mercoledì 17 novembre 2010

Hic sunt leones

Una delle molte caratteristiche peculiari dell'intelligenza umana che interferiscono con i processi mentali razionali è la tendenza a escludere variabili che rendono troppo articolata la computazione, troppo aleatorio il risultato, troppo complessa la formulazione di un criterio di scelta condivisibile. In termini più semplici il nostro cervello è uno strumento che usiamo per produrre dati a sostegno di quello che fin dal principio vogliamo dimostrare, al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Prima decidiamo cosa vogliamo, poi mettiamo assieme tutto quello che serve per ottenerlo e per convincere gli altri che è giusto così. Il problema è che un sacco di gente pensa il contrario, è convinta che il cervello, spinto da energie cosmiche di raziocinio assoluto, capisca prima cosa è giusto e solo per caso da queste rivelazioni illuminanti ne derivano benefici per qualcuno che, guarda caso, è il proprietario del cervello che ha avuto la pensata.

Gli obiettivi sono sempre personali ed egoistici, l'altruismo è un accordo, un contratto, una concessione che non è mai gratuita e disinteressata. Il welfare serve a chi ne gode per ovvi motivi ma serve anche a chi lo garantisce per motivi meno ovvi, che non hanno niente a che fare con l'altruismo. Se un politico parla di altruismo come obbligo morale o principio o diritto allora è scemo o pazzo, ha sbagliato mestiere, doveva fare il religioso. Non serve un quoziente intellettivo mostruoso per capire che conviene al ricco che non ci siano poveri così poveri da non aver niente da perdere nel compiere reati spinti dal bisogno. Al sano conviene che non ci siano persone malate che se ne vanno in giro a spargere virus e batteri. All'istruito – istruito non vuol dire intelligente, ci sono stupidi molto istruiti e intelligenti analfabeti - conviene che il maggior numero di persone abbia, come l'ha avuta lui, la possibilità di far propri gli strumenti intellettuali che aiutano a capire meglio la realtà. Non si tratta di essere altruisti, si tratta di puro egoismo trasferito sul livello sociale. Non si tratta di destra o sinistra, l'obiettivo è comune, cambiano i modi proposti per la realizzazione.

Altra caratteristica è per esempio l'orizzonte di tempo limitato. Non ci preoccupiamo del futuro fino a quando non siamo obbligati a farlo. Sappiamo che finirà il petrolio ma ce la prendiamo comoda, abbiamo ancora 20 o 50 anni davanti, magari anche 100, che fretta c'è? Fa niente se nel frattempo inquiniamo e modifichiamo il clima. Anche di spazio abbiamo dei limiti, non ci interessano cose che succedono a persone che non conosciamo, o che abitano in posti lontani. Così non ragioniamo in termini planetari. Preferiamo mobilitare le merci piuttosto che omologare i prezzi. Siamo pieni di localismi culturali, politici, economici. L'Italia è uno di questi: nel decennio 2000-2010 è cresciuta del 2.4%. La Francia 12.5%, Usa 17.7%, Spagna 22.4%. Su 180 Paesi nel mondo, l'Italia si classifica al 179 posto, peggio di noi c'è solo Haiti. Eppure se apri i giornali o accendi la tv che cosa ti propongono? Parlano di tutto tranne che di quello che conta davvero. Parlano di loro stessi, delle ipotetiche differenze fra di loro. Parlano di valori e di scandali e di piccoli eventi di scarsa importanza. Non vedono al di là del breve periodo, non vedono al di là dello steccato del loro giardino. Però inneggiano all'altruismo, come se facessero i politici non perché ci tengono a soldi e carriera e potere ma per farci un favore, sacrificandosi al posto nostro per il bene superiore.

Riassumendo: non ci piace riconoscere le nostre fondamenta egoistiche, non ci piace occuparci oggi di problemi che emergeranno domani, non ci piace riflettere su questioni lontane da casa. Meno male che ci reputiamo la specie più intelligente del pianeta, pensa quanto devono essere state stupide le specie che si sono estinte. Per favore datemi un egoista che fa il politico per professione, mi dica cosa si può fare e cosa no, come si può fare quel che si può fare, mi dica come intende prepararci al futuro, come intende reagire a quello che succede non solo dentro ma fuori dai confini nazionali. Questa è gente che deve uscire da una scuola, è gente che deve essere professionale, non puoi prendere uno che ti fa le belle prediche e metterlo al governo perché è riuscito a convincere la gente a dargli il voto. Democrazia va bene, ma per far scegliere al popolo fra alternative valide, non per mandare al potere un deficiente che illude l'elettorato di poter compiere miracoli.


lunedì 15 novembre 2010

Niente panico.

Sono stato a letto con la febbre e ho smesso di fumare da una decina di giorni. Mi tremano le mani e ho l'impressione di non essere più in grado di pensare. Per calmarmi ho pensato di fare una lista di belle notizie ma me ne vengono in mente solo di cattive, per cui non leggete questo post, sono solo un mucchio di chiacchiere buttate giù per non pensare al tabacco.

1 - Allarme tbc resistente a tutti gli antibiotici, allarme batteri resistenti a tutti gli antibiotici. La tbc è tornata e uccide, non ci sono cure. Trovare nuovi antibiotici costa troppo rispetto a quello che rende, conviene di più investire nella ricerca di medicinali che si usano tutti i giorni e non perdono rapidamente di efficacia. Gli antibiotici non sono redditizi quanto altri tipi di farmaci, non val la pena farci sopra investimenti. Alcuni batteri resistenti agli antibiotici originari dell'india si stanno diffondendo in Inghilterra per via del turismo chirurgico: la gente va in india a farsi fare operazioni di chirurgia estetica perché là costano meno che in patria. Si sta diffondendo di nuovo la sifilide. Sono tornati i pidocchi e le piattole. Quest'anno arriva l'attesa pandemia che deve falcidiare mezza popolazione mondiale o la sfanghiamo anche stavolta? Pensa se la spagnola avesse avuto a disposizione per diffondersi i tanti aerei, navi, treni e le dense metropoli moderne. Abbiamo creato un ambiente ideale per i bacilli.

2 – La situazione dei pigs europei è immutata, critica era e critica è. Per mantenere il welfare serve produrre ricchezza, altrimenti si muore soffocati dai debiti. La ricchezza oggi viene prodotta in india, cina, corea... Gli usa sono in pungo ai cinesi che comprano i titoli del tesoro americani e si rifiutano di agire sul cambio, sul costo e sui diritti del lavoro. L'europa è ancora vincolata all'idea che gli immigrati ci servono perché si accontentano di poco per fare lavori duri e sporchi per i quali noi chiederemmo garanzie, tutele e stipendi altissimi, all'idea che i cinesi ci servono perché non solo ci costa meno produrre là ma in teoria sono miliardi e potrebbero comprare i nostri prodotti. Nel frattempo l'occidente nel mirino dei terroristi diventa sempre più povero. Oggi il Papa consiglia di tornare a occuparsi con impegno dell'agricoltura, mi sa che non ha tutti i torti, male che vada con qualche patata e due galline si tira avanti, con la cartuccia del toner e la cravatta di seta no. Mi ha fatto venire paura di andare al supermercato e trovare gli scaffali vuoti. Qualcuno mi dice per favore in che prodotti siamo autonomi e quali invece dobbiamo importare? Latte ne produciamo tanto eppure ne importiamo perché quello importato costa meno e così quello nostrano lo buttiamo via. Non me lo sto inventando, è vero.

3 – Alcuni fattori di crisi sono legati a mutamenti nel mercato indotti dalla tecnologia. Settori legati all'informazione e all'intrattenimento vedono orizzonti neri. È divertente osservare la guerra che si sta combattendo a colpi di marketing. Dal 3D – davvero spingeranno tanto il 3D da riuscire a obbligarci tutti a usarlo? - come ridicola chiave di criptazione hardware alla distribuzione vincolata a un singolo operatore autorizzato alla rivendita come apple – davvero riusciranno a obbligarci tutti a passare da apple?-. Dal impedire il più possibile l'accesso a una rete libera e veloce a leggi che ti tagliano i fili del telefono se tu, tuo figlio di 8 anni, l'amico che hai ospitato nel week end, uno di passaggio che è entrato nella tua rete wifi casalinga, qualcuno insomma sbaglia a cliccare o scarica apposta una canzoncina insulsa, un libro, un film, qualcosa che non puoi avere gratis. Come la legge che non potevi fotocopiare più del 10% di un libro, ti ricordi?, dovevi spendere 50 euro per un libro che ti serviva per un esame all'università quando con 5 euro lo fotocopiavi tutto. La legge uscì, ma i negozi di fotocopie erano pieni di studenti lo stesso.

4 – Se smettiamo di comprare petrolio di cosa camperanno i paesi che non hanno altro che sabbia? Fate due conti e scoprite cosa vi costa lavorare. Esatto, quanto spendete per fare il lavoro che fate. Rate della macchina, abbonamenti del treno, carburante, vestiti. Oggetti, ristoranti, viaggi, regali, telefono. Poi il tempo, se siete fortunati lavorate 8 ore per solo 5 giorni la settimana, senza turni, straordinari, festivi. Se è così siete dei privilegiati. Che poi con un precotto nel microonde da mangiare sul divano potete scandalizzarvi a fondo, con massima convinzione, di come ci sia tanta gente al mondo che sta male e fa una vita allucinante. Siamo in un sistema sociale, culturale, mediatico, che ci tiene legati nella poltrona di un teatro e ci mostra a forza quella che dobbiamo considerare la realtà, come nel campo di rieducazione in arancia meccanica. Non siamo più liberi di pensare, di avere opinioni controcorrente, non siamo più nemmeno capaci di pensare senza qualcuno che ci dia suggerimenti, abbiamo paura di pensare, pensare in modo indipendente è diventato pericoloso. O forse è solo l'effetto di astinenza da nicotina, ho smesso di fumare e mi sento parecchio sul nervoso andante.

lunedì 8 novembre 2010

L'impero dei furbi.

Una delle cose che mi piace pensare quando sono all'estero è che intorno a me nessuno, qualora sollecitato a riguardo, esprimerebbe sostegno all'intelligenza del furbo. Non posso dire che lo stesso accadrebbe in Italia. Si ha la forte impressione che qui si creda nell'esistenza di una vera e propria forma di intelligenza specifica per la furbizia. Un talento naturale, un vantaggio genetico, una predisposizione morale vincente. Ogni giudizio sulla persona in Italia deve passare non dal quoziente intellettivo, non dall'esperienza, dalle competenze, dalle qualità caratteriali, no, niente di tutto questo, le forche caudine sono il grado di fottitudine reale e percepito, attivo e passivo.

Al di là dello specchio non conta più niente la realtà, l'Italia è il paese delle meraviglie dove tutto è possibile a chi impara l'arte jedi del gestire le correnti di forza della fottitudine. Devi fottere senza che ti fottano, c'è solo questa regola del gioco in Italia, tutto il resto è lecito. Puoi mentire, rubare, imbrogliare, tradire, l'importante è che entri in un gruppo di amici in grado di proteggerti da eventuali conseguenze sgradite, le ambizioni stupide di chi ha l'assurda pretesa che tutti seguano le regole, persone che non sanno che la regola è una sola. Tutte le altre regole servono solo a tenere occupati gli avvocati in cause che durano decenni e finiscono con una pernacchia.

Quando sono all'estero mi piace pensare che sono in un posto dove la fottitudine è bandita, perseguita, inibita fin dall'infanzia. Non viene esaltata e celebrata come succede in Italia, quando di un ex-furbo si dice finalmente si è trovato davanti qualcuno con più fottitudine di lui. Perché ci si riduce a fare il tifo per i leoni al colosseo, 2mila anni passati per niente, la sete di sangue è rimasta intatta in questa penisola. Guardati intorno, guarda le facce della gente, han tutti in faccia quell'aria da furbetto pieno di fottitudine, da scugnizzo che ha memorizzato le scorciatoie, da rais che non si attacca un francobollo in questo quartiere senza prima chiedermi il permesso. Sembra che abbiano tutti in tasca un lasciapassare con l'autorizzazione a fare quel cacchio che gli pare.

Perché a me la furbizia stanca, è un lavoro fare i furbi che non richiede intelligenza, solo costanza e grande energia, una quantità industriale di fottitudine che è come la droga per i tossici. Se il furbo non ha modo di sfogare la fottitudine quello mi si ammala, si sente un fallito senza qualche regola da eludere, qualche vittima da sfottere, qualche soldo da intascare solo per evitare che lo incassi chi dovrebbe, qualche traguardo da strappare al meritevole per darlo al figlio del cognato di mia cugina che è un bravo figliolo mi sta simpatico ha un sacco di fottitudine ancora tutta da esprimere ma è in gamba col tempo si farà.

Poi ci sono esempi eclatanti di fottitudine che mi lasciano stordito, sono capolavori di presa per il culo. Prendi per esempio l'ambiente, l'ecologia. Cosa mi dici di quelli che da una parte esaltano la classe operaia e dall'altra sembra abbiano scoperto ieri che esiste la natura, come se la faccenda dell'industrializzazione fosse avvenuta di soppiatto, per mano di quei cattivoni che andavano a prendere i lavoratori e li portavano via con la forza dalla bellissima vita di campagna. Ci sono delle opere scritte dagli storici, dagli intellettuali, da persone insospettabili, di cui mai diresti che sono dei maestri jedi di fottitudine eppure ti raccontano mondi che esistono solo nelle loro teste.

Non dico che la fottitudine sia una scelta volontaria. Spesso ho il forte dubbio che sia una risposta automatica, una specie di impulso predatorio che spinge gli stupidi e i malvagi, spesso le due qualità coincidono, a far branco per eliminare la concorrenza degli intelligenti, onesti e ragionevoli, in termini di furbizia 'i fessi'. Perché il furbo si crede davvero superiore, è davvero convinto che gli intelligenti facciano tutte quelle cose da prendere bei voti a scuola perché sono programmati così, povere bestie, sono sfigati che strisciano nel fango alla ricerca di qualcosa da leggere, che agli onesti manchi qualche rotella perché è troppo da masochisti non barare quando lo scopo è vincere.

Un altro esempio eclatante è l'intero sistema economico. Ti dicono è diventato famoso perché piace alle masse. Nel senso che i suoi meriti sono impliciti, non dobbiamo nemmeno accertarci che ne abbia, di meriti, quello che conta è che è lì, ha venduto molto, ne parlano tutti, l'hanno votato. Ma alle masse cosa piace? Le masse sanno cosa piace alle masse? La fottitudine del pubblicitario sa cosa piace e cosa piacerà alle masse perché sarà lui a spintonare le masse come una mandria di vacche, come cuccioli di cane che lottano fra di loro per ricevere un complimento dal personaggio naz-pop-tv del momento. Davvero pensi che siano tutti come dei Gandhi del mercato che partono da soli e man mano le folle gli si accodano come a Forrest Gump?

Un ultimo esempio, ma potrei farne altri, è il sistema dei valori. Non abbiamo più nessuna certezza ma solo pareri, regole scritte da gente che non c'è più e vengono seguite senza sapere perché. Anche qui ci dicono cosa dobbiamo pensare delle famiglie gay, dei cani abbandonati, delle tasse patrimoniali, dell'effetto serra, della mancanza di acqua potabile in certe zone del mondo, dello sfruttamento minerario. È fottitudine al massimo grado, la politica. Devi essere o molto stupido o così furbo da così tanto tempo da non farti più schifo nemmeno rimangiare il tuo stesso vomito. Tu tu svegli, ti lavi, corri al lavoro, curi i figli, compri tutti quello che i pubblicitari ti dicono, ti dichiari d'accordo con tutto quello che i politici ti dicono, e nel tuo intimo quello furbo, l'unico furbo davvero, quello dal lato oscuro della fottitudine credi di essere tu.

Alla fine non si salva nessuno, ecco la verità. Ci saranno solo un sacco di persone che si lamentano di essere state fottute più di quanto siano riuscite a fottere. Non è così che si vive nel mondo vero, il mondo in cui mi fa piacere pensare di essere quando mi trovo all'estero. Un mondo di persone per bene, che è anche il sogno del furbo quando attraversa un raro momento di incertezza, sogna un bel villaggio di testimoni di geova che non sono ancora stati insozzati dalla fottitudine dei furbi. Questo è il vero cancro della società italiana: la convinzione dei furbi che non esista intelligenza in grado di smerdarli per quello che sono: patetici, egoisti, presuntuosi e ipocriti approfittatori.

lunedì 25 ottobre 2010

Messaggio subliminale

(Disclaimer: bozza, pensieri in libertà, materiale grezzo)

Un argomento che suscitano interesse negli ultimi tempi è il passaggio in forma digitale dei libri. Dopo la musica e i film, i libri sono una forma di intrattenimento ancora legata a una fruizione analogica. Un libro non è sufficiente ascoltarlo o guardarlo, richiede comprensione del testo vincolata a tempi difruizione soggettivi, richiede un alto grado di attenzione e concentrazione, cosa che rende difficile assorbire il contenuto di un audiolibro mentre si guida, per quanto uno sia portato al multitasking. Mentre leggi non puoi fare nient'altro, a parte respirare e altre funzioni biologiche primarie. Nonostante ciò esistono ancora molte persone non solo disposte ma anche desiderose di estraniarsi dalla realtà mediante l'antica pratica della lettura di un libro.

Il mercato di prodotti che sono espressione di talento artistico, appunto musica lettere cinema, un tempo si reggeva sui mecenati. Gli artisti venivano pagati da esponenti di classe sociali ricche. A un certo punto si l'arte, come è successo a moltissimi altri prodotti grazie alla rivoluzione industriale, si è massificata. Shakespeare scriveva per teatri popolari, Mozart musicava per gente comune, ma bisogna arrivare ai giorni nostri per sdoganare l'arte come merce da supermercato. Da questo momento in poi l'autore lavora per accontentare il maggior numero possibile di potenziali acquirenti. Siamo passati dal soddisfare i gusti dei dei nobili e degli ecclesiastici, poi i mercanti dell'alta borghesia, quindi è toccato ai partiti politici e le case editrici che esprimono nella loro linea editoriale le esigenze propagandistiche del partito di riferimento. Adesso tocca ai consumatori finali.

Il sistema di distribuzione tradizionale è l'ultimo filtro tra autore e consumatore in grado di selezionare l'offerta ponendosi come intermediario obbligato. Il suo ruolo è molto delicato perché le esigenze e le aspirazioni sono molteplici: è chiamato a scegliere prodotti di alta qualità, deve promuovere opere che vadano a braccetto con la frangia politica di referenza, deve far quadrare il bilancio. È proprio quest'ultimo il fattore più stringente. I soldi arrivano come sostegno pubblico dalla politica, come effetto dell'alleanza col potere ancora poco percepito dall'intellighenzia che è quello dei gran visir del marketing mediatico, oppure arrivano dal volume sic et sempliciter di vendita, il che spesso non ha niente a che vedere con la qualità del prodotto o i contenuti ideologici.

Le tecniche di marketing attuali consentono metodi push così efficaci da creare nuovi bisogni, nuove tendenze, nuovi mercati. In pratica creano nuove società e nuove culture senza che gli intellettuali evidenzino il pericolo che rappresenta un potere così forte e così subdolo, o se lo fanno io ancora non vedo gli effetti della loro battaglia culturale. In realtà così grande è il potere del marketing che chi si oppone e apre una polemica perde qualsiasi visibilità e praticamente svanisce. Chi tiene in mano le redini del potere oggi, chi è in grado di spostare denaro e fornire lavoro, è il marketing, i suoi carrarmati sono i mezzi di comunicazione, il suo esercito sono tutti quelli che per un motivo o per l'altro, devono il loro tenore di vita al marketing, hanno qualcosa da vendere, lavorano nella pubblicità o nei media, i suoi schiavi tutti coloro che vorrebbero emergere e avere successo.

Ecco in che territorio ostile è sbocciata la rete. Internet elimina l'intermediazione. Sul web la pubblicità non funziona così bene perché non puoi imporre mode dall'alto, unica voce nel silenzio, sul web tutti possono parlare e rompere gli incantesimi della persuasione mediatica a senso unico. Riporto un commento che ho scritto ieri a un post che parlava degli ebook.

La selezione effettuata dall'intermediario tradizionale, quale una casa editrice esperta e rinomata, permette al consumatore di evitare la fatica, lo spreco di tempo, l'impegno di spigolare nella miriade di possibilità che apre la rete. La funzione selettiva degli intermediari è il solo connotato a sostegno dell'offerta tradizionale. Non è escluso comunque che si possano trovare altri metodi di selezione, aperti e neutrali, come accade già su anobii per esempio, dove si possono leggere recensioni volontarie e gratuite di lettori che non hanno alcun secondo fine nel promuovere o stroncare un libro. Devo dire, dal canto mio, che ultimamente mi trovo a fare affidamento più sull'opinione di un lettore la cui recensione in passato mi è stata utile che quella di un 'professionista' pagato da un giornale.

Un altro aspetto positivo è nelle motivazioni dell'offerta. Fare musica e/o scrivere per diventare ricco e famoso con i diritti d'autore e con i proventi collaterali del successo e della fama nello show business probabilmente in futuro non sarà più possibile. A motivare gli autori sarà in primo luogo non sogni costruiti attorno allo star system ma la passione autentica per l'espressione di una forma d'arte. Ho scoperto grazie alla Rete un sacco di scrittori e musicisti che trovo geniali e non mi vedo offerti, né ora né probabilmente mai, mediante i canali tradizionali.

A guardar bene il primo settore a subire la metamorfosi è stato proprio quello dell'informatica. Parlo dei programmatori di professione che si son visti fare concorrenza da persone che non campano producendo righe di codice ma, per passione, hanno messo a disposizione programmi perfettamente funzionanti freeware, shareware, addirittura beeerware o postcardware. Oggi come oggi è possibile, volendo, usare un computer spendendo zero per il software in maniera del tutto legale.

C'è una cosa importante da sottolineare però: l'ambiente. Il software libero ha proliferato grazie a un ambiente aperto, Windows – almeno all'inizio - in particolare, che dava strumenti di programmazione semplicissimi, utilizzabili anche da un ragazzino, tipo il basic, poi qbasic, poi visual basic. Quello che sta succedendo ora, con la politica Apple, Kindle – ma anche ps2, xbox nel campo, non meno ricco, dei giochi - e altri, è una progressiva privatizzazione dell'ambiente, dove non puoi accedere a tutti i contenuti, non puoi usare hardware diverso da quello autorizzato, non puoi fare niente tranne quello che ti viene permesso. Da una logica del tutto è permesso tranne quel che è vietato, a una di tutto è impedito tranne quello che è consentito.

La sfida non è tra libri di carta e libri di bit, ma riguarda i tentativi di sopravvivere della struttura di intermediazione tradizionale in tutti i modi possibili, dalla creazione di canali distributivi privilegiati alla pressione per una normativa più stringente. Non so come andrà a finire, ma se cercano di spaventarmi profetizzando la scomparsa di scrittori e musicisti mi vien da ridere, allora nelle società primitive non dovrebbero esserci state pitture rupestri, canti, danze, racconti...

E il panorama attuale dell'offerta sono libri di politica scritti da comici, libri comici scritti da politici, libri politici scritti da giornalisti, libri di cronaca scritti da romanzieri, biografie di vittime e carnefici… e poi ci sono dan browm, harry potter, la saga dei vampiri, sai che panorama meraviglioso rischiamo di perdere. Neal Stephenson mi piace è si trova gratis in rete, quando rizzoli da noi ha pubblicato in italiano solo i primi due romanzi di una trilogia, il terzo capitolo no. O Doctorow. O quello scrittore di fantascienza russo che è uscito su carta, vendendo moltissimo, solo dopo aver avuto successo in rete. Insomma il panorama è la Rete, gli intermediari scelgono al posto nostro e scelgono non in base alla qualità ma in base alle previsioni di vendita. Forse un tempo si stampavano libri in perdita facendo mecenatismo, ma oggi son poche le case editrici che non tengono gli occhi sul bilancio, sulla politica, sul marketing.

Ogni volta che si verifica una rivoluzione non viene percepita a causa della
resistenza messa in campo dalle forze conservatrici ma un passaggio graduale
è certamente preferibile a uno iato spesso violento che rischia di diventare
futile, non ché dannoso nella fase distruttiva. Come se qualcuno ci dicesse:
verrai a ringraziarci un giorno, quando il nuovo futuro non potrà più venire
assimilato o paragonato in alcun modo a quanto è già accaduto in precedenza.

lunedì 18 ottobre 2010

Pubblicità comparata.

Se qualcuno che conosciamo ci chiedesse di posare nudi quanto chiederemmo? Ipotizziamo un parente, un compagno di scuola, un collega di lavoro. Ammesso che non trovassimo la richiesta immorale e fortemente censurabile, quando non perseguibile penalmente, quanto chiederemmo, 100 euro? Se la tua immagine priva di vestiti o ritratta in situazioni imbarazzanti viene proposta alla visione di 1 milione di persone, fatti due conti devi essere pagato 100 milioni di euro. Non credo che modelli e modelle guadagnino così tanto. La pubblicità è considerata quale un'opera di finzione, alla stregua di un film o un romanzo. Vendere qualcosa di se stessi, che quasi certamente mai si cederebbe per denaro in casi isolati nella vita reale, viene equiparato alla partecipazione a un evento artistico. La pubblicità come arte? Davvero? I produttori di merce sono i moderni mecenati? È come se Michelangelo avesse messo in mano alla Vergine della Pietà un barattolo di frutta sciroppata che si illumina a intermittenza. Recitare l'Amleto e sorridere con in mano una brioscina è sostanzialmente la stessa cosa? Non mi si nomini Andy Warhol per favore, non c'entra.

Ci stupiamo di fronte a notizie che parlano di bambini che devono lavorare, che sia curare la mandria, mungere le capre, scavare in miniera, cucire vestiti. Non ci stupiamo però di vederli recitare nelle pubblicità. Nei film e in teatro sono necessari alla rappresentazione di una storia, sappiamo di tempi in cui solo gli uomini recitavano e facevano anche la parte delle donne, ma la parte di un bambino chi la può fare se non un bambino. Non ce lo vedo un vecchietto nella culla del presepio vivente, neanche se lo Warhol della situazione gli fa mettere la cuffietta in testa e il ciuccio in bocca. Sto per dire una cosa scioccante: nell'occidente sviluppato e moderno e progredito facciamo lavorare i bambini! Perché non è sfruttamento del lavoro minorile un bambino che fa pubblicità? Si possono avere dei dubbi quando li si fa cantare e ballare in tv come le scimmie ammaestrate del circo (che non ci sono più, siamo molto sensibili sul maltrattamento degli animali), ma nessuno può affermare con la speranza di trovare consenso che i bambini usati nelle pubblicità non stiano lavorando.

Si può invitare all'acquisto di un giocattolo senza bisogno di far vedere bambini che lo utilizzano. E non voglio spingermi a parlare di pubblicità che utilizzano bambini per vedere prodotti che con i bambini non hanno niente a che fare! Tipo le assicurazioni, le automobili, i computer, e mille altri esempi potrei elencare. Nessuno si è mai chiesto che tipo di messaggio riceve un bambino che vede altri bambini nelle pubblicità? Che modello educativo contraddittorio è quello che da una parte invita alla serietà, ai famigerati valori, e dall'altra propone esempi che vanno in tutt'altra direzione. Mi ricordo discussioni e polemiche sui cartoni animati, sui videogiochi, su giocattoli politicamente scorretti come fucili a molla e bambole di colore vendute a prezzo inferiore rispetto a bambole wasp. Un esercito di specialisti si occupa tutti i giorni di proteggere la delicata mente dei bambini con argomentazioni a volte al limite del razionale. Eppure non mi viene in mente neanche un articoletto streminzito che analizzi lo sfruttamento dei bambini nella pubblicità.

A dire il vero alcuni specialisti mettono in guardia dall'esporre i bambini al pericolo della tv, come se fosse possibile quando poi vanno a scuola e non sanno di cosa stiano parlando tutti i loro amici quando nominano giocattoli e cartoni animati. Nessuno però suggerisce di eliminare il pericolo alla fonte, impedendo l'utilizzo dei bambini per scopi pubblicitari. Questo dovrebbe far riflettere: o davvero non viene considerato un problema o invece il potere della pubblicità è così grande da silenziare ogni voce scomoda. E i genitori? Mi chiedo se spingano i loro figli a vincere provini, se pensano sia un trampolino per mettere piede fin da subito in un ambiente danaroso che il più delle volte non richiede merito né lunghi percorsi di studio ma solo accettazione e professione di fede, come una religione, come una tribù. Più ci penso e meno riesco a capire perché è considerato normale non solo bombardare i bambini di pubblicità, ma usarli anche come arma psicologica per colpire i coetanei. Se venire pagati per fare qualcosa è un lavoro, allora i bambini lavorano anche qua, è non so se è meglio per un bambino imparare a mungere una capra o finire nel mondo dello spettacolo.

venerdì 8 ottobre 2010

The glass age.

Internet potrebbe farci entrare in un'era di vetro sfondando i limiti di parecchie dimensioni che descrivono la nostra esistenza, a partire dalle dimensioni più familiari: lo spazio e il tempo. Da molte parti arrivano tentativi di impedire l'avvento di questa nuova era e ancora non possiamo sapere se riusciranno a posticiparne la realizzazione.

Lo spazio viene annullato dalla velocità con la quale qualsiasi bit di informazione fa il giro del mondo. Non ancora possibile essere presenti fisicamente in un altro luogo trasferendo su cavo i nervi che trasmettono dati sensibili al nostro cervello, ma è certo possibile già adesso vedere, ascoltare, interagire a distanza usando intermediari tecnologici. La lontananza non è più un impedimento quanto lo era fino a poco tempo fa, quando era necessario spostare e spostarsi.

Il tempo viene annullato nella misura in cui diventa impossibile dimenticare qualcosa, la quantità di informazioni che rimangono archiviate nel database digitale mondiale è immensa. Non servono lunghe ricerche nei polverosi archivi di qualche magazzeno remoto per trovare un'informazione, la rapidità dei computer ci consente di 'ricordare' qualsiasi cosa nel giro di pochi secondi, ovunque si trovi nel mondo.

Eppure tutto questo si basa su una infrastruttura fragile. Basta troncare un cavo oceanico. Una tempesta magnetica potrebbe distruggere i supporti digitali. La rinuncia allo spazio comporta il rischio di perdite dei dati definitive e irrecuperabili. La rinuncia al tempo comporta il rischio di una memoria che non dimentica. Il potere politico è in grado di controllare internet in molti modi, dalla censura allo spionaggio, passando per le normative che regolano l'accesso, l'utilizzo, i diritti e i doveri legati a libertà di espressione, diritto d'autore, pornografia, violenza, violazione della privacy. Il potere economico è in grado di imporci strumenti di accesso alla rete legati alla fruizione di servizi esclusivi, trasformando un ambiente libero in uno uno presidiato con la scusa di proteggere l'utente da pericoli e abusi.

Questa è la grande sfida di internet, molto simile a quella della democrazia: dimostrare di meritarsela. Gli interventi dell'autorità e gli stratagemmi di marketing fanno sempre leva sulle debolezze umane. Non possiamo mettere telecamere perché anche tu, cittadino, potresti avere un motivo per non voler essere ripreso. Questo dicono i politici. Ti vendo questo dispositivo che ti obbliga a usare solo la parte di internet che decido io, ma in questo modo ti proteggo dai pericoli e ti faccio sentire figo. Questo dice l'azienda che ti vuole tutto per sé.

Ci sono i cantori dell'era di vetro. Autori che adottano licenze di condivisione creativa: puoi fare tutto quello che vuoi con l'opera, tranne modificarla, spacciarla per tua, ricavarci dei soldi. Governi che rendono pubbliche in rete statistiche, informazioni che rendono evidenti situazioni che altrimenti rimarrebbero un mistero avvolto nell'omertà di un'ignoranza voluta e difesa. Sono due gli ostacoli principali da superare: la rete non è un posto per fare soldi, la rete non è un posto per tenere le informazioni nascoste.

Per esempio leggo dei taxi di New York. Da quando sono stati attrezzati di gps e gestione computerizzata, si può sapere tutto di dove vanno, quando ci vanno, che strada fanno, a che ora ne servono tanti e in che zona della città. Se ti dimentichi qualcosa sul taxi telefoni, dici dove sei salito e dove sei sceso e loro rintracciano il taxi e ti restituiscono quello che è tuo, cosa che senza questo sistema non accadrebbe mai, la tua roba sarebbe persa per sempre.

Altro esempio. Proprio oggi si vogliono rendere disponibili on line tutti i curriculum degli insegnati pubblici. Sì potrà sapere chi è più bravo di qualcun altro e questo dà parecchio fastidio a molti. Ai cantori dell'era di vetro non dà fastidio per niente. Addirittura potrebbe essere utile a far chiarezza sul sospetto che gli esami di stato in certe città siano taroccati, dal momento che non si capisce perché un sacco di gente si spara centinaia di chilometri per fare l'esame proprio lì e non altrove. Se quelli che vanno a far l'esame lì sono anche quelli più scarsi... non serve un computer per fare due più due.

Dobbiamo prendere decisioni sulla fragilità di un'infrastruttura che potrebbe rompere la rete o farci perdere una quantità immensa di dati in un lampo. Dobbiamo riflettere sull'opportunità di permettere alla rete di 'dimenticare', cosa cancellare e quando è difficile stabilirlo. Dobbiamo capire che governi e aziende hanno un rapporto di amore/odio con la rete, senza che esista alcuna autorità deputata a ragionare e 'parlare' a nome della rete, perché giuridicamente la rete non esiste (non ha un proprietario, non ha un consiglio di amministrazione, non ha un ufficio legale). Dobbiamo prendere una posizione sulla privacy molto più articolata di quella attuale, verificando il rapporto costi/benefici di scelte riguardanti la pubblicazioni di informazioni che per qualcuno devono restare segrete in nome di un principio e non di un'effettiva motivazione razionale.

martedì 5 ottobre 2010

Vade retro nobel.

Un futuro studioso di antropologia non si lascerà scappare l'occasione di inserire nella sua tesi sulla stupidità umana (umana ho detto, non solo italiana, non nello specifico dei giornalisti) il caso del premio nobel per la medicina 2010.

Prima di tutto i fatti. Quel gruppo di rimba che tutti gli anni decide a chi dare un po' dei soldi lasciati qui dal fu signor Nobel (si sarà già rivoltato così tante volte nella tomba da scavare un tunnel che arriva al centro della Terra), anche stavolta è riuscito a far scalpore premiando un personaggio scomodo. Il Nobel è mio e lo decido io, questo è lo slogan e se non lo è dovrebbe esserlo. Fatto sta che si scatenano le tifoserie, ci si scanna fra chi pensa che sia meritato e chi pensa che sia una *beeeep*ata.

Quest'anno tocca a un inventore straordinario, ha scoperto che se fai unire uno spermatozoo con un ovulo diventa un embrione. Straordinario, non servono cavoli e cicogne. Ma non si è fermato lì, ha riprodotto il miracolo della procreazione in una provetta. Si è ritrovato con una manciata di embrioni per le mani e ha pensato bene di sceglierne uno - quello più forte? più sano? più bello? - e metterlo nell'utero di una donna, per scoprire cosa sarebbe accaduto. Toh, l'embrione si è attaccato alle pareti dell'utero e si è trasformato in feto. Applausi. Quest'uomo è un genio, di più, un dio formato tascabile.

Grazie a quest'uomo oggi puoi fare molte cose interessanti e divertenti in laboratorio. Prendi l'uovo da una donna, lo fecondi col tuo sperma preferito, lo metti in un qualsiasi utero, anche quello di tua nonna volendo, e aspetti nove mesi circa, quando suona il timer il bambino è pronto e non hai che da telefonare a chi l'ha ordinato, consegnare il prodotto e farti firmare la ricevuta. Ora vorrebbe anche clonare e altre robette per nulla stravaganti tipo mettere gli embrioni che avanzano in frigor per ottenere tessuti e staminali nel caso in futuro il bambino che ha avuto la fortuna di essere stato scelto per nascere abbia bisogno di trapianti.

Fatto numero due: sembra incredibile ma c'è ancora della gente al mondo che si pone questioni etiche: se una cosa è tecnicamente possibile significa che è giusto farla? Domande filosofiche di questo genere che non soppiantano di certo le discussioni al bar sulla partita del pallone. Alcuni di questi professori addirittura si occupano di bioetica. Discutono di mercato degli embrioni, diritto alla vita, uteri in affitto, vendita di ovociti, significato della procreazione umana, cose così, molto più noiose, giornalisticamente parlando, della storia di una coppia che finalmente, alla tenera età di 80 anni, riesce finalmente ad avere sette gemelli.

Veniamo ai giornali, alla televisione, ai media in generale. Questo scienziato che ha vinto il Nobel 2010 lo definiscono il padre di 4 milioni di bambini, è già qui capisci che i media dovrebbero modificare la terapia, questa gli fa dire *beeeep*-ate. Lo ritraggono con dei bellissimi bambini, seduto in un prato, sotto il sole, e tutti sono felici e sorridenti, non si vede il fotografo ma è contento anche lui di sicuro. Parlano di uno dei suoi prodotti, una ex-neonata che ora ha una ventina d'anni e dimostra, col suo rimanere in vita, che lo scienziato dev'essere per forza un genio assoluto.

Fin qui tutto bene, nessuno torce un capello al neo premio nobel, tutto quello che ha fatto è legale, almeno lo è dove lo ha fatto. Passiamo dall'altra parte, vediamo come i media trattano i professori di bioetica. Cosa?!?! Lavorano in Vaticano?!?! Sono cristiani e magari pure cattolici?!?!? Li sentite i cani della muta che annusano e attaccano a sbavare?

Ecco i titoli sulla critica mossa da professori di bioetica ai responsabili del premio Nobel, non allo scienziato, si badi. Il Vaticano attacca, tuona, si scaglia, lancia anatemi. Vaticano contro la medicina. Vaticano accusa il padre dei bebè in vitro. Vaticano infuriato. L'ira del Vaticano. Il Vaticano scomunica. Mi vengono in mente roghi di streghe, esorcisti che schizzano acqua santa in giro, inquisitori che ti fanno baciare il crocefisso. E invece no, parliamo di scienziati in filosofia, che è una scienza anch'essa mi dicono dalla regia, che criticano l'assegnazione di un premio prestigioso per una tecnica (non ha scoperto niente, non ha scoperto una cura per l'infertilità, non ha inventato niente a parte, appunto, una tecnica per unire ovuli e spermatozoi senza necessità di infilare il coso del papà nella cosa della mamma), una tecnica che solleva importanti e tuttora irrisolti problemi etici.

Si capisce che quest'anno non c'era nessuno che ha debellato una malattia, scoperto una cura per la moltissime piaghe che tormentano la nostra specie. Potevano scegliere il giapponese che ha trovato il modo di ottenere cellule staminali da tessuto epidermico, i canadesi che hanno identificato per primi le cellule tuttofare definite poi staminali, ma forse hanno preferito qualcosa in grado di scatenare polemiche, accendere l'interesse dei media, come è già successo in passato con premi assegnati, a voler essere intriganti, solo per il gusto di sbatterla politicamente in faccia a qualcuno.