere salvato.

venerdì 4 marzo 2011

Target acquired.

Non capisco se c'è la precisa volontà di un manovratore occulto che attua una strategia ben precisa o se non c'è bisogno di coltivare sospetti e basta invece fare riferimento all'emersione naturale di una forma comportamentale del tutto spiegabile e riconducibile a teorie classiche della sociologia. Parlo dell'identificazione di un nemico comune, parlo del gridare “Eccolo, è lui, è tutta colpa sua, prendiamolo e facciamogliela pagare!” Il capro espiatorio in tempi antichi era veramente un capro, un esemplare maschile della capra, un animale vero, in carne e ossa, al quale si appendeva al collo una collana fatta coi peccati singoli e collettivi e lo si mandava a morire di stenti in esilio, nel deserto. Questa cerimonia serviva a dimenticare vecchi torti in una sorta di perdono vicendevole ritualizzato, un segno di pace, serviva anche a esorcizzare le superstizioni, una specie di sacrificio non cruento per placare il cattivo umore di entità soprannaturali. Sembra una storiella degna di un documentario sulle tribù primitive, ma le ripercussioni culturali di quel semplice gesto si ramificano e si fanno imponenti nell'evoluzione del pensiero, nello sviluppo della filosofia nelle varie sottodiscipline umanistiche che studiano l'essere umano al di là del suo corpo materiale.

Periodicamente pare proprio che la gente senta la necessità di scaricare la coscienza della collettività mediante l'individuazione di un capro espiatorio, il caricamento su di esso di tutte le colpe per la sofferenze e le ingiustizie che si riscontrano, quindi l'espulsione dal corpo sociale. Fateci caso, i capri espiatori più o meno vistosi si sprecano nella storia, sia antica che recente – non stiamo nemmeno a citare Gesù, capro espiatorio, fra le altre cose, per eccellenza. Quando c'è qualcosa che ci infastidisce, ci fa arrabbiare, ci fa sentire piccoli e deboli e impotenti, ecco che sentiamo il bisogno sempre maggiore di liberarci, di mettere la maggior distanza possibile fra noi e la causa del nostro malessere. Gli psicologi sono pronti a dirci di stare calmi, che il male è dentro di noi e non è così facile liberarsene, ma un conto è rendersene conto (Froid) e un conto è rifiutare il sollievo che può dare una pratica magica (Jung). Essere convinti di poter trasferire, come fa quel tizio che ho nominato prima, i demoni in un branco di maiali che poi si buttano da soli nel precipizio è come minimo liberatorio. La ricerca di Dio come ricerca della libertà è senz'altro un tema affascinante, ma non è ciò che volevo approfondire oggi.

Fate un rapido controllo: quante volte vi è capitato di sentirvi assolutamente d'accordo con chi accusa e giudica? Gli inquisitori, il terrore come virtù dei sanculotti, i nazisti, gli Hutu in Ruanda, i campi di rieducazione russi e cinesi, la lista potrebbe essere lunga da qui a là e quello che accomuna ogni elemento di questa lista è che la gente, il popolo, era d'accordo, gioia, si esaltava. In seguito si parla di sonnambulismo, di lavaggio del cervello, di una manciata di persone che è riuscita a compiere il male di nascosto, che il popolo non ha reagito perché aveva paura delle conseguenze. E no, cari miei, diciamo la verità: la gente batteva le mani, la gente rideva, sputava addosso la nemico comune (spesso chiamato proprio 'nemico del popolo'), anche quella gente che poi, quandosi chiude la parentesi di follia legalizzata, fa come Pietro e rinnega una, due, tre volte se necessario, dice io no, io non c'ero, e se c'ero non ero d'accordo. Il giudizio è la radice di uno iato profondo dal quale scaturiscono gli esseri mostruosi della sopraffazione, dell'incomprensione, della soppressione e via dicendo. Il giudicare, il cercare pagliuzze e travi, il sentirsi autorizzati a esprimere sentenze, atteggiamento che va dallo spettegolare dal parrucchiere al costruire elaborati j'accuse politici.

Il giudizio è esercizio della ragione e strumento di civile convivenza ma allo stesso tempo è un'arma delicata, che esplode nelle mani di un utilizzatore imprudente. E quando succede non sempre si risolve tutto espellendo dal corpo sociale il bacillo dell'infezione, appendendo per i piedi il suo cadavere in piazza, fucilandolo dopo un processo sommario e gettandolo in una tomba senza nome, condannandolo a passare il resto della sua vita in carcere, obbligandolo a cercare rifugio all'estero. Quando vedo che inizia la caccia la capro espiatorio mi viene sempre il sospetto che ci sia una mano che organizza, una mente che bisbiglia calunnie in orecchie bendisposte all'ascolto, insomma un progetto che mira a stravolgere il mondo perché ha in mente un dopo, perché sa cosa fare quando avrà raggiunto il suo scopo di parare a festa e bandire dal villaggio il capro espiatorio. E invece il più delle volte non c'è una logica, una ragione, è solo il sangue che pompa nelle vene, i demoni che non ci pensano neanche a trasferirsi nei maiali, i difetti di una creatura che ambisce alla perfezione e con le pretese della superbia, da sempre la trappola che il rappresentante dell'avversione si costruisce con le proprie mani, finisce per cadere più in basso di dov'era partita.

Una vicenda triste, se vogliamo, non tanto perché con tutta evidenza è una delle tante prove che dimostrano, se ce ne fosse bisogno, la intrinseca manchevolezza dell'essere umano, la colpa originaria che ci vincola a una vita di sforzi inutili ma comunque necessari a fornire un senso all'esistenza individuale e collettiva. Riassumo il discorso: o c'è qualcuno che davvero briga e manovra per incolpare un innocente e farne un capro espiatorio (è successo molte volte nella storia), oppure non c'è una persona o un gruppo di persone che trama nell'ombra o manifesta apertamente ma si verifica una sorta di moto ondoso nella coscienza collettiva che è come minimo inquietante. Un corollario qui solo abbozzato: è cosa succede dopo? Si aspetta che la situazioni torni favorevole alla cacciata di un nuovo capro? La magia esiste e in questo caso si compie davvero e i problemi si risolvono da soli, l'economia migliora per incanto, la gente diventa improvvisamente buona, gentile, generosa, tollerante, simpatica, intelligente solo perché abbiamo trovato qualcuno da incolpare per come andava il mondo fino a ieri? Quando vi viene voglia di giudicare qualcuno, quando godete nel vedere qualcuno coperto di ignominia, fermatevi a chiedervi se quello che state cercando è l'ennesimo capro espiatorio su cui tirare la neve sporca che tutto noi serbiamo nel profondo.

venerdì 25 febbraio 2011

L'importanza del greggio

Sono molto affascinato dallo steampunk. Si tratta di oggetti ripensati, riprogettati e ricreati con un vincolo preciso: i derivati del petrolio non sono ancora disponibili, oppure il petrolio è finito (prima o poi succederà). La maggior parte di questi oggetti non funziona o funziona solo in quanto è racchiuso all'interno un prodotto già disponibile sul mercato, pieno di plastica e altri componenti che devono la loro esistenza al petrolio. Lo steampunk ipotizza l'utilizzo di legno, ottone, vetro, materiali molto più nobili, rari e costosi della plastica. La presenza di tubi, valvole, misuratori analogici con la lancetta che si muove lungo un percorso millimetrato, tasti e leve e manopole, rende queste opere d'arte il simbolo di un'età antica così come futura, rivelando la natura provvisoria del tempo in cui viviamo, la parentesi del petrolio che è da considerarsi l'unico e autentico motore del progresso esponenziale degli ultimi tempi.

Quando finirà il petrolio svanirà anche l'illusione su cui si fonda l'ottimismo che scaturisce dal benessere, il benpensare delle anime nobilitate dal senso di colpa che trasuda dallo stile di vita dei paesi ricchi, quelli che fino a ieri definivano i poveri come sottosviluppati. La parola d'ordine dello sviluppo, della crescita, di pance sempre più gonfie, vite sempre più lunghe, sorrisi sempre più larghi, la vita come un giro sulla giostra: senza problemi, divertente e spensierata. Lo steampunk mi ha fatto sbocciare in testa l'idea che quegli oggetti non dovrebbero sembrarci così strani, irrealistici, degni di un mondo fantastico, perché sono del tutto ammissibili in una realtà senza petrolio, sono gli oggetti che avremmo, o che avremo in futuro, tra le mani se non ci fosse il petrolio e un'intera economia mondiale fondata sul suo sfruttamento. Senza contare gli effetti sulle popolazioni che ci campano, sull'estrazione.

Parliamo spesso di fonti di energia alternative, possibilmente ecologiche. Ammesso che l'umanità non abbia già innescato un processo di estinzione irreversibile, sentiamo ogni giorno profetizzare futuri entusiasmanti, le solite cose da secoli: vivremo a lungo, macchine volanti, energia abbondante a costo pressoché nullo, fine della violenza, fine dell'ignoranza, fine delle razze, delle religioni, delle differenze in generale. Un mondo alla Star Trek dove il cibo esce da un distributore automatico che lo ottiene riciclando la nostra stessa merda in un circolo chiuso, dove le uniche differenze sono nel colore della calzamaglia che siamo autorizzati a indossare la mattina, dove il chirurgo opera con una penna colorata al posto del bisturi e quello più stupido gioca a scacchi su cinque piattaforme in tre dimensioni.

Non so voi, ma io non credo più al fulmicotone, propendo invece per un ritorno per nulla indolore a un passato sicuramente migliore di quello che fu, ma di certo anche peggiore dei molti futuri coi quali ci tengono su di morale ma che mai si realizzeranno. Fate caso alle differenze tra oggi e, quanto facciamo, due secoli va bene o facciamo quattro secoli fa? Il tempo che ci vuole per spostarsi da Bergamo a Milano è lo stesso di quando si viaggiava con carretto trainato dal cavallo, anche se ora usiamo macchine che possono raggiungere i 200 all'ora. Si muore come allora di malattie incurabili, difetti genetici, incidenti. Si lavora molto di più di quanto si facesse allora, si è molto più tristi e ansiosi e preoccupati. Le guerre ci sono ancora, così come i delinquenti o i pazzi che ti uccidono per soldi, per sesso o così, senza un vero motivo, per divertimento.

Se non ci fosse il petrolio useremmo telefoni cellulari a vapore? Ci sposteremmo a centinaia, a migliaia, spesso senza motivi fondati, magari in aereo per passare una settimana diversa dal solito dall'altra parte del mondo? Come sarebbe il presente in una realtà senza petrolio, è un tema affascinante da esplorare, avremmo cieli anneriti dalla fuliggine di carbone? La gente si comporta davvero come se usare il petrolio fosse normale, come se non dovesse mai finire, e la parentesi di alienazione in cui sguazza la cultura (Moderna? Post-moderna? Occidentale? O possiamo chiamarla petrolifera?) perdura e riproduce l'autoinganno dell'infinito, ovvero delle cose andranno sempre meglio, ce ne sarà sempre di più e ce ne sarà per tutti. Peccato che la Terra ha dei limiti, non può produrre un'infinità di roba per soddisfare un'infinità di persone.


(Immagine: 'Steamnocchio' by Fabricio Moraes, CGS Image Master Award winner)

venerdì 18 febbraio 2011

Hive mind.

Sottotitolo: ovvero dei bambini, della morte, del branco, degli Avatar e dei Borg, e dei comunisti che li mangiano, i bambini.

Quando non fornisci ai bambini gli strumenti per sviluppare il senso critico, l'esercizio dell'intelligenza finalizzato alla cernita e alla valutazione di concetti e valori affinché possa venire sviluppata l'individualità consapevole, strutturata sulla base di convinzioni personali meditate e liberamente scelte. Quando viene impedito il verificarsi del processo spontaneo di potenziamento del senso critico e la sua carenza nel tessuto sociale si evidenzia come una forte anomalia, pericolosa e alquanto dannosa. Quando crescendo non si viene incoraggiati a dare contenuto alla propria individualità, magari per colpa di una politica che confonde individualità con individualismo, per un'evoluzione dei costumi manipolatoria e castrante, per motivi che non mi interessa al momento indagare. Quando la popolazione contiene un numero elevato di soggetti privi di individualità o privati del diritto di formarsela o di esprimerla liberamente. Quando avviene tutto ciò senza che il problema venga mai evidenziato e il cancro intellettuale perduri nella completa indifferenza di chi produce e rinnova la cultura, allora ci troviamo di fronte a una o più generazioni malate, a una società gambizzata, resa sterile, dove l'Incapacità di generare futuro si evidenzia soprattutto nel riproporre il bolo di una dialettica già iperanalizzata nel passato che si fa via via sempre più insuperabile, accompagnata dalla presenza delle vecchie generazioni che, esaurito il loro compito, perdurano fisicamente e non favoriscono passaggi di consegne, anzi, si assolvono e scaricano la responsabilità, rivendicano il ruolo salvifico tipico del rapporto genitoriale: se non ci fossi io saresti sotto un ponte.

Non si può fare sdraiare sul lettino una società intera. Possiamo però lanciare un messaggio in bottiglia e questo messaggio è lo stesso di Socrate, il conosci te stesso che come tutti i messaggi della filosofia, e della teologia, si ripropongono inesauribili e inestinguibili per indirizzare - non dico guidare, le parole hanno un senso, non tutti i sinonimi si equivalgono, scegliere la parola giusta è e dovrebbe sempre essere un'impresa ardua – l'esperienza umana nel ciclo della vita, la piccola parentesi di tempo che ci viene data per impossessarci il più rapidamente possibile di tutte le esperienze passate e usarle per strisciare, se ci riusciamo, un centimetro in avanti come individui e come specie. E invece spesso quello che ci preme è la distrazione, il non guardare là in fondo, dove ci aspetta la fine e l'ignoto dopo la fine. Per non pensarci facciamo di tutto, accettando gli inviti dei peccati e delle virtù. Questo siamo: qualcosa che si tiene impegnata per non cedere al nichilsmo di una vita priva di senso dove si nasce solo ed esclusivamente per morire, e nel frattempo si soffre. La cultura della morte indicata dal Papa, non ricordo se questo o il precedente, che si contraddistingue dal fatto che la morte viene sublimata, viene posta sotto vincolo di tabù, viene nascosta. Una cultura che esalta gioventù, bellezza, felicità, ricchezza, e così via, dove la morte è una punizione, una liberazione, qualcosa da cui sottrarsi, da affrontare rapidamente, di cui non vale la pena di preoccuparsi perché servirebbe soltanto a impedire il godimento sano e puro di chi ignora, anche se volontariamente, perché inconsapevolmente lo può fare solo un animale privo di coscienza.

Ma scendiamo di un livello, planiamo sul terreno dei comportamenti materiali, degli atteggiamenti riscontrabili nella vita quotidiana. Riassumo: mancanza di senso critico, quindi mancanza di individualità, quindi mancanza di coraggio nel prendere posizioni contrarie all'opinione dominante, quindi incapacità di sottrarsi al potere egemonico di una generazione che per evitare conflitto coi figli, per essere padri e madri amici dei figli, continua a esercitare un potere consunto, inefficace, controproducente. Ma ho detto che scendevo di livello. Parliamo allora di noi, parliamo di quando qualcuno ti dice X è forte/bravo/bello/intelligente/quelchetipare e tu X non sai chi è, cosa fai? Chiedi informazioni su X, vai a prendere la roba di X e la studi, accendi il tuo motore critico personale e, in base a quello che sei, decidi in modo autonomo su X? Oppure il tuo sostegno a X dipenderà da altri fattori, come il fatto che appaia in tv, che sia in cima alle classifiche, che il tuo eventuale appoggio non sarà criticato dai tuoi amici, dal tuo gruppo/branco di riferimento? Cambia qualcosa per te se a fornirti un'opinione su X sia un tizio qualsiasi o qualcuno che già stimi/ammiri/invidi? Oppure dipende solo dalla qualità delle informazioni su X che ricevi? Se siamo abbastanza onesti da ammetterlo, dobbiamo confessare di essere in balia degli opinion makers, dei cosiddetti testimonial che legano la loro notorietà a un prodotto e si prestano a promuoverlo e a recitare nella campagne promozionali. Non è solo una manifestazione culturale la mancanza di senso critico, è legata a fattori psicologici squisitamente umani ma anche a fattori meccanici, a logiche di produzione e consumo, alle regole di convivenza economiche che emergono e derivano dalle necessità e dai vincoli naturali.

Ma ho detto atterriamo sul sensibile. Possiamo parlare di Avatar, per fare il nome dell'ultimo film col record di incassi. Tu che sei andato a vederlo, perché ci sei andato? Perché ti interessava analizzare quanto la sceneggiatura, pur ricalcando modelli abusati in tre atti, ne uscisse arricchita da sottotrame indubbiamente riconducibili a tematiche politiche, a riflessioni ecologiche, addirittura spunti ontologici da metempsicosi tecnologica. Oppure ti han detto che con gli occhialini ti sembra che le cose ti vengano addosso? O perché è costato moltissimo e il regista è quello di Titanic? Il senso delle mie domande si riassume in: quanto hai sviluppato nella tua vita il tuo senso critico, quanto sei uscito vittorioso nella guerra per fare di te stesso, agli occhi di te stesso, una persona originale, unica, particolare? Per dirla in modo brutale, perché discutere con te dovrebbe darmi qualcosa di diverso che non mi possa dare una litigata con un bambino che ha necessariamente ancora una vaga e indefinita strutturazione del sé? Se questo vale per l'acquisto di un prodotto di intrattenimento, figuriamoci quando ci spostiamo verso cose serie: letteratura, politica, storia dell'arte, tutte quelle materie in cui non è sufficiente sfoggiare doti di raziocinio meccanico, come le materie scientifiche, ma occorre aver maturato il senso critico, o peggio ancora l'averlo potuto maturare. A cosa serve la libertà di espressione se non c'è nessuno in grado di sfruttarla per manifestare il senso critico di un'individualità responsabile?

La scienza va avanti, va bene, ma non esiste solo quella. La scienza già nel passato ci ha portato a voler aiutare l'evoluzione uccidendo tutti quelli non in grado di favorire l'adattamento progressivo della specie. La scienza ha prodotto il comunismo e il nazismo, voglio essere chiaro su questo. Non è stata un'aberrazione irrazionale motivata dalla fede o dai sentimenti inesprimibili, non è stata l'apparizione di una mente sociale, la cosiddetta hive mind da regina dei Borg, che non ha tenuto abbastanza d'acconto i consigli della scienza a produrre i mostri del pozzo di Nietzche. Per questo l'unico consiglio che vorrei dare, se il mio consiglio avesse un qualche valore per qualcuno, è quello di sviluppare la propria individualità, il che non significa essere chiusi alla socialità. Individualità non è individualismo e socialità non è socialismo. Non barattate il peso di una vita consapevole per la leggerezza di una vita delegata. Lottate perché il sistema scolastico, la famiglia, la società in generale preveda il diritto e la libertà di pensare in modo autonomo e indipendente, senza nessuno che ti guarda male, ti punisce, o non ti aiuta come farebbe se tu non ti ostinassi a essere il te stesso che sei, senza nessuno che ti dice che sei scemo perché sei uno dei pochi che non pensa che X sia da applaudire e Y da fischiare.

La logica del branco è tale per cui ci deve sempre essere qualcuno fuori da branco, un debole da attaccare e distruggere, anche per semplice divertimento, ma quando non ci sono più elementi fuori dal branco questa logica, per sopravvivere, deve creare nemici all'interno delle proprie fila. È quello che abbiamo già visto succedere fin troppe volte negli stati totalitari, nelle dittature, nei regimi, ma anche nelle democrazie malate, non si deve credere di essere al riparo da tutto solo perché una volta ogni tanto ci fanno mettere una crocetta sulla scheda elettorale. Si sono visti governi portare l'economia al collasso, provocare carestie così gravi da far documentare cannibalismo diffuso, senza che si prendesse coscienza che nella popolazione era stato inibito o amputato il senso critico. A proposito, basta fare battute del cazzo sui comunisti che mangiano bambini, anche questo è un esempio di come si sente nel nostro paese la mancanza di un senso critico onesto, solo in un paese di marionette con la testa vuota si può scherzare su certe cose. È vero, i comunisti li hanno mangiati i bambini, non c'è niente da ridere, sono tragedie orribili che rimangono tali anche se non fossero successe sotto governi comunisti, però, è un fatto, è sotto governi comunisti che si sono verificati crisi economiche così gravi, sempre colpevolmente nascoste e minimizzate. È successo nella Russia di Stalin, nella Cambogia degli kmer rossi, nella Cina di Mao, nella Corea del Nord addirittura bambini rapiti, uccisi, e venduti al mercato come 'carne speciale'. È tutta roba documentata, leggete per esempio 'Cigni selvatici. Tre figlie della Cina.” di Chang Jung. Il rischio di vivere in una società massificata, deresponsabilizzata, alienata, è quello diventare misogini, misantropi, asociali, di sentirsi soli contro il mondo. È più facile seguire il gregge, e se impari a non farlo rischi di ritrovarti solo, in una selva oscura, che la dritta via eccetera.

giovedì 10 febbraio 2011

Erediteranno la terra.

Forse è solo una mia impressione, ma sono convinto che si sia perduta l'arte dell'intavolare una discussione. Mi riferisco a una discussione serena, articolata, nella quale gli artefizi retorici siano apprezzabili per la verve tipica degli eventi sporadici, senza che gli stratagemmi offerti dalla logica diventino l'ossatura che supplisce un'evidente mancanza di contenuti. Mi sembra di ricordare che una volta, nei tempi favolosi che accomunano gli anziani di ogni epoca, gli avversari politici mettessero sul banco ognuno la propria lista di argomentazioni, per poi discuterle riconoscendo apertamente torti e ragioni. Non esisteva la ragione a prescindere né la ragione assoluta. Non si partiva dell'ipotesi che uno dei due avesse ragione e l'altro avesse torto. Potevano benissimo avere ragione entrambi, torto entrambi, ecco perché alla fine si andava a chiedere il voto alla gente: non c'era una soluzione già individuata migliore dell'altra. Vanno bene entrambe le ipotesi, decidete voi quale preferite.

Adesso no. Adesso ti dicono io ho ragione e se dai il voto a lui finiremo nei guai, anzi, ci siamo già ed è tutta colpa sua, del mio avversario politico. Non si entra più nel merito delle questioni, spiegare ti impedisce di essere capito da tutti perché capire le cose è difficile, viene esclusa tutta quella fetta di elettori che non hanno gli strumenti intellettivi o culturali per comprendere a fondo le problematiche. Allora dici ti devi fidare di me, io sono il buono e lui è il cattivo, io ti faccio diventare ricco, lui povero, io ti rendo più libero, lui schiavo. Non interessa nemmeno più trovare un argomento di discussione, di qualunque cosa si parli il risultato è il medesimo: l'avversario viene squalificato in partenza. Lui è ladro, lui fa promesse che non mantiene, lui demolisce il paese, lui mente, lui non si rende nemmeno conto dei danni che provocherà al paese se vincerà le elezioni.

Se ti rifiuti di accettare la logica della sopraffazione morale, dell'espulsione preventiva, e ti metti a insistere per entrare nel dettaglio, passi per quello che vuole intorbidire le acque, che vuole creare confusione, che te la racconta come un piazzista che cerca di truffarti. Se prima ancora di cominciare metti come regola che tutto quello che dirà il tuo avversario saranno menzogne e furberie, parole difficili per ingannarti, ecco che esce delegittimato non solo l'avversario, ma l'intero processo democratico su cui si deve reggere il confronto politico. Mi ricordo, sempre ai bei tempi di cui sopra, quelli che i vecchi non sanno dire d averli o meno sognati, che perfino il più estremista veniva rispettato, sentivo dire cose spaventose senza che il portatore sano di follia ideologica venisse non dico insultato, azzittito, ma nemmeno pacatamente deriso dall'interlocutore. C'era rispetto in abbondanza, e a chi allora sembrava troppo adesso ne rimpiange l'eccesso.

Chi si ostina a rinchiudere una discussione entro i confini di uno scambio di opinioni razionale e civile non viene percepito come un cavaliere del buon senso ma come un pugile messo all'angolo, costretto a difendersi perché non ha più la forza di attaccare. Il teorema è che se non ti imponi, se non sostieni gridando le tue ragioni, allora sei un pavido, un perdente, hai paura di qualcosa, dubiti delle tue ragioni. Per questo quando te lo chiedono tu devi affermare con la massima convinzione che vincerai le elezioni, che solo uno stupido non sarebbe d'accordo con te, che è evidente il torto dell'avversario, anzi, del nemico. La strategia vincente non consiste nella ricerca di soluzioni, nella capacità di presentare proposte efficaci ed efficienti, no, a quanto pare l'elettorato è troppo stupido, non premia più l'intelligenza, non è più in grado di ascoltare i sussurri della mente con le orecchie piene del grido del cuore.

Si vota la squadra del cuore, si fa il tifo per i politici che giocano per la nostra squadra del cuore. Anche se non dicono cose intelligenti, l'importante è che sappiano far chiudere la bocca all'avversario, anzi, al nemico, lo riducano al silenzio a forza di insulti o, e qui si rivelano i politici più bravi, dicendo che il popolo è intelligente e capisce per chi deve votare, è così intelligente da fidarsi di noi alla cieca, tutto pur di non far andare al potere quello là, l'avversario, anzi, il nemico. È un cortocircuito, un paradosso da cui non riusciamo a venire fuori. I politici sono degli stupidi buffoni perché un popolo di stupidi buffoni manda al potere i propri simili? Oppure la classe politica, o dirigente se vogliamo ampliare la critica, non rappresenta più la base elettorale? Si è rotto oppure no il legame di effettiva rappresentanza fra eletto ed elettorato? Il problema è solo nel meccanismo di selezione, e quale, quello legittimato dal basso o quello imposto dall'alto, nessuno dei due prettamente meritocratico? Anche pensare che nessuno ce l'abbia con te è una forma di paranoia.


mercoledì 2 febbraio 2011

Io civile, tu selvaggio.

In questi giorni non si può parlare di niente che non tenga l'Egitto come sfondo, ovvero come mai in Egitto sì e qui no, perché è questo che molta gente su internet si chiede di nascosto, mentre produce a raffica pergamene intrise di indignazione e frementi di speranze rivoluzionarie. Libia, Tunisia, Egitto, come quando si mostrava Parigi e Londra prima di Roma per dare l'impressione che in sala proiezione la Storia avesse inserito i rulli di 1789, un remake in 3D, da gustare con gli occhialini ideologici. La domanda in sovrimpressione che con gli occhialini non si vede riguarda il consenso popolare, il fatto che per quanto i media si scandalizzino e la magistratura scarichi bordate, gli elettori non reagiscono.

È questo che manda ai pazzi gli opinionisti che di giorno entrano nella fanciulla di ferro del self control democratico, indossano la museruola dell'aplomb pluralista. Gli stessi che poi non ce la fanno più a trattenersi e buttano benzina sul fuoco dell'indignazione popolare, esaltano le manifestazioni, pregustano i festeggiamenti che seguiranno la caduta del Faraone italico. La frustrazione è così grande che vorrebbero buttare giù col nemico anche tutti coloro che lo votano, sono milioni, che l'hanno votato, che continuano a sostenerlo malgrado sia scesa in campo la cavalleria, sia arrivata la copertura aerea, il campo di battaglia è tutto fuoco e fiamme, eppure non ci sono caduti, non si vede un soldato non dico morto, ma nemmeno ferito.

Sembra un gioco per computer scritto da un programmatore che ti vuole prendere in giro: finalmente arrivi al boss finale, lo attacchi con tutto quello che hai e quello non solo rimane lì ma quando arrivano le elezioni ti esce di nuovo l'odiosa scritta 'game over', 'insert coin to continue'. È dal 1994 che l'attuale opposizione insert coin per continuare a giocare un gioco che si è dimostrato ampiamente impossibile da vincere. Eppure insiste, vuole buttare giù il boss finale e passare al livello successivo, come se esistesse davvero un livello successivo già pronto in cui opporsi a un nuovo governo, guidato da un boss differente. Perché è questo che succederà, gli elettori non voteranno per chi ha ucciso il boss, nella loro visione del gioco il boss non va ucciso, va battuto alle elezioni.

Il vice presidente del principale partito dell'attuale opposizione, l'altra sera, non potendo rimangiarsela in toto, si è rimangiato in parte la posizione del partito? solo sua? sulla patrimoniale, dal dire che la vuole è passato a dire che adesso non è il momento tirando in ballo l'evasione fiscale. E ha anche smesso di difendere l'ICI. La cosa positiva l'ha detta il presidente: noi scriviamo il programma e chi non lo sottoscrive non diventa nostro alleato. È già meglio che dire siamo disposti a compromessi di tutti i tipi pur di mettere le chiappe sulla poltrona del governo. La questione della fedeltà degli alleati, quelli disposti a un ruolo di mero supporto esterno privo di identità, dopo il voto rimane comunque un fattore di rischio.

Ma questa è banale tattica elettorale, che non va a toccare la vera natura della politica, quella dei cosiddetti poteri forti, le pressioni corporative, gli interessi di parte, gli intrecci fra economia e politica, fra istituzioni e politica, fra lobbies e politica. Ragazzi sveglia, la politica è questa, non quella che vedete in tv. La politica è lo scontro tra chi riceve danno e chi viene favorito da una legge, che sia riforma scuola, riforma giustizia, riforma fiscale. La politica è lotta fra chi vuole mantenere lo status quo, i conservatori, e chi vuole cambiare la situazione, i progressisti. Chi rimane incastrato nelle caselle ideologiche storiche di destra e sinistra si goda la proiezione in 3d che intanto altrove si fanno cose vere e concrete.

In tutto questo inserite i rapporti internazionali, politici ma anche economici, noi importiamo risorse, noi non possiamo alzare la voce con chi ci vende gas e petrolio e ci permette di pagarlo andando a casa sua a costruire strade e ponti, o appoggiandolo in questioni diplomatiche. Poi se preferite tenere su gli occhialini e guardare il film che vi propongono per strapparvi il voto fate pure, l'unico mio timore è che vi carichino di rabbia al punto da far scoppiare casini dove ci si fa male. Non avete mai pensato che quando cade il Faraone magari va al potere Hitler, Stalin, Pol pot? Beh, pensateci, perché è possibile, è già successo, potrebbe succedere ancora. Vi ricordo che Hitler è stato eletto, non ha nemmeno avuto nemmeno bisogno di andare al potere con la forza.

L'impressione dunque è che siamo di fronte a un grande fallimento di strategia politica. Nel senso che l'abbattimento del capo del governo fine a se stesso è ridicolo quando non sposta un voto. L'evidenza è che l'elettorato non sta votando il capo del governo ma sta votando un programma di partito, sta votando la parte politica che propone le riforme. Riforme è dunque la parola chiave. Ora, possiamo anche stare qui dei mesi a litigare sul fatto che ci sia o meno un reato, che ci sia o meno persecuzione giudiziaria, che ci sia o meno conflitto di interessi. La verità è che ci vogliono far guardare un film per evitare di coinvolgerci nella guerra sotterranea sulle riforme, sul ristrutturare il bilancio o mettere pezze come la tassa patrimoniale che abbatte il debito al fine di continuare a mantenere alti livelli di spesa pubblica. E sono i parametri europei a fissare dei paletti, per fortuna, a obbligarci al rigore nei conti pubblici.

Perciò se vi piace continuare a credere che la questione sia incentrata sulla vita del capo del governo, sulla persona del capo del governo, e che tolto di mezzo lui tutto andrà meglio... beh, contenti voi. Quello che mi chiedo io, che guardo un altro film, quello sulle riforme e sulla crisi economica e sull'immigrazione e sulla concorrenza sia sui prodotti che sul lavoro dei paesi emergenti, un film dove non ci sono donne nude, purtroppo, un film noioso ma qualcuno lo deve pur guardare. Quello che mi chiedo, dicevo, è cosa scriveranno i libri di storia, se gli uomini del futuro studieranno le inchieste sul capo del governo definendola Storia. E mi chiedo anche: se davvero non è colpevole, come la vive? È orribile per me immaginare di essere accusato di qualcosa perché l'accusa nei miei confronti diventi funzionale a certi progetti politici. È una faccenda sporca, molto sporca. Ma non perché c'è una storia di gente che fa sesso per soldi o, perlomeno, non solo per quello.